Panorama globale dei conflitti geopolitici e dei movimenti pacifisti
ALBERT - Bollettino internazionale per la pace e il disarmo
C'è stato un tempo in cui il movimento per la pace poteva contare su veri e propri bollettini internazionali. Pubblicazioni periodiche, spesso prodotte da reti pacifiste che raccoglievano informazioni da decine di paesi, le traducevano, le analizzavano e le restituivano come un racconto organico e condiviso. Quei bollettini sono scomparsi. Oggi i social network danno l'illusione di una comunicazione globale istantanea: si condivide, si commenta, si "mette like". In realtà, al di là delle buone intenzioni, ciò che emerge è un flusso caotico e disordinato di informazioni, frammentato in mille rivoli. Ogni associazione pubblica il proprio comunicato, ogni campagna lancia il proprio hashtag, ogni gruppo organizza la propria iniziativa. Ma il quadro d'insieme, la visione globale, il contesto – tutto ciò che permette di capire che la lotta è una sola – si perde. L'informazione pacifista rischia così di diventare rumore di fondo, facilmente ignorabile dai grandi media e dalle opinioni pubbliche.
È in questo contesto che nasce Albert, il nuovo bollettino internazionale per la pace e il disarmo.
Sommario
1 - Sudan: la più grande crisi umanitaria del mondo oggi
2 - Il genocidio di Gaza
3 - Mai così alto il rischio di guerra nucleare
4 - L'Africa denuclearizzata
5 - ZOPACAS, una zona di pace per Africa e Sudamerica
6 - La base militare che viola il Trattato di Pelindaba
7 - Campagna internazionale contro le spese militari
8 - Agenda 2030 a rischio: il costo umano del riarmo
9 - Germania: rivolta dei giovani contro la reintroduzione della leva
10 - Bruxelles: "Welfare not Warfare", l'Europa si mobilita contro il riarmo
11 - Guerra in Ucraina: il caso del disertore russo Georgy Avaliani
12 - Australia: David McBride è ancora in carcere per aver rivelato crimini di guerra in Afghanistan
13 - Israele: i pacifisti resistono e crescono
14 - La resistenza dei pacifisti giapponesi: la sfida al riarmo
15. Ruanda e M23: il saccheggio militare del coltan congolese
1 - Sudan: la più grande crisi umanitaria del mondo oggi
Mentre le potenze mondiali concentrano i riflettori altrove, il Sudan è sprofondato in una catastrofe umanitaria senza precedenti. Da oltre tre anni, il paese è dilaniato da una guerra che ha già superato per numero di vittime e livelli di distruzione molti altri conflitti contemporanei. Eppure, la comunità internazionale è distratta e questa guerra è stata "dimenticata" perché a nessuno fa comodo ricordarla. In prima voce del bollettino tentiamo un'analisi delle cause e riportiamo l'appello inascoltato dell'UNICEF.
1a - La guerra che il mondo ha cancellato dall'agenda
La data del 15 aprile 2026 segna un tragico anniversario: tre anni di guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Scattata il 15 aprile 2023 con la presa del controllo di vaste aree di Khartoum da parte delle RSF, la guerra si è rapidamente trasformata in una delle peggiori crisi umanitarie del nostro tempo, spesso descritta come "la guerra dimenticata" a causa della scarsissima copertura mediatica ricevuta. L'attenzione è stata focalizzata sul sanguinoso scontro bellico in Ucraina.
Dopo un primo anno in cui la guerra in Sudan era stata in gran parte dimenticata dai media globali, alcuni episodi di violenza estrema come il massacro di El Fasher nella seconda metà del 2025 hanno riportato per un breve periodo l'attenzione del mondo sul paese.
Ma quell'attenzione è durata pochissimo. Il genocidio dei palestinesi a Gaza ha polarizzato l'attenzione. Inoltre l'esplosione di altri eventi internazionali, come la guerra in Iran, ha rapidamente fatto scomparire la finestra mediatica per il Sudan.
1b - I numeri del disastro
Le cifre che descrivono il disastro umanitario in questa guerra africana sono impietose e raccontano una realtà di sofferenza incommensurabile.
Persone uccise e sfollate: per il conflitto in corso (2023–2026) le stime più consolidate parlano di circa 25–30 mila morti “ufficiali”, con stime più ampie che arrivano a oltre 150 mila morti se si includono fame, malattie e conseguenze indirette. Più di 11 milioni di persone sono sfollate all'interno del paese, mentre oltre 4,5 milioni sono fuggite attraverso i confini, in particolare verso Ciad, Sud Sudan ed Egitto, mettendo a dura prova i già fragili sistemi di accoglienza di quelle nazioni.
Una generazione perduta: circa 8 milioni di bambini sono lontani dai banchi di scuola da tre anni, e in Darfur la situazione è ancora più drammatica. Un numero sconosciuto di bambini è stato ucciso, mutilato, violentato o arruolato nei combattimenti.
Carestia e carenza di cibo: circa 28,9 milioni di persone in tutto il paese sono in una situazione di grave insicurezza alimentare, mentre per oltre 10 milioni la fame è già estrema, con alcune regioni del Nord Darfur che sono ufficialmente in stato di carestia.
Crollo dei servizi essenziali: più dell'80% degli ospedali è fuori uso a causa dei combattimenti e dei saccheggi. Forniture mediche interrotte, ospedali paralizzati, personale senza stipendio: le conseguenze indirette del conflitto, come la diffusione del colera, la malnutrizione e le epidemie, stanno mietendo altrettante vittime quanto le armi.
1c - Un drammatico confronto con Gaza
Il genocidio di Gaza ha devastato una popolazione di 2,3 milioni di persone; in Sudan il numero delle vittime è drammaticamente paragonabile a quello di Gaza (oltre 70 mila), ma gli sfollati sudanesi sono molti di più per una semplice questione numerica. Infatti la guerra in Sudan ha colpito una popolazione di gran lunga superiore a quella di Gaza.
Scrive Amnesty International: "Con più di 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollamento al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. Secondo le Nazioni Unite, dal 2023 le vittime sarebbero almeno 150.000". Ed è per questo che viene indicata come "la più grave crisi umanitaria del mondo"
1d - Il sangue dei più piccoli: l'appello UNICEF e il paragone con il 2004
Il 28 aprile 2026, l'UNICEF ha lanciato un "Child Alert". L'allarme descrive una situazione in cui cinque milioni di bambini della regione del Darfur "si trovano in uno stato di estrema deprivazione", con in più alcune aree del Nord Darfur dove la malnutrizione acuta ha raggiunto livelli da carestia.
I dati sono agghiaccianti: nei soli primi tre mesi del 2026, almeno 160 bambini sono stati uccisi e 85 feriti, con una tendenza in peggioramento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Le violenze contro i minori includono l'uccisione di almeno 1.300 bambini nella sola città di El Fasher, molti dei quali colpiti da esplosivi e droni.
L'allarme dell'UNICEF è un agghiacciante deja-vu che riporta alla mente la crisi del Darfur del 2004. Tuttavia, a differenza del 2004, quando il mondo si mobilitò spinto da una campagna di sensibilizzazione globale senza precedenti guidata da Hollywood e dai media, la risposta internazionale oggi è stata estremamente limitata.
Come ha affermato il rappresentante UNICEF in Sudan, "vent'anni fa, le star di Hollywood facevano a gara per salire su aerei e autobus per visitare il Darfur. Oggi, l'interesse è zero".
L'epicentro della crisi sudanese è ancora una volta la regione del Darfur.
Nell'ultimo comunicato dell'Unicef si legge: "In Darfur, i bambini vengono uccisi e mutilati, sradicati dalle loro case e spinti in estrema fame, malattie e traumi. Da nessuna parte l'impatto è stato più grave che in Al Fasher. Dall'aprile 2024, più di 1.500 gravi violazioni contro i bambini sono state verificate in Al Fasher, tra cui l'uccisione e la mutilazione di oltre 1.300 bambini, molti con armi esplosive e droni, nonché violenza sessuale, rapimenti e reclutamento e uso da parte di gruppi armati".
1e - Il ruolo degli Emirati Arabi Uniti nella guerra
Il conflitto in Sudan è diventato un terreno di scontro per i giochi di potere regionali. Se l'Egitto, la Turchia e l'Arabia Saudita sostengono l'esercito sudanese, la principale potenza straniera coinvolta nel conflitto sono gli Emirati Arabi Uniti, che sono accusati di fornire armi alle Forze di Supporto Rapido. Le prove di questa fornitura di armi sono schiaccianti. Casse di missili Kornet recano la scritta "Abu Dhabi" e "Comando logistico congiunto degli Emirati Arabi Uniti". Un alto ufficiale sudanese ha dichiarato: "Le prove si sono accumulate e ora lo sappiamo. Il Sudan è stato distrutto a causa degli Emirati".
1f - Il business dell'oro insanguinato
Va detto che gli Emirati Arabi Uniti hanno un interesse specifico nel Sudan. In cambio delle armi fornite, gli Emirati ricevono oro. Negli ultimi anni, gli Emirati hanno importato dal Sudan quasi 2 miliardi di dollari in oro, in gran parte estratto da miniere controllate dalle RSF nella regione occidentale del paese.
1g - Il silenzio della NATO
Nonostante le prove schiaccianti, gli Emirati Arabi Uniti non solo non sono stati sanzionati, ma continuano ad essere considerati un partner strategico dell'Occidente. Il segreto di questa immunità risiede nell'enorme potere economico e finanziario degli Emirati. Gli Emirati investono miliardi in Europa e negli Stati Uniti, acquistano armi avanzate (anche italiane) e sono un partner chiave sia per il settore energetico che per la difesa.
L'Occidente, attraverso i propri legami finanziari con gli Emirati, gli investimenti e la sua geopolitica in Medio Oriente, pratica una sorta di doppio standard: da un lato prende duramente posizione contro chi viola i diritti umani se appartiene al campo geopolitico avverso, dall'altro tace quando le atrocità vengono da un ricco alleato, partner in affari.
1h - Il fallimento di Berlino: diplomazia a pezzi
La conferenza internazionale per il Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026, in occasione del terzo anniversario dello scoppio della guerra, ha rivelato chiaramente la profonda divisione della comunità internazionale.
Nonostante i quasi €1,5 miliardi in aiuti umanitari raccolti, i paesi del Quadrilateral Security Dialogue (Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto) non sono riusciti a trovare un accordo su una dichiarazione comune, a causa della rivalità tra Arabia Saudita (sostenitrice dell'esercito nazionale sudanese) ed Emirati Arabi Uniti (sostenitrice delle RSF).
Questo fallimento diplomatico rappresenta un'ulteriore macchia per la comunità internazionale, che si è dimostrata in grado di mobilitare risorse per altri conflitti, ma incapace di trovare un accordo per fermare le armi in Sudan.
1i - Un bivio per l'umanità
Il Sudan è oggi la peggiore crisi umanitaria del mondo, ma rimane assente dal dibattito pubblico internazionale. L'UNICEF ha lanciato un appello di 962,9 milioni di dollari per il 2026, ma ha ricevuto solo il 16% dei fondi necessari; mentre sul campo, una generazione di bambini rischia di essere perduta per sempre. Appello per il quale 20 anni fa ci sarebbe stata una grande mobilitazione globale, ma che oggi viene accolto da un assordante silenzio.
Il conflitto è alimentato senza sosta dall'ingresso di armi e capitali interessati alle materie prime, come l'oro. Ma l'assenza di una risposta diplomatica internazionale e di una forte pressione mediatica consentono a questa strage di continuare senza conseguenze per i colpevoli.
Il grido del missionario comboniano padre Diego Dalle Carbonare riassume tutta la frustrazione di chi assiste impotente: "Si parla di Gaza, di Ucraina, ora della guerra in Iran. Giusto, ma mi chiedo perché a nessuno interessi la sorte di milioni di sudanesi".
Oggi le madri sudanesi continuano a vegliare i loro figli che non hanno nulla da mangiare, mentre i signori della guerra e i governi stranieri commerciano oro e armi per prolungare un sanguinoso conflitto che non fa notizia.
2 - Il genocidio di Gaza
La conta delle vittime dall'inizio del genocidio a Gaza è impressionante. Il 12 maggio 2026, il bilancio ufficiale delle autorità sanitarie di Gaza ha raggiunto quota 72.740 morti e 172.555 feriti. Ma la cifra reale è molto più alta: centinaia di corpi giacciono ancora sotto le macerie e decine di migliaia di dispersi non sono mai stati ritrovati.
| Periodo | Morti | Feriti |
|---|---|---|
| Totale dal 7 ottobre 2023 | 72.740 | 172.555 |
| Dal "cessate il fuoco" (11 ottobre 2025) | 854 | 2.453 |
In più, 1,8 milioni di sfollati dipendono completamente dagli aiuti internazionali.
Ad aprile 2026 sono entrati solo 4.503 camion di aiuti su un minimo previsto di 18.000 dall'accordo di cessate il fuoco. Solo il 25% degli aiuti pattuiti riesce a entrare. L'effetto è la paralisi dei servizi essenziali: acqua potabile, assistenza sanitaria, elettricità e persino la possibilità di seppellire i morti decorosamente.
2a - La Flotilla
Il blocco navale israeliano, in vigore dal 2007, continua a essere sfidato da iniziative internazionali nonviolente. Dal 30 aprile al 10 maggio, la Global Sumud Flotilla ha cercato di forzare il blocco per consegnare aiuti umanitari direttamente a Gaza. La flottiglia, composta da 22 imbarcazioni e circa 175 attivisti, è stata intercettata dalle navi da guerra israeliane al largo di Creta. Gli attivisti denunciano di essere stati presi d'assalto con un atto di pirateria internazionale. Due membri del comitato direttivo – Thiago Ávila (brasiliano) e Saif Abukeshek (cittadino spagnolo-svedese) – sono stati trattenuti per più di una settimana e infine espulsi dal governo israeliano.
Gli attivisti della Flotilla hanno promesso di continuare la loro mobilitazione.
2b - La Corte Internazionale di Giustizia
Il caso intentato dal Sudafrica contro Israele per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) prosegue, con il mondo diviso e nuove tensioni geopolitiche. Tra marzo e aprile, Islanda e Paesi Bassi hanno dichiarato di volersi unire alla causa di Pretoria, segno che il peso legale delle accuse inizia a far breccia anche in Europa.
Su altre posizioni è Annalena Baerbock, già leader dei Verdi tedeschi, poi ministro degli esteri della Germania e attualmente presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Baerbock ha difeso gli attacchi israeliani su siti civili come legittima difesa, sostenendo che certi luoghi possano "perdere lo status di protezione" se usati da gruppi armati, in linea con la dottrina israeliana. In discorsi del 2024, come quello al Bundestag, ha enfatizzato il diritto di Israele alla difesa post-7 ottobre, criticando accuse di genocidio come infondate.
2c - I giornalisti e la parola "genocidio"
Nel Regno unito si è svolto un braccio di ferro sulla possibilità, da parte dei giornalisti, di usare la parola "genocidio" in merito alle azioni militari compiute dall'esercito israeliano contro i civili. L'uso del termine "genocidio" in relazione a Israele era spesso ostacolato da contestazioni legali e pressioni politiche, e molti media lo evitavano per non incorrere in denunce costose.
Il 12 febbraio 2026, l'IPSO (l'organo di autoregolamentazione della stampa britannica) ha emesso il verdetto in cui si chiarisce che i giornali hanno un'ampia discrezionalità nell'uso del linguaggio, specialmente in pezzi di opinione, e che accusare Israele di genocidio rientra nella libertà di espressione e nella discrezionalità editoriale.
La sentenza dell'IPSO ha tracciato una linea chiara a favore della libertà di espressione, e da allora i giornali britannici hanno potuto usare il termine con maggiore sicurezza.
Sulla questione del "genocidio" a Gaza, Amnesty Internazional ha formalizzato la propria posizione in una apposita FAQ.
3 - Mai così alto il rischio di guerra nucleare
L'Orologio dell'Apocalisse (Doomsday Clock) è un indicatore simbolico ideato nel 1947 dal Bulletin of the Atomic Scientists (Università di Chicago) per rappresentare la vicinanza dell'umanità all'estinzione, causata dalla minaccia delle armi nucleari. La mezzanotte simboleggia la fine del mondo.
Il 27 gennaio 2026, il Bulletin of the Atomic Scientists (BAS) ha spostato le lancette del suo famoso Orologio dell'Apocalisse (Doomsday Clock) a 85 secondi dalla mezzanotte, stabilendo il nuovo e più allarmante primato da quando l'indicatore fu creato nel 1947, superando i suoi 89 e 90 secondi precedenti. La decisione, basata sulla valutazione degli esperti del BAS, riflette un panorama di pericoli esistenziali in rapido peggioramento. La "minaccia nucleare" rimane il perno della loro analisi, aggravata da conflitti geopolitici condotti all'ombra di potenziali escalation atomiche, da una crescente competizione tra potenze e dal fallimento degli accordi per il disarmo nucleare
La causa più immediata di questo allarme è il collasso dello storico sistema di controllo degli armamenti nucleari. Come ha ricordato Daniel Holz, presidente del BAS, nel 2026 "per la prima volta in oltre mezzo secolo, non ci sarà nulla che impedisca una corsa incontrollata agli armamenti nucleari". L'architettura di trattati che ha garantito una parvenza di stabilità durante la Guerra Fredda è ormai in rovina.
3a - Il crollo dell'architettura del disarmo: INF e New START
L'impianto di controllo degli armamenti, costruito in decenni, è stato smantellato. La tabella seguente ne mostra lo stato attuale.
La scadenza del New START, in particolare, ha lasciato il mondo senza alcun limite giuridico vincolante agli arsenali delle due maggiori potenze nucleari, che da sole possiedono la stragrande maggioranza delle testate globali. Non è un caso che, anche nel loro rapporto del 2026, gli scienziati del BAS abbiano indicato l'imminente scadenza di questo trattato come uno dei fattori decisivi per lo spostamento delle lancette.
3b - I negoziati NPT all'ONU
In questo contesto di crescente instabilità, dal 27 aprile al 22 maggio 2026 si tiene all'ONU, a New York, l'11ª Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT), che dovrebberappresentare l'occasione per rinsaldare il pilastro del sistema di disarmo globale. Tuttavia, l'incontro si sta svolgendo in un clima di profonda tensione. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha lanciato un duro avvertimento: "La fiducia e la credibilità si stanno assottigliando". Le divergenze geopolitiche tra le potenze nucleari, in particolare sull'Ucraina e sul programma nucleare iraniano, hanno paralizzato i negoziati, rendendo probabile l'ennesimo fallimento nel raggiungere un documento finale condiviso.
La conferenza è stata scossa anche da un acceso scontro diplomatico: l'elezione dell'Iran come vicepresidente della conferenza ha scatenato le proteste degli Stati Uniti, che hanno definito la scelta "oltre ogni vergogna e un imbarazzo per la credibilità" dell'incontro, mentre Teheran ha accusato Washington di violare il diritto internazionale. La delegazione cinese, dal canto suo, ha puntato il dito contro gli Stati Uniti, accusandoli di essere "la fonte primaria di instabilità" per aver fatto decadere il Trattato INF e il New START, impegnando al contempo quasi 100 miliardi di dollari all'anno per potenziare la propria forza nucleare.
3c - La scomparsa della "coscienza atomica"
Di fronte a questo scenario di pericolo inaudito, sancito dagli scienziati e confermato dai fallimenti diplomatici, emerge un paradosso sconcertante: l'allarme non trova eco nelle piazze. La società civile e i partiti progressisti, che nella seconda metà del secolo scorso avevano mobilitato milioni di persone per le campagne per il disarmo, appaiono oggi in gran parte silenti.
Diverse analisi sottolineano come la "minaccia nucleare" non abbia più la capacità di mobilitare le masse come un tempo, risultando quasi "normalizzata" nell'opinione pubblica.
Questa carenza di pressione dal basso spiega, almeno in parte, la scarsa attenzione mediatica e politica verso vertici cruciali come quello dell'NPT, mentre il mondo scivola in una nuova e pericolosa era di corsa agli armamenti senza alcun freno, proprio quando il Doomsday Clock non è mai stato così vicino alla mezzanotte.
4 - L'Africa denuclearizzata
Il Ghana ha ratificato il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) nel luglio 2025. Nel gennaio 2026 ha ospitato ad Accra la Conferenza Regionale dell’Africa occidentale e centrale sull’universalizzazione del TPNW, con 22 paesi partecipanti. Il paese è parte attiva del Trattato di Pelindaba che rende l’Africa zona libera da armi nucleari. Il presidente ghanese ha ribadito che la denuclearizzazione è un “imperativo morale”.
4a - La leadership del Ghana e dell'Austria
Il 27 gennaio 2026, il Ghana ha ospitato ad Accra una conferenza regionale sull’universalizzazione e l’implementazione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW). L’evento è stato organizzato con il governo austriaco, l’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), e ha visto la partecipazione di diciannove paesi dell’Africa occidentale e centrale.
4b - Un passo verso l’universalizzazione del TPNW
In apertura dei lavori, l’ambasciatrice Khadija Iddrisu, capo direttrice del Ministero degli Esteri ghanese, ha ricordato l’eredità del primo presidente Kwame Nkrumah, che all’ONU definì le armi nucleari “la più grande minaccia per la sopravvivenza dell’umanità”. Ha sottolineato che la ratifica unanime del TPNW da parte del parlamento ghanese nel giugno 2025, seguita dal deposito dello strumento di ratifica presso l’ONU nel settembre dello stesso anno e dalla conseguente entrata in vigore nel marzo 2026, ha rappresentato un atto di chiarezza morale in un contesto globale segnato dall’insicurezza crescente, ribadendo che “la proibizione delle armi nucleari non è solo un obbligo legale, ma un imperativo morale dovuto alle generazioni future”.
Il meeting ha affrontato quattro temi principali: le preoccupazioni per la sicurezza dell’Africa nel contesto globale attuale, le conseguenze umanitarie delle armi nucleari, le disposizioni del TPNW e le strategie per la sua universalizzazione in vista della prima Conferenza di Riesame, che si terrà a novembre 2026 a New York sotto la presidenza del Sudafrica.
La riunione ha anche sottolineato come il TPNW rafforzi il Trattato di Pelindaba che dal 2009 ha istituito l’Africa come zona libera da armi nucleari.
4c - La voce collettiva dell’Africa alle Nazioni Unite
L’impegno africano per il disarmo nucleare non si limita alle conferenze regionali. Il Gruppo Africano all’ONU ha mantenuto una pressione costante sulla comunità internazionale:
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8 ottobre 2025 – Prima Commissione dell’Assemblea Generale: il Gruppo Africano ha espresso profonda delusione per i fallimenti consecutivi delle Conferenze di Riesame del Trattato di Non Proliferazione (NPT) e ha riaffermato l’importanza del TPNW per rafforzare la norma globale contro le armi atomiche.
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29 aprile 2026 – 11ª Conferenza di Riesame dell’NPT: il rappresentante della Nigeria, ambasciatore Jimoh Ibrahim, ha lanciato un appello urgente per un’accelerazione del disarmo nucleare globale, avvertendo che le crescenti tensioni geopolitiche e il ristagno degli impegni stanno minando la pace e la sicurezza internazionale. Ha inoltre condannato gli accordi di nuclear-sharing ("condivisione nucleare") e le politiche di deterrenza estesa, definendoli incompatibili con lo spirito dell’NPT.
5 - ZOPACAS, una zona di pace per Africa e Sudamerica
Un altro tassello importante nella denuclearizzazione del continente è rappresentato dalla Zona di Pace e Cooperazione dell’Atlantico del Sud (ZOPACAS), un meccanismo diplomatico istituito dalle Nazioni Unite nel 1986 per mantenere la regione libera da armi nucleari e da altre armi di distruzione di massa. Lo ZOPACAS riunisce Brasile, Argentina, Uruguay e ventuno paesi della costa occidentale africana, dal Senegal al Sudafrica.
5a - Il ruolo del Brasile
L’8 e 9 aprile 2026, i rappresentanti di questi 24 paesi si sono incontrati a Rio de Janeiro per la 9ª Riunione Ministeriale dello ZOPACAS, in cui il Brasile ha assunto la presidenza del meccanismo per il prossimo biennio, succedendo a Capo Verde. Durante l’incontro sono stati firmati tre documenti – una convenzione sull’ambiente marino, una strategia di cooperazione articolata in quattordici aree tematiche e una dichiarazione politica – con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione e impedire che potenze extraregionali portino i loro conflitti nell’area.
5b - I paesi protagonisti della denuclearizzazione africana
| Paese | Ruolo / Iniziativa |
|---|---|
| Ghana | Ha ratificato il TPNW nel 2025, ha ospitato la conferenza regionale di Accra nel gennaio 2026 e promuove attivamente l’universalizzazione del trattato. |
| Sudafrica | Unico paese africano che ha sviluppato (e poi smantellato volontariamente) un proprio programma nucleare; presiederà la prima Conferenza di Riesame del TPNW a novembre 2026. |
| Nigeria | Ha portato la voce del Gruppo Africano all’11ª Conferenza di Riesame dell’NPT nell’aprile 2026, chiedendo misure concrete per il disarmo. |
| Austria | Co-organizzatrice della conferenza di Accra e co-chair del gruppo di lavoro informale sull’universalizzazione del TPNW. |
| Paesi ZOPACAS | Ventuno nazioni della costa atlantica africana (dal Senegal al Sudafrica) che, insieme a Brasile, Argentina e Uruguay, mantengono l’Atlantico del Sud libero da armi nucleari. |
L’Africa è oggi la più grande zona libera da armi nucleari del mondo, comprendendo 53 paesi e circa un miliardo di persone. La conferenza di Accra e gli sviluppi del 2026 dimostrano che i paesi africani non solo difendono questo status, ma stanno costruendo un’architettura istituzionale sempre più solida. Come ha ricordato Kotia, ambasciatore del Ghana, la spinta al disarmo è “un imperativo morale e una necessità di sicurezza per il continente africano”.
6 - La base militare che viola il Trattato di Pelindaba
L'arcipelago delle Chagos (Oceano Indiano) appartiene geograficamente all'Africa. La base militare di Diego Garcia, gestita da USA e Regno Unito, può supportare bombardieri B-52 e B-2 Spirit (con capacità nucleari) e sottomarini nucleari, violando il Trattato di Pelindaba che sancisce la denuclearizzazione dell'Africa.
6a - La deportazione dall'isola di Diego Garcia
Tra il 1967 e il 1973, il Regno Unito ha deportato forzatamente circa 2.000 Chagossiani per costruire la base militare nell'isola di Diego Garcia. Nel 2019 la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato illegale la separazione delle Chagos da Mauritius. Nell'ottobre 2024, Regno Unito e Mauritius hanno firmato un accordo che cede la sovranità a Mauritius ma mantiene la base in locazione per 99 anni. I Chagossiani possono tornare solo sulle altre 60 isole, non su Diego Garcia.
6b - Una base USA molto contestata
Mauritius è firmataria del Trattato di Pelindaba, che istituisce una zona libera da armi nucleari in Africa. Il Trattato vieta lo "stoccaggio, l'acquisizione, la sperimentazione, il possesso, il controllo o lo stazionamento di armi nucleari". Poiché l'isola di Diego Garcia sarebbe sotto la sovranità mauriziana, il governo dell'isola avrebbe il diritto di vietare alle forze statunitensi di trasportare o dispiegare armi nucleari sulla base militare.
6c - L'imbarazzo britannico
Il governo britannico ha ripetutamente affermato che il Trattato sul disarmo nucleare non interferirà con le operazioni di Diego Garcia. Tuttavia, da un punto di vista legale, il divieto di stazionamento di armi nucleari potrebbe entrare in vigore automaticamente dopo il trasferimento della sovranità di Mauritius, esercitando una profonda influenza sulla base strategica americana. La stampa britannica ha sottolineato che se l'accordo dovesse concretizzarsi, gli Stati Uniti potrebbero subire un "embargo sulle armi nucleari" sulla base di Diego Garcia.
7 - Campagna internazionale contro le spese militari
Dal 10 aprile al 9 maggio 2026 si è svolta la 15ª edizione del Global Days of Action on Military Spending (GDAMS), una mobilitazione internazionale che ogni anno unisce decine di migliaia di attivisti in tutti i continenti. Le GDAMS sono organizzate dalla Global Campaign on Military Spending (GCOMS), un'iniziativa permanente dell'International Peace Bureau (IPB).
7a - La mobilitazione della società civile
La campagna mette in condivisione un sito web interattivo con i dati delle spese militari collocate sul planisfero: https://demilitarize.org/interactive-milex-map/
Nel corso del mese, oltre 150 organizzazioni hanno aderito all'appello ufficiale delle GDAMS 2026, e più di 120 organizzazioni provenienti da 35 paesi hanno preso parte attiva alla campagna. Il movimento ha approfittato della pubblicazione dei dati SIPRI (che hanno rivelato una spesa militare mondiale di 2,88 trilioni di dollari nel 2025, con i soli Paesi NATO responsabili del 55% del totale) per sottolineare l'urgenza di una svolta.
7b - L'appello del 2026: contro la militarizzazione globale
L'appello delle GDAMS 2026, intitolato “A Call to Action Against Global Militarization”, ha tracciato un quadro drammatico della situazione internazionale: “Il numero di guerre e conflitti armati attivi oggi è il più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”. Il testo ha denunciato come l'impennata delle spese militari non sia né accidentale né inevitabile, ma rifletta “una più ampia rinascita dell'imperialismo e della militarizzazione, guidata dagli Stati Uniti”, e come i Paesi potenti continuino ad alimentare le guerre attraverso il trasferimento di armi e la competizione geopolitica.
La risposta a tutto questo, secondo l'appello, è chiara: “Chiediamo ai governi di intraprendere forti riduzioni delle loro spese militari e di reindirizzare quei fondi verso i settori sociale e ambientale”. La petizione chiedeva inoltre “il disarmo globale urgente, la riduzione degli arsenali nucleari e dei fondi ad essi destinati, l'interruzione del commercio di armi e la cessazione delle spedizioni di armi alle nazioni impegnate in conflitti”. Alla base di tutto, l'idea che “la guerra non porta sicurezza, né all'estero né a casa”, ma anzi genera repressione, autoritarismo e tagli ai servizi pubblici.
8 - Agenda 2030 a rischio: il costo umano del riarmo
Una verità scomoda sta emergendo con sempre maggiore chiarezza dai rapporti delle istituzioni internazionali: il sogno dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è stato messo in secondo piano dall'aumento delle spese militari e dalla frenesia bellica. Mentre i governi annunciano aumenti record delle spese per la difesa, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) – quel patto globale per eliminare la povertà, ridurre le disuguaglianze e salvare il pianeta – vengono sistematicamente svuotati di risorse e credibilità.
8a - L'allarme dell'ONU: il bivio del 2026
Il 2026 è iniziato con un avvertimento senza mezzi termini da parte del Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Nel suo discorso di fine anno, ha descritto la situazione attuale come il periodo più rischioso dalla Seconda Guerra Mondiale, con l'ordine internazionale al punto di rottura. Il monito è stato chiaro: l'umanità si trova a un bivio, e la direzione dipende esclusivamente dalle scelte politiche dei governi. Scelte che, fino ad oggi, hanno puntato decisamente sulla strada sbagliata.
8b - La bomba dei bilanci: un'arma puntata contro il futuro
I dati parlano più di mille parole. Secondo l'ultimo rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), pubblicato ad aprile 2026, le spese militari globali hanno continuato la loro inesorabile ascesa:
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2.887 miliardi di dollari spesi nel mondo nel 2025, con un aumento del 2,9% rispetto all'anno precedente.
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Questo segna l'undicesimo anno consecutivo di crescita della spesa militare globale, portando il "peso militare" sulla produzione mondiale (PIL) al 2,5%, il livello più alto dal 2009.
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Le nazioni del Patto Atlantico, da sole, contribuiscono per il 55% alla spesa bellica globale.
8c - Armi o welfare?
È il Fondo Monetario Internazionale (FMI) a descrivere l'amaro dilemma che i governi nascondono dietro cifre astronomiche. Nel suo World Economic Outlook di aprile 2026, l'istituto finanziario ha analizzato come l'aumento delle spese per la difesa avvenga sistematicamente a scapito di sanità, istruzione e coesione sociale. L'illusione ottica di un beneficio economico iniziale è destinata a svanire rapidamente, lasciando dietro di sé un pesante fardello di debito pubblico e inflazione. L'analisi per 164 Paesi mostra che, in media, l'aumento del budget militare peggiora i deficit fiscali di circa 2,6 punti percentuali del PIL e aumenta il debito pubblico di 7 punti percentuali in soli tre anni.
8d - Fame raddoppiata
Mentre il denaro viene dirottato verso le spese militari, la povertà e la fame avanzano. Il World Report on Food Crises 2026 ha lanciato l'allarme: i livelli di insicurezza alimentare acuta rimangono estremamente preoccupanti. Dal 2016, la fame acuta è raddoppiata in soli dieci anni.
La comunità internazionale si era data l'obiettivo di stanziare fondi senza precedenti per raggiungere i 17 obiettivi dell'Agenda ONU 2030. Oggi, quella promessa è in frantumi.
9 - Germania: rivolta dei giovani contro la reintroduzione della leva
Il 5 dicembre 2025 il Bundestag ha approvato la riforma del servizio militare (323 voti a favore, 272 contrari), entrata in vigore il 1° gennaio 2026. La legge prevede un questionario obbligatorio per tutti i giovani uomini del 2008, visite mediche obbligatorie a partire dal 1° luglio 2027 e la possibilità di un servizio obbligatorio di sei mesi, oltre a un salario di circa 2.600 euro.
L'obiettivo ufficiale è quello di aumentare le file della Bundeswehr da 184.000 a 270.000 entro il 2035. Se non si raggiungesse il numero di volontari, il Bundestag potrebbe ripristinare la leva obbligatoria. Il ministro della Difesa Boris Pistorius (SPD) punta a una forza di 260.000-270.000 soldati attivi, più una riserva fino a 460.000 unità.
9a - Nuova ondata di scioperi studenteschi
L'8 maggio 2026, nel 81° anniversario della liberazione dal nazismo, decine di migliaia di studenti sono scesi in piazza in oltre 130 città sotto il motto "Schulstreik gegen die Wehrpflicht" (sciopero scolastico contro la leva). A Berlino, la polizia ha contato 1.200 partecipanti (gli organizzari 5.000) ad una marcia dal Brandeburgo alla sede della CDU. Ad Amburgo, circa 6.000 studenti hanno manifestato, mentre in tutte le altre città tedesche la mobilitazione è stata numerosa.
Slogani utilizzati: "Bildung statt Bomben" (istruzione invece di bombe), "Nicht unser Krieg" (non è la nostra guerra), "Berlin statt Front" (Berlino invece del fronte). Una delegazione del movimento ha detto: "I ricchi vogliono la guerra, i giovani un futuro". Un'organizzazione studentesca si è rivolta al cancelliere Friedrich Merz in modo molto plateale e ha affermato: "Abbiamo marci nelle scuole, ci viene tolto il passaporto culturale, ma dovremmo andare al fronte".
9b - Le marce di Pasqua: resistenza alla leva e alle spese per armamenti
Dal 2 al 6 aprile 2026, decine di migliaia di cittadini hanno partecipato alle tradizionali Ostermärsche in oltre 100 città, rivendicando la fine della leva, il ritiro dei missili a medio raggio USA dalla Germania e la fine dei negoziati di pace tra Russia e Ucraina e Medio Oriente. Gli organizzatori del Netzwerk Friedenskooperative hanno parlato di "diverse decine di migliaia" di partecipanti e hanno valutato positivamente il coinvolgimento di giovani attivisti, che erano in molti casi tra i relatori.
Tuttavia, i manifestanti erano spesso in età avanzata e la maggior parte dei relatori ha ammesso che la mobilitazione potrebbe essere maggiore. Il numero di partecipanti è stato più o meno lo stesso dell'anno precedente, nonostante la tensione nella politica mondiale.
9c - Questionario e resistenza giovanile
Secondo i dati ufficiali del ministero della Difesa, oltre il 90% dei giovani uomini raggiunti ha restituito i moduli del sondaggio entro la scadenza, e il 28% di essi ha dichiarato di non essere disposto a prestare servizio militare. Il ministero ha precisato che i tassi di risposta sono più alti del previsto, ma la riforma è comunque "partita bene". Circa 10.000 uomini non hanno ancora risposto e rischiano una multa di 250 euro.
Nei primi tre mesi del 2026, le domande di obiezione di coscienza sono state 2.656, quasi tante quante nell'intero anno 2024 (quasi 2.998). A quel ritmo, il 2026 potrebbe raggiungere il livello più alto di obiezioni di coscienza da quando la coscrizione è stata sospesa nel 2022.
Il movimento studentesco è sostenuto dalla Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft (GEW) Berlin e dalle organizzazioni pacifiste più antiche della Germania: DFG-VK (fondata nel 1892), Netzwerk Friedenskooperative, Pax Christi, War Resisters' International e l'ala pacifista della SPD. Il Parlamento dovrebbe decidere in futuro se ripristinare la leva obbligatoria, ma la mobilitazione giovanile rimane alta e chi studia le condizioni dell'istruzione non accetta di essere costretto a combattere.
9d - Neonazisti nelle forze armate
Mentre la Germania si prepara a un riarmo storico, le forze armate sono scosse da uno scandalo: decine di soldati indagati per saluti nazisti e violenze sessuali. Nel reggimento paracadutisti di Zweibrücken, 59 militari sono coinvolti con oltre 200 capi d’accusa. Il ministro Pistorius parla di fatti “scioccanti”, e si evidenziano fallimenti sistemici. Casi simili si ripetono da anni, con un aumento dell’estremismo di destra. Lo scandalo rischia di danneggiare il reclutamento, in particolare quello femminile.
10 - Bruxelles: "Welfare not Warfare", l'Europa si mobilita contro il riarmo
Domenica 14 giugno 2026, a partire dalle ore 14:00, la capitale europea sarà il palcoscenico di una manifestazione continentale contro la militarizzazione della società. L'evento, organizzato dalla coalizione europea StopReArmEurope insieme alla piattaforma belga Stop Militarisation, si svolgerà nel quartiere Brussels North, con punto di ritrovo presso la stazione Brussel-Noord.
10a - Il contesto: il piano di riarmo da 800 miliardi
La mobilitazione nasce per opporsi al programma "ReArm Europe / Readiness 2030", un piano presentato dalla Commissione Europea il 4 marzo 2025 dalla presidente Ursula von der Leyen. Secondo le parole della presidente, "l'era del dividendo di pace è finita da tempo" e "dobbiamo preparare il continente per una decina d'anni di tensione strategica", dichiarazione che riflette la svolta epocale nella politica di sicurezza europea. Il piano prevede di mobilitare quasi 800 miliardi di euro in cinque anni per rafforzare le capacità militari degli Stati membri, investimenti per i quali ha dichiarato: "Viviamo nel periodo più importante e pericoloso. Questo è il momento per l'Europa e siamo pronti a intervenire". La strategia si articola in diverse misure, tra cui l'attivazione di una clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità e Crescita per consentire aumenti della spesa militare senza innescare procedure per deficit eccessivo, la concessione di 150 miliardi di euro in prestiti agli Stati membri per investimenti nella difesa e la possibilità di riprogrammare i fondi di coesione – tradizionalmente destinati allo sviluppo delle regioni più povere – per finalità militari.
La mobilitazione di Bruxelles si inserisce in quel crescente sforzo di opposizione, con l'obiettivo di contrastare questo cambio di rotta epocale.
10b - La mobilitazione: "Welfare not Warfare"
La manifestazione, che si svolgerà nel pomeriggio del 14 giugno, sarà seguita da una "settimana di azione decentralizzata" in tutta Europa, dal 14 al 21 giugno, per estendere la protesta a livello locale. Lo slogan della giornata, "Welfare not Warfare" (Benessere, non guerra), riassume la principale richiesta dei promotori: investire nelle persone e nei servizi pubblici, non nelle armi e nella militarizzazione della società. L'appello alla mobilitazione denuncia la scelta della UE di destinare fondi precedentemente destinati "alla coesione sociale e allo sviluppo regionale", pari a circa 392 miliardi, per finanziare la corsa agli armamenti.
Il programma della giornata prevede il ritrovo alle ore 14:00 alla stazione Brussels North, una grande marcia per le vie della città e un'assemblea internazionale di StopReArmEurope nel tardo pomeriggio, in cui i coordinatori della coalizione provenienti da tutta Europa si incontreranno per la prima volta di persona, al fine di pianificare le prossime tappe della mobilitazione.
10c - Una coalizione in crescita: oltre 2000 organizzazioni
Secondo fonti della coalizione, la manifestazione del 14 giugno vedrà la partecipazione di oltre 2000 organizzazioni da tutta Europa, con delegazioni attese da almeno 25 Paesi. Promotore dell'evento è StopReArmEurope, un'ampia coalizione apartitica nata nel 2025 che oggi rappresenta oltre 800 organizzazioni e movimenti della società civile europea, ai quali si aggiungono i numerosi gruppi aderenti alla piattaforma belga Stop Militarisation in Belgio. La coalizione riunisce sindacati, ONG pacifiste, movimenti ecologisti, associazioni studentesche, gruppi femministi e organizzazioni per i diritti umani, accomunati dalla richiesta di una "sicurezza incentrata sui bisogni umani, come la sicurezza ambientale e climatica, la sicurezza alimentare ed economica, la sicurezza sociale e sanitaria".
Le richieste della mobilitazione sono:
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investire nelle persone, non nella guerra: più risorse per sanità, istruzione, lavoro dignitoso, transizione climatica, protezione sociale;
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rispettare il diritto internazionale: applicare la Carta ONU, proteggere i diritti umani e del lavoro;
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scegliere il dialogo e la diplomazia: avvicinare i popoli invece di contrapporli;
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sostenere la cooperazione internazionale e il disarmo come uniche vie per una pace duratura.
10d - Il contesto belga: militarizzazione in atto
La mobilitazione di giugno si inserisce in un contesto belga di rapida militarizzazione che ha visto crescere la mobilitazione pacifista sin dall'inizio dell'anno. Il 13 marzo 2026, una trentina di attivisti della piattaforma Stop Militarisation ha manifestato davanti al salone dell'armamento BEDEXal Brussels Expo, denunciando la "cultura della sicurezza" del governo De Wever, le vendite di armi all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi, e la presenza di espositori legati a crimini di guerra.
La protesta rientra in una strategia di pressione continua contro le scelte del governo federale, che:
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il 24 aprile 2026 ha approvato un investimento di 623 milioni di euro per la modernizzazione dei veicoli della forza terrestre;
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nonostante il nuovo governo "Arizona" abbia annunciato pesanti tagli sociali, ha fatto passare le spese militari aggiuntive "senza alcun dibattito".
I pacifisti denunciano che in Belgio, paese che ospita la sede della NATO e numerose aziende della difesa, "milioni vengono spesi in armamenti e preparazione ai conflitti, soldi che vengono sottratti ai servizi sociali, alla sanità, all'istruzione, al lavoro". Inoltre, cresce la preoccupazione per la scelta del governo di aumentare le esportazioni di armi verso Paesi terzi in violazione della legge belga sugli armamenti. La piattaforma Stop Militarisation chiede ufficialmente al governo di "rivedere profondamente" l'accordo di coalizione, costruendo una nuova "architettura di sicurezza inclusiva, che dia un posto centrale alla diplomazia, al disarmo, alla giustizia sociale e alla sostenibilità ambientale".
10e - Le adesioni: unite nella protesta
Alla mobilitazione hanno già aderito numerosi soggetti:
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Partito della Sinistra Europea: ha lanciato un appello ufficiale per un'affluenza massiccia alla manifestazione;
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Sindacati belgi FGTB e CSC: tra i principali organizzatori con Stop Militarisation;
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Vrede vzw: l'associazione pacifista belga che coordina la comunicazione della mobilitazione;
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NOVACT: organizzazione internazionale per la pace e la trasformazione nonviolenta dei conflitti;
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Campaign for Nuclear Disarmament (CND) UK: ha invitato i propri sostenitori a partecipare o organizzare azioni locali nella settimana del 14-21 giugno;
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centinaia di organizzazioni da oltre 25 Paesi europei.
10f - Il peso delle lobby: l'influenza dell'industria bellica
A rafforzare le preoccupazioni dei pacifisti contribuiscono i dati sulle lobby delle armi a Bruxelles, che hanno raggiunto un livello senza precedenti nel 2025-2026. Secondo un rapporto pubblicato da StopReArmEurope e dalle organizzazioni partner, tra giugno 2024 e giugno 2025 i parlamentari europei hanno incontrato i lobbisti delle armi 197 volte, rispetto alle 78 dei cinque anni precedenti. Nello stesso periodo, la Commissione Europea ha avuto 89 incontri con lobbisti delle armi, contro solo 15 con sindacati, ONG o scienziati sugli stessi temi di riarmo e geopolitica.
Nel frattempo, i maggiori gruppi industriali della difesa hanno aumentato i loro budget di lobbying del 40% tra il 2022 e il 2023, portando la coalizione a denunciare la trasformazione della politica europea, che viene segnata non dal bisogno pubblico, ma dalle potenti lobby delle aziende di armamenti, la cui influenza è esplosa nelle istituzioni europee.
La manifestazione del 14 giugno Bruxelles rappresenta il primo grande test della capacità della società civile europea di opporsi unitariamente all'enorme sforzo di riarmo in corso. Come afferma l'appello della coalizione: "L'Europa si trova a un bivio: investire nella vita o sovvenzionare il macchinario della morte. La prossima generazione ci sta guardando e merita un futuro costruito sulla giustizia, la solidarietà e la sicurezza comune, non sui profitti dell'industria bellica".
11 - Guerra in Ucraina: il caso del disertore russo Georgy Avaliani
La situazione del disertore russo Georgy Avaliani è ancora aperta.
Dopo essere fuggito dal fronte in Ucraina ed essersi rifugiato in Germania, ha ricevuto a fine gennaio 2026 un diniego di asilo dalle autorità tedesche. Ad oggi, tuttavia, nessun rimpatrio forzato in Russia è stato eseguito: vive ancora in Germania con la famiglia, in attesa dell’esito del ricorso presentato contro la decisione dell’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati (BAMF).
Avaliani, ingegnere e padre di due figli, era stato mobilitato nell’autunno del 2022. Dopo la diserzione, venne catturato, torturato e rinchiuso in una struttura nel Donbass. Riuscì a fuggire al terzo tentativo e raggiunse la Germania nel 2025, seguito dalla moglie e dai figli. In Russia è aperto un procedimento penale per diserzione.
Nel respingere la richiesta, il BAMF ha sostenuto che la mobilitazione in Russia non costituisce di per sé una persecuzione politica e che le dichiarazioni pubbliche del presidente Vladimir Putin sulla fine della mobilitazione ridurrebbero il rischio per un eventuale rientro. I funzionari hanno inoltre citato l’importo simbolico della multa prevista per la diserzione – circa 300 euro – come elemento a sostegno del diniego.
Secondo un’analisi dell’associazione A Farewell to Arms e delle inchieste di Mediazona, il BAMF avrebbe utilizzato blocchi di testo standardizzati in diversi casi simili, senza valutare le singole circostanze.
A seguito del rifiuto, Avaliani ha presentato ricorso dinanzi al tribunale amministrativo. Finché il procedimento è pendente, la misura dell’espulsione non è eseguibile.
Il caso Avaliani resta in attesa di una decisione definitiva.
12 - Australia: David McBride è ancora in carcere per aver rivelato crimini di guerra in Afghanistan
David McBride è ancora in carcere. La sua colpa? Aver rivelato la verità su crimini di guerra commessi da soldati australiani in Afghanistan, tra il 2005 e il 2016.
Come ex avvocato militare, McBride prestò giuramento di servire l'Australia e il suo popolo. Nel 2017, le sue rivelazioni portarono alla serie "The Afghan Files", che innescò un'inchiesta ufficiale (il Rapporto Brereton) confermando "informazioni credibili" su 23 incidenti in cui erano stati uccisi 39 civili afghani.
McBride ha pagato un prezzo altissimo: è ora in carcere. Tuttavia, la sua coraggiosa lotta ha messo in luce verità scomode. Come affermano i suoi sostenitori, "non può essere un crimine denunciare un crimine" e "non può essere illegale dire la verità".
McBride è un esempio di integrità morale che può essere paragonato alla storia di John Kiriakou, agente tella CIA che denunciò le torture nelle operazioni antiterrorismo della CIA, o alla storia di Daniel Hale, l'analista dell'intelligence dell'aeronautica statunitense che ha evidenziato l'alto numero di vittime civili nei raid dei droni. Tutti finiti in carcere per aver rivelato la verità sui crimini di guerra.
13 - Israele: i pacifisti resistono e crescono
Mentre il governo israeliano prosegue nella guerra su più fronti, migliaia di cittadini continuano a dire no. Il 30 aprile 2026, l'Expo di Tel Aviv ha ospitato la terza edizione del "People's Peace Summit" , organizzato dalla coalizione "It's Time" (oltre 80 organizzazioni israelo-palestinesi). Il tutto esaurito ha dimostrato che il campo della pace non è scomparso, nonostante l'isolamento mediatico e politico.
All'evento hanno partecipato la cantante Noa, icona del movimento pacifista, e altri attivisti.
13a - Le organizzazioni che non mollano
Tra gli 80 gruppi della coalizione spiccano nomi storici:
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Peace Now (soluzione dei due Stati, contro gli insediamenti)
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Standing Together (mobilitazione ebraico-araba)
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Women Wage Peace (il più grande movimento femminile per la riconciliazione)
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Breaking the Silence (ex soldati che documentano l'occupazione)
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Combatants for Peace (ex combattenti israeliani e palestinesi)
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Parents' Circle (famiglie in lutto da entrambe le parti)
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B'Tselem (diritti umani)
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Machsom Watch (donne ai posti di blocco)
13b - Repressione e stigma sociale
Durante il summit, gruppi di estrema destra hanno circondato i partecipanti con insulti. Come ha detto uno studente all'AFP: "La parola 'pace' si è trasformata in una parolaccia in questo paese". Il governo usa strumenti legislativi per reprimere il dissenso, e la polizia disperde le manifestazioni anti-guerra con violenza e arresti arbitrari, denunciano gli attivisti di Mesarvot (rete di obiettori di coscienza).
13c - Il coraggio degli obiettori ("refusenik")
Il prezzo più alto lo pagano i giovani che rifiutano il servizio militare:
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Yuval Peleg, 18 anni, imprigionato cinque volte (totale 130 giorni), rilasciato il 6 gennaio 2026. Ha dichiarato: "Le Forze di Difesa Israeliane hanno rivelato il loro vero volto, quello di un'organizzazione criminale".
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Yona Roseman, 19 anni, obiettore transessuale di Haifa: "Dopo l'inizio del genocidio, non potevo arruolarmi".
Laura Boldrini, presidente del Comitato diritti umani della Camera italiana, ha proposto di riconoscere lo status di rifugiato agli obiettori israeliani che lasciano il paese per paura della repressione.
13d - Il peso morale: reduci che parlano
Il quotidiano Haaretz ha pubblicato il 17 aprile un'inchiesta dal titolo "Mi sentivo un mostro". Le testimonianze raccolte sono agghiaccianti:
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Un reduce ha confessato di aver "sparato a un anziano e tre ragazzini disarmati"; dopo l'intervista è stato ricoverato in psichiatria.
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Un riservista reduce da Khan Yunis: "C'erano attacchi aerei ogni singolo minuto. Non so quanti palestinesi abbiamo ucciso in quei giorni".
14 - La resistenza dei pacifisti giapponesi: la sfida al riarmo
Il GCAP: il cacciabombardiere che infiamma le proteste
Il Global Combat Air Programme (GCAP) è il programma militare tripartito tra Giappone, Regno Unito e Italia che mira a sviluppare il primo caccia di sesta generazione al mondo. Molto più di un semplice aereo, il GCAP è concepito come un sistema di combattimento globale integrato, che sfrutta l'intelligenza artificiale per coordinare droni, altre risorse militari e infrastrutture satellitari in una rete "combact cloud". Il governo giapponese vede in questo progetto un pilastro della propria strategia di contenimento della Cina e una frontiera tecnologica per l'export bellico, dopo aver revocato il divieto di esportazione di armi letali in vigore dal secondo dopoguerra.
14a - La piazza si mobilita: una marea umana per difendere l'Articolo 9
Le proteste contro la revisione della Costituzione e il riarmo hanno assunto dimensioni imponenti nel primo trimestre del 2026, con una mobilitazione che ha raggiunto il suo culmine in occasione del Giorno della Costituzione, il 3 maggio.
Ecco le tappe principali di questa escalation di piazza.
Il momento di svolta è stato il 19 aprile, quando una manifestazione di 36.000 persone ha circondato l'area del Parlamento. Poco più di due settimane dopo, il 3 maggio, in occasione del 79° anniversario dell'entrata in vigore della Costituzione pacifista, la marea umana è cresciuta ulteriormente fino a raggiungere la cifra record di 50.000 partecipanti al Tokyo Ariake Disaster Prevention Park. Queste manifestazioni, organizzate da comitati civili come "We Want Our Future" e "Don't Destroy Article 9", sono state simultaneamente replicate in 137 località in tutte le prefetture giapponesi, rendendo il dissenso ormai un fenomeno nazionale.
Slogan come "Proteggere l'Articolo 9", "No alla guerra" e "Takaichi, dimettiti" sono riecheggiati ininterrottamente per settimane. Molti manifestanti hanno espresso una paura profonda e radicata: quella di vedere il Giappone trasformarsi in un paese "capace di fare la guerra", un grido d'allarme condiviso anche da coloro che, come Takahashi, una partecipante, ricordano come "il Giappone inflisse una enorme sofferenza a tutta l'Asia in tempo di guerra" e si oppongono alla modifica della Costituzione che fu redatta riflettendo su quella storia.
14b - I giovani al centro della lotta costituzionale
Un aspetto saliente di questa ondata di proteste è stata la massiccia partecipazione giovanile, un fenomeno nuovo per il movimento pacifista giapponese. Le nuove generazioni, pur non avendo vissuto direttamente le devastazioni belliche, sono scese in piazza con una consapevolezza inedita.
La maggioranza parlamentare e il governo vogliono avviare la procedura di revisione costituzionale. I giovani attivisti per la pace hanno risposto con una mobilitazione crescente e sempre più creativa. Il movimento giovanile ha organizzato persino un rave con slogan per la pace e sfruttato i social media per diffondere il messaggio e coordinare gli eventi, dimostrando una capacità comunicativa che ha saputo rompere gli schemi tradizionali delle manifestazioni pacifiste.
14c - I principali soggetti della mobilitazione pacifista
Numerosi sono i soggetti che stanno guidando la resistenza al riarmo del paese.
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Nihon Hidankyo: la confederazione delle organizzazioni dei sopravvissuti alle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, Premio Nobel per la Pace 2024.
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Gensuikyo: la più grande ONG pacifista giapponese, che promuove la messa al bando delle armi nucleari.
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Peace Boat: l'organizzazione che dal 1983 promuove la riconciliazione e l'educazione alla pace attraverso i suoi viaggi navali.
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Soka Gakkai International: il movimento buddista laico che ha integrato il pacifismo come pilastro della propria dottrina.
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Partito Comunista Giapponese: ha assunto un ruolo centrale nella propaganda e nell'organizzazione delle proteste di piazza.
14d - Il GCAP nel mirino: le ragioni dell'opposizione
Nel cuore della campagna pacifista, il programma GCAP (caccia di sesta generazione) rappresenta emblematicamente ciò che il movimento rifiuta. L'opposizione si fonda su tre pilastri.
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La violazione dello spirito dell'Articolo 9: il GCAP non è un caccia difensivo, ma un'arma d'attacco progettata per proiettare la potenza militare giapponese ben oltre i propri confini. La sua mera esistenza, secondo i critici, svuota di significato la clausola pacifista della Costituzione.
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Il pericolo dell'esportazione di armi: il governo giapponese ha dovuto modificare i propri principi per consentire l'esportazione del GCAP a paesi terzi, rompendo un tabù che reggeva dal secondo dopoguerra. Gli attivisti temono che questa decisione trasformi il Giappone in un trafficante di morte, alimentando i conflitti in tutto il mondo e violando lo spirito della Costituzione.
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I costi astronomici e la mancanza di dibattito: il GCAP è destinato a diventare il programma militare più costoso nella storia giapponese.
14e - Il contesto internazionale e le prospettive future
La presidente del Consiglio Sanae Takaichi non ha mostrato alcuna volontà di arretrare. Anzi, alla convention del suo partito dell'aprile 2026, ha dichiarato che "è giunto il momento" di riformare la Costituzione, impegnandosi a presentare una proposta entro l'anno. La mobilitazione della società civile, però, non è destinata a placarsi.
15. Ruanda e M23: il saccheggio militare del coltan congolese
A oltre un anno dalla presa di Goma (gennaio 2025), l’occupazione dell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC) da parte della milizia M23 (Movimento del 23 Marzo) e dell’esercito ruandese (RDF) ha assunto le caratteristiche di un vero e proprio saccheggio industriale. Secondo il governo congolese e numerosi rapporti delle Nazioni Unite, il Ruanda non si limita a sostenere le milizie M23 che atttaccano la Repubblica Democratica del Congo, ma controlla direttamente il traffico di minerali preziosi attraverso una complessa rete di contrabbando.
Un nuovo rapporto del Congo Research Group (CRG) dell’Università di New York, pubblicato nell’aprile 2026, rivela l’entità del sistema di spoliazione. A settembre 2025, l’M23 controllava infatti 45 siti minerari nelle province del Nord e Sud Kivu, includendo coltan, oro e cassiterite (ampiamente utilizzata per la fabbricazione di apparecchiature elettroniche inclusi telefoni cellulari, smartphone e tablet). Da solo, il movimento ribelle dichiara di generare entrate per circa dieci milioni di dollari al mese attraverso una vera e propria amministrazione fiscale parallela con cui tassa ogni aspetto dell’estrazione e del commercio.
15a - Il contrabbando
I numeri del contrabbando, riportati in vari report internazionali e nelle denunce del governo congolese, delineano un quadro che può essere così riassunto.
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Coltan (minerale strategico per l’elettronica): solo dalla miniera di Rubaya (responsabile del 15-20% del coltan mondiale), vengono estratte illegalmente tra le 112 e le 125 tonnellate al mese, convogliate esclusivamente verso il Ruanda.
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Esportazioni ruandese in aumento anomalo: dal controllo di Rubaya (aprile 2024), le esportazioni di tantalio dal Ruanda sono aumentate di quasi quattro volte nel primo semestre 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
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Riciclaggio di minerali: i minerali portati via dalle miniere congolesi vengono sistematicamente mescolati alla limitata produzione nazionale ruandese e riesportati come “originari del Ruanda”. Basti pensare che le esportazioni di oro del Ruanda hanno raggiunto 1,5 miliardi di dollari nel 2024 (quasi il doppio dell’anno prima), mentre la sua produzione interna ammonta a soli 350 kg all’anno, per un valore di appena 20-30 milioni di dollari.
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Un rapporto dell’UN Group of Experts del luglio 2025 ha documentato che circa 686 tonnellate di minerali sono state contrabbandate dall’inizio del 2025 e che i minerali provenienti dalle aree controllate dall’M23 vengono mescolati sistematicamente con la produzione ruandese prima dell’esportazione.
Il governo congolese ha denunciato il “flagrante fallimento” dei meccanismi internazionali di tracciabilità, in particolare l’ITSCI (International Tin Supply Chain Initiative), che non riescono a distinguere i minerali rubati da quelli legittimi.
15b - La richiesta di sanzioni
Il 28 gennaio 2025, nel pieno dell’offensiva M23 su Goma, la ministra degli Esteri congolese, Thérèse Kayikwamba Wagner, ha chiesto con forza al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di imporre sanzioni drastiche contro il Ruanda. Le sue richieste sono state chiare e dirette:
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Un embargo totale sulle esportazioni di minerali etichettati come ruandesi, in particolare coltan e oro, per tagliare i finanziamenti alla guerra.
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Sanzioni mirate contro la catena di comando delle Forze di Difesa Ruandesi (RDF) per “minare la sua capacità di fare guerra alla RDC”.
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Il congelamento degli averi e il divieto di viaggio per le autorità ruandesi.
“Le parole non sono bastate a porre fine alla sofferenza umana e all’aggressione contro Goma. È ora che il Consiglio di Sicurezza agisca”, ha dichiarato la ministra. Wagner ha inoltre sottolineato che ogni minuto senza un’azione del Consiglio è “una vittoria per l’aggressore”.
15c - La rete "Insieme per la pace"
Mentre la diplomazia procede a rilento, la società civile congolese non hanno mai smesso di premere affinché l’Unione Europea rompa i suoi rapporti economici con Kigali. In prima linea in questa lotta c’è John Mpaliza, ingegnere italo-congolese e portavoce della rete “Insieme per la Pace in Congo”.
Mpaliza, che già nel 2012 marciò a piedi fino a Bruxelles, denuncia con forza come l’Europa sia complice del saccheggio attraverso i suoi accordi commerciali. La sua rete ha più volte chiesto la sospensione del Memorandum of Understanding (MoU) sui minerali tra l’UE e il Ruanda, firmato il 19 febbraio 2024, che di fatto facilita l’importazione illegale di minerali congolesi.
Le pressioni della società civile e della diaspora, sostenute anche da ONG come Human Rights Watch, hanno avuto un effetto concreto. Nel febbraio 2025, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione storica con 443 voti favorevoli (4 contrari, 48 astenuti) che chiede la sospensione immediata dell’accordo minerario con il Ruanda, fino a prova dell’interruzione del sostegno all’M23.
Come riportato da Euobserver a marzo 2026, le pressioni su Bruxelles continuano.
Ha dichiarato Mpaliza: “Sono indispensabili sanzioni concrete contro il regime ruandese".
15d - Aggiornamenti al maggio 2026
Nonostante le sanzioni e le risoluzioni, la situazione rimane drammaticamente complessa e fluida.
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Ritiro e riposizionamento (11-13 maggio 2026): Secondo RTBF e SOS Médias Burundi, l’M23 ha iniziato un ritiro da diverse località strategiche. Le milizie si sarebbero ritirate dalla piana di Rusizi (Sud Kivu), dove erano penetrate a dicembre 2025 per ripiegare verso la posizione iniziale di Kamanyola.
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Reazioni degli Stati Uniti: gli USA hanno inflitto sanzioni pesanti alla RDF (Rwandan Defence Force) e al capo di stato maggiore, accusandoli di aver formato, equipaggiato e combattuto al fianco dell’M23. Dai resonconti della rivista missionaria Nigrizia emergerebbe tuttavia che l'intervento degli USA avrebbe come scopo nascosto quello di ricevere una compensazione in minerali preziosi dal Congo; quest'ultimo avrebbe usufruito anche del supporto di mercenari inviati da compagnie militari statunitensi e non solo.
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L’Onu si muove: il 21 febbraio 2025 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato all’unanimità la risoluzione 2773, presentata dalla Francia, che chiede la cessazione immediata delle ostilità nell’est della RDC, il ritiro dell’M23 dalle aree occupate e la fine del sostegno militare del Ruanda ai ribelli, compreso il ritiro delle forze ruandesi dal territorio congolese. La risoluzione riafferma inoltre il regime di sanzioni ONU contro i responsabili dell’escalation del conflitto. il 2 maggio 2026, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha adottato una risoluzione (Francia) per chiedere la fine immediata delle ostilità, il ritiro dell’M23 e del Ruanda, minacciando nuove sanzioni ai “prolungatori del conflitto”.
Grazie all’instancabile lavoro di informazione e pressione di attivisti come John Mpaliza e la rete “Insieme per la Pace”, il tema del legame tra i minerali del Congo e l’industria hi-tech europea è finalmente al centro del dibattito pubblico. La lotta per la pace è oggi prima di tutto una lotta per la trasparenza delle filiere e la fine dell’impunità.
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