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Afghanistan. Il Centro maternità e gli altri ospedali di Emergency

Perché siamo con Emergency

L’attività dei volontari dà concretezza all’idea di pace in paesi funestati dalla violenza. Un impegno dell’Italia per la riapertura dell’ospedale di Lashkar-gah è l’unica operazione di pace possibile subito
2 maggio 2010 - Lidia Giannotti

Il generale Massud rise quando gli dissero che Emergency intendeva impiegare donne afghane nel Centro maternità che stava attrezzando nella valle del Panjshir (nord dell’Afghanistan), donne che avrebbero dovuto riporre il burka al loro ingresso in ospedale. Il Centro maternità di Emergency di Anabah in Afghanistan

Il Centro maternità di Anabah

Il racconto è di un volontario italiano, uno dei tanti che lo scorso 17 aprile ha portato la sua testimonianza e ringraziato la folla dal palco della manifestazione organizzata a Roma, quando ancora i tre operatori italiani dell’ospedale Tiziano Terzani di Lashkar-gah, prelevati il 6 aprile dalla polizia afghana e indagati per un inverosimile progetto di attentato, si trovavano in stato di arresto.

Ora ci sono 30 donne afghane al Centro maternità di Anabah, quasi l’intero personale ostetrico. Da quando esiste, ha effettuato 12.000 ricoveri. Nel 2009 ha ospitato 2.300 afghane. Solo due non ce l’hanno fatta.

Nel paese la condizione delle donne è molto dura. La mortalità legata al parto è la seconda più alta al mondo dopo la Sierra Leone, con una media di 19 morti su 1.000 nascite secondo le stime Unicef 2005 (inconfrontabile con quella di 0,04 morti riscontrata alle nostre latitudini). Le donne afghane infatti non vanno in ospedale, per tradizione, per ignoranza, per la giovanissima età al primo parto o per la difficoltà di raggiungerlo.

Al Centro le donne ricevono quell’assistenza che in quasi tutto il paese è pressoché inesistente, anche per i neonati. Si fa anche contraccezione, e l’anno scorso venti afghane hanno richiesto un intervento sulle tube. Contrariamente a quanto aveva supposto il comandante dei Mujeddin, il personale femminile è ora in grado di operare in autonomia e non ha problemi con la popolazione locale, nonostante le regole di Emergency impongano che all’interno dell’ospedale il loro viso resti scoperto. Alcune donne arrivano al lavoro utilizzando il pulmino di Emergency, altre, da più lontano, con i più diversi mezzi di locomozione.

L’ospedale di Lashkar-gah e gli altri centri chirurgici e di primo soccorso in Afghanistan

L’organizzazione è presente in Afghanistan dal 1999, prima che di questo paese che aveva resistito all’occupazione russa si ricominciasse a parlare come del più importante rifugio per i mandanti dell’attacco alle Twin Tower dell’11 settembre 2001. Nel Panjshir, suggestiva valle che durante l’inverno si riempie di neve, Emergency gestisce 17 posti di primo soccorso (il più lontano dista 8 ore di auto da qualsiasi altro). Dieci posti di assistenza operano anche nella zona di Kabul e un altro a Lashkar-gah.

In quella stessa zona si trova l’ospedale in cui lavoravano i tre italiani, arrestati insieme ad altri sei operatori afghani. E’ l’unica struttura sanitaria attrezzata dell’Helmand, un’ampia provincia del sud dove la presenza talebana è pesantissima. Proprio per questo nel corso delle operazioni Nato cadono molte vittime civili. Le armi da cui vengono colpite - per errore, per paura o a causa di decisioni frettolose - sono tutte quelle in campo: le armi della coalizione, della polizia afghana, dei soldati governativi e dei talebani. La scorsa estate il bombardamento di due autocisterne procurò 90 vittime civili, gli scontri del febbraio scorso almeno 36 morti e moltissimi feriti (vedi sul sito il diario di Emergency).

Emergency ha altri due ospedali in Afghanistan, ad Anabah e a Kabul (qui l'ospedale è ormai il più importante centro di chirurgia di guerra e di traumatologia del paese).

I paesi in cui è presente Emergency

Il logo di Emergency

Dal 1994, Emergency ha costruito ospedali e formato personale in molti paesi. E’ presente tuttora in Iraq, Sierra Leone, Repubblica Centroafricana, Sudan, Sri Lanka e Cambogia.

Ogni giorno, in Italia, le notizie dal mondo sono appena un soffio che arriva da lontano (quando la nebbia delle vicende nostrane non è troppo fitta...).

Un giorno sentiamo parlare di un attentato in un mercato, di un tetto scoperchiato e di un elicottero che mitraglia per errore… Cerchiamo di capire com’è andata, finiamo perfino per rammentare il numero dei morti e il nome di un villaggio, e qualche dettaglio in più se nei paraggi c’è stato da poco un altro incidente e i cronisti non sono ancora partiti. Qualche giorno dopo però moriranno altri feriti e non lo sapremo, ad altri verrà forse salvata la vita, ma a prezzo di dure mutilazioni. Ci saranno esodi, rappresaglie. Non sapremo quanto dolore e quanta rabbia in più sarà stata prodotta in poche ore.

Per fortuna ogni giorno - quello stesso giorno e in quegli stessi paesi - per ogni attentato o tragico errore e per ogni calamità naturale ed epidemia possono esserci persone che offrono aiuto, solidarietà e la loro competenza. Non è mai abbastanza quello che si può pensare e dire di buono sull’attività di questa organizzazione italiana, su quanto di positivo può nascere intorno ai suoi ospedali e nella vita delle persone che vi vengono curate.

Una presenza apprezzata ma non comoda

Chi non vuole girare intorno ai problemi sa che le difficoltà cui deve far fronte Emergency nascono perché, agli occhi di chi combatte, la mano ricucita di un nemico è una mano potenzialmente armata. Il soccorso prestato senza fare distinzioni – peraltro prerogativa anche di altre organizzazioni da sempre - può essere destabilizzante nella logica di chi combatte contro altri uomini usando armi. E non è chiaramente gradita qualsiasi testimonianza sugli “effetti collaterali” delle operazioni militari.

Non sorprende che vi siano difficoltà per questa organizzazione in situazioni il più delle volte caotiche, e che sia delicato il rapporto con tutte le forze militari, compresa – come si sa – l’Isaf (Forza Internazionale di Assistenza alla Sicurezza, sotto il comando Nato) guidata dai militari britannici nella provincia afghana dell’Helmand.

Ma i medici, i sanitari e gli altri collaboratori dell’organizzazione non potrebbero mai essere qualcosa di diverso da quello che sono e rappresentano proprio in quei paesi. “Emergency non sta da nessuna parte”, ha ripetuto Gino Strada e ha ripetuto ogni volontario in queste ultime settimane, con decisione ma anche con la massima naturalezza.

Essere contro la violenza, però, non significa avere buoni rapporti con tutti, nè tacere davanti ai civili uccisi e feriti per errore. Da noi se ne sa poco e soltanto quando vengono colpite intere famiglie o decine di persone. Ma le popolazioni di alcuni di questi paesi in guerra da decenni sono esasperate. Emergency non sta da nessuna parte, ma è contro la guerra, perché “le conseguenze della guerra, per le vittime, sono esattamente le stesse conseguenze del terrorismo”.

Missione di pace

Nell’informazione e nelle nostre riflessioni merita però di conquistare più spazio il lavoro quotidiano di Emergency, con i suoi risultati brillanti, i benefici evidenti per i pazienti e il numero impressionante di interventi e di visite. Ma soprattutto con il suo tenace quotidiano contrapporsi alla brutalità della violenza, al caos e all’indifferenza verso le storie dei più deboli. Il fatto che ci si possa aspettare di non essere discriminati, di trovare un punto di riferimento indipendente, un’organizzazione efficiente e punte di eccellenza equivalenti a quelle dei paesi di origine dei volontari, ha un valore pratico e simbolico inestimabile all’interno di paesi funestati dalla guerra e dalla violenza.

In Afghanistan, nei giorni dell’arresto dei nove operatori di Emergency, in poco tempo oltre 10.000 persone si sono mobilitate firmando per testimoniare solidarietà e chiedere la riapertura dell’ospedale. Un fatto inconsueto in quel paese, e anche logisticamente non semplice.

Ma l’esperienza di Emergency ha un valore inestimabile anche per l’Occidente.

Dal 1999 Emergency ha curato quasi 2.500.000 di afghani. E’ praticamente conosciuta in ogni famiglia. Forse non siamo abituati a pensarci e non riusciamo a capire cosa può significare nel destino di un bambino ferito, tradito dagli adulti e forse segnato per sempre, aver incontrato una organizzazione che lo ha accolto e curato al meglio delle sue possibilità. Anche questa esperienza resterà ad accompagnarlo per sempre.

C’è una grande differenza tra l’incontrare e il non incontrare la guerra, così come c’è una grande differenza tra la possibilità di incontrare e conoscere i volontari di Emergency e il non poterlo fare. La chiusura di un ospedale in posti come questi è un affronto insopportabile alla ragione, un’occasione a cui viene sbarrato il passo lungo una delle strade di pace più concrete.

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