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Non credevo che un Cpt fosse così orrendo. Lo ho visitato e ora mi sento una schifezza

Cronaca di una "ispezione" effettuata da un gruppo di parlamentari occidentali, privilegiati e comunisti
25 giugno 2006 - Rina Gagliardi
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Il luogo è un po’ nascosto, anonimo, nel mezzo della semiperiferia torinese. Un cancello come tanti, se non fosse per la piccola pattuglia militare che lo presidia. Sono le quattordici di un pomeriggio caldissimo e afoso. Si entra, in gruppo, e si è subito immersi in un’atmosfera burocratica che vorrebbe essere cordiale - ma non lo è. Ti controllano i documenti, ti ritirano il tesserino, poi ti accompagnano nella prima palazzina: un ufficio dall’aria ordinata ed efficiente - anch’esso un ufficio come tanti, se non fosse per quei soldati in tuta mimetica che lo presidiano.
Inizia così la visita di una folta delegazione di Rifondazione comunista al Cpt di Corso Brunelleschi - nove parlamentari, tra i quali il capogruppo del Senato Giovanni Russo Spena, dirigenti di partito, accompagnatori. Un’ora e mezza in tutto, tra l’incontro-dibatitto con i responsabili, il giro nel campo, la conferenza stampa. E poi? Poi, te ne ritorni via con quell’immagine che ti si inchioda nello stomaco: un ragazzone nero, vestito d’azzurro, che ti guarda uscire, con il corpo e le braccia dispiegate contro il gabbione. Non dice nulla, non si lamenta, non accenna, quasi, a un movimento. Resta là, come un cristo in croce, dietro quella grata alta sei metri che lo divide dalla strada - e da una vita dignitosa. Dove sta, se non qui, la “banalità dell’orrore”?

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Qui, fino a sette anni fa, c’era un terreno demaniale delle Ferrovie dello Stato fittato al ministero della Difesa - uno spazio in abbandono, affogato tra un palazzo e l’altro. In fretta e furia, ci costruirono il Cpt: prefabbricati e lamiere. Grate maestose. Fili spinati (poi tolti). E per terra e in tutto lo spazio cemento, solo cemento - il grigio-sporco del cemento ha un tono inconfondibile, come per ricordare in ogni attimo che, qui, siamo in una condizione di sospensione della realtà, dell’identità, della riconoscibilità. Nemmeno il carcere appare così intrinsecamente brutale - almeno ha una sua fisionomia, e una sua pur forzata vita sociale.

Qui, le persone le puoi “vedere” solo grazie alla tua tensione volontaristica: ma quel che vedi, in realtà, sono solo piccoli corpi inquieti dietro alle sbarre, proprio come gli animali dello zoo. Od ombre disperse, a gruppi di due-tre, nel cortile cementato, che tirano calci svogliati ad un vecchio pallone. O corpi di donna seduti sul lettino - come Ljuba, moldava, che scrive fitta su un quaderno, chissà, il diario dei suoi trentatré giorni di prigionia. Chi sono? Sessanta, settanta persone nate, chissà quando, in Romania, nel Maghreb, in Colombia, in Thailandia, nel Togo. Sessanta persone che aspettano soltanto di uscire, o per essere riaccompagnati alla frontiera, o per tornare ad immettersi nell’accogliente Occidente.

Qualcuno arriva dalla Vallette, dopo aver scontato qualche mese, qualcun altro è classificabile come “pregiudicato” (spaccio, truffa, prostituzione), ma i più, la maggioranza, sono semplicemente senza documenti (e vengono magari da paesi “difficili”, come la Tunisia e l’Algeria, dal punto di vista dei trattati con l’Italia). Non sono né indagati né accusati - perché li avete trasformati in prigionieri? «Lo sapete bene, il Cpt doveva essere provvisorio - ci dice una giovane dirigente che non riesce più di tanto a celare la sua aggressività - Ma in Italia va sempre così…lo sapete?». Lo sappiamo, lo sappiamo. Solo che sapere non basta.

Di colpo, ti senti addosso tutto il dolore che questo incredibile “ossimoro” contiene, amministra, smista, inghiotte, metabolizza ogni giorno, nella assuefatta indifferenza della burocrazia civile e militare che lo gestisce. Di colpo, ti accorgi che qui non c’è neppure, per sbaglio, un filo d’erba - un cespuglio, un vasetto di basilico, una macchia verde.

Ci sono, invece, tre “moduli”, a organizzare e ritmare la vita del campo. Il verde, il rosso e il blu, due maschili e uno femminile, destinati a 72 “ospiti” (li chiama così, talora, la nostra dottoressa, con un curioso sorriso di autocompiacimento. Qualche altra volta, dice più propriamente “detenuti”. Ma la più ricorrente tra le perle eufemistiche è un’altra: “trattenuti”). Ogni modulo è circondato dai gabbioni a maglie fitte: dentro, una sfilza di baracche abbastanza fatiscenti, davanti, il cortile. In mezzo, a cavallo dei “moduli”, una tettoia, dove è installato un telefono spesso rotto («Lo sa, rompono tutto qua dentro, e noi non facciamo che riparare, riparare…. Anche oggi mi tocca di ricomprare un altro televisore», dice il colonnello Baldacci, della Croce Rossa Militare).

Entriamo nella prima baracca («E’ la peggiore, non sono tutte così…). Saranno, forse, sei metri per due - non ci sono finestre, in mezzo ci si passa a stento. L’aria condizionata c’è, ma non funziona, il caldo è davvero insopportabile. Ci sono ammassate sette o otto brande a castello, in ferro bucherellato, qualcuna ospita un materasso. Avanzi di cibo in vaschetta sparsi un po’ dovunque, una porta rotta buttata su un angolo, un termosifone arrugginito. Sul fondo, a ridosso del cesso, il pavimento è allagato - già il cesso, un WC alla turca dentro un microsgabuzzino che devono aver ripulito da poco. E poi un lavabo in ferro, piccolo piccolo, sotto lo schermo del tv color che nessuno guarda. E nessuna traccia di asciugamani - ci diranno poi che ogni ospite ha diritto ad un asciugamano all’incirca ogni due settimane. Non c’è altro, nella baracca. Solo un tavolino dove giacciono avanzi di rosette e di bottiglie d’acqua minerale. Nessun posto dove stare. Nemmeno una sedia. Nemmeno uno sgabello rotto. Anche il cortile è un rettangolo che non contiene nulla. Un vuoto con base di cemento, con l’aria stagnante, dove puoi assolarti o assiderarti a seconda delle stagioni.
Come si fa a vivere così per trenta giorni più trenta? Come passano il loro tempo gli “ospiti” del Cpt? «Ah, signora, che vuole che facciano…Ma la maggior parte resta qui per non più di quindici giorni…». Gli uomini in tuta mimetica, con il simbolo della croce rossa sul braccio, non fanno che allargare le braccia, o scuotere la testa. Come per intendere: non siamo mica noi ad aver creato questa mostruosità. Noi, loro, si mostrano paterni, quasi affettuosi, perfino un po’ complici, con i loro detenuti. «Sa, sono quaranta etnìe diverse, non è mica facile tenerli insieme…Noi cerchiamo di soddisfare tutte le loro richieste, gli diamo tre pasti completi, gli diamo le sigarette (dieci al giorno), una carta telefonica (da 3 euro), carte da gioco, e, se vogliono, libri, giornali…».

Sul tavolino di un’altra baracca, si vedono un po’ di vecchi Corriere della sera abbandonati. Chissà chi viene dal Togo e si ritrova di colpo in quest’universo chiuso, senza sapere perché, senza immaginare dove potrà andare, che gusto ci troverà negli editoriali di Sergio Romano o di Panebianco.

Tarik Ramli è un giovane tunisino biondo, quasi rosso di capelli, con un volto da bambino pieno di efelidi. E’ appena arrivato, non parla italiano, ma ti fa vedere subito le ferite che si è procurato - con pezzi di vetro o chissà quale altro corpo contundente - e quel “mal di grattare” che lo tormenta. Gli hanno tolto un dente, ma non gli danno nessun vero antidolorifico. Si è fatto scrivere una lettera: «Chiedo alla Sv di poter aiutarmi di questa situazione come vivo in dentro questo istituto mi trattano male…non riesco ad alsarmi dal letto mi sento sempre stanco e miei piede troppo pesante mi gira la testasi - iere la polizia mi hanno riempito di botte e parola di razzismo (tunisino di m…a)».

Con lui c’è Khaled, tunisino di pelle scura, che esibisce una bella maglietta verde: faceva il muratore ad Aosta, dove ha una fidanzata. Dovevano sposarsi, prima che lo prendessero…Neanche lui ce la fa a reggere la vita di Corso Brunelleschi - non ha voglia né di mangiare né di dormire, ha bisogno di psicofarmaci per non andare del tutto in tilt. «Non ho fatto niente, niente» continua a ripetere. Arriva qualcun altro, c’è un ragazzo colombiano dall’aria allegra - e scettica - che parla in perfetto romanesco. Nel modulo a fianco, ci sono due e tre giovani romeni che mi chiedono sigarette - «dieci al giorno non ci bastano». Gliele do, ma non per questo non mi sento una schifezza.

Andiamo al modulo delle donne - il fiore all’occhiello di questo Cpt, dichiara con fierezza il colonnello. La struttura è identica, non potrebbe essere altrimenti. Solo che le donne, notoriamente, tengono il loro alloggio, per misero e sordido che sia, molto più in ordine. Lo tengono pulitissimo, lo personalizzano come possono - la baracca è arredata con tanti piccoli poster alle pareti, tante immagini colorate, ce n’è uno, perfino, di Totti. Qui si incontrano due ragazze thailandesi, di vent’anni - una di loro parla solo il thai, ha proprio la faccia da bambina, un marito laotiano che lavora e che aspetta. Si parla con Felicia, colf o badante africana: sta in Italia da dodici anni, ci spiega. Era riuscita ad avere anche la carta d’identità, il documento, il papier - ci mostra la fotocopia, con gli occhi lucidi. Poi, tutto è improvvisamente finito. Con il lavoro si è perso anche il permesso di soggiorno. Sì, certo, ad ogni minuto che passa questi corpi ridiventano persone, e anche ognuno di noi - occidentali privilegiati e comunisti - riacquista un po’ di dignità, man mano che riesce ad immergersi nella storia di queste sorelle e fratelli sfortunati, sbattuti dalla sorte in un luogo che non conoscono, senza capire perché, senza sapere che cosa li aspetta, dove andare, come conquistare almeno un pezzetto di umanità.

Come meravigliarsi che abbiano solo voglia di scappare, di oltrepassare quella gabbia? Dice il colonnello: «Qui hanno tutto, tre pasti, un letto singolo, le medicine, il medico… Ma lo sa che vengono per lo più da situazioni molto peggiori, da alloggi fatiscenti dove stanno ammassati in dieci in una stanza, e ogni giorno non sanno bene se mangeranno?». Costo totale (per lo Stato) settantadue euro al giorno per “ospite”, il doppio di quello che costa in estate a Rimini una pensione completa. Siete certi che stiano così bene?

Il colonnello pensa che sì, e che in fondo in fondo ci dovrebbero essere grati, di tutto quello che facciamo per loro. Li curate bene? «Se sapesse, vengono a farsi visitare anche dieci volte al giorno; accusano sempre un mucchio di mali». L’abbiamo visto, all’inizio, il medico - forse il medico-capo - di questo Cpt: un burocrate arrogantello, e anche un po’ preoccupato, che ha passato il tempo a spiegarci che tutto andava al meglio, nella migliore delle sanità possibili. Ma certo che vanno di continuo a farsi visitare. Non lo capite che è uno dei pochissimi modi, qui, per avere un pur disumano momento di attenzione? Per passare il tempo? Per varcare la soglia delle baracche e dei moduli, e lasciarsi la gabbia alle spalle?

Il tempo che non passa mai. Il tempo fatto di nulla - nemmeno due chiacchiere con il tuo vicino subsahariano, se vieni dall’Asia. Il nulla che scandisce ogni giornata, a parte quelle vaschette di plastica con una pastasciutta e un pezzo di pollo. Il nulla verso cui ognuno è sospinto, nella spersonalizzazione e disidentificazione “permanente”. Del resto, non ruota tutto attorno a quel maledetto documento? Se ce l’hai, sei - sei un cittadino, hai diritto al rispetto che si deve ad un cittadino. Se non ce l’hai, non esisti. Non hai una patria, non hai diritti - anche se quando ti sbattono in un Cpt ti consegnano un papier in quarantotto lingue dove, se sei stato alfabetizzato, puoi prender nota dei diritti che in teoria ti spettano.

Prima di entrare dentro un Cpt, ne pensavo tutto il male possibile. Ora, semplicemente, mi sono accorta che è un orrore. Tutto è “perfettibile”, tutto è migliorabile, come dice il colonnello, ma l’orrore no, non si può riformarlo. Ora invece questo Cpt, ora, vogliono addirittura ampliarlo - il prefetto Sottile (c’è spesso un Sottile, nelle nostre cronache) chiede undici milioni di euro per ristrutturarlo e farne, nientemeno, che «il centro più funzionale d’Italia».

Signor prefetto, ci creda, l’unica riforma utile è chiuderlo, il Cpt. Per cominciare una politica dell’accoglienza degna di un paese democratico e della - ahinoi - “civiltà” occidentale.

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