Panorama globale dei conflitti geopolitici e dei movimenti pacifisti
ALBERT - Bollettino internazionale per la pace e il disarmo
C'è stato un tempo in cui il movimento per la pace poteva contare su veri e propri bollettini internazionali. Pubblicazioni periodiche, spesso prodotte da reti pacifiste che raccoglievano informazioni da decine di paesi, le traducevano, le analizzavano e le restituivano come un racconto organico e condiviso. Quei bollettini sono scomparsi. Oggi i social network danno l'illusione di una comunicazione globale istantanea: si condivide, si commenta, si "mette like". In realtà, al di là delle buone intenzioni, ciò che emerge è un flusso caotico e disordinato di informazioni, frammentato in mille rivoli. Ogni associazione pubblica il proprio comunicato, ogni campagna lancia il proprio hashtag, ogni gruppo organizza la propria iniziativa. Ma il quadro d'insieme, la visione globale, il contesto – tutto ciò che permette di capire che la lotta è una sola – si perde. L'informazione pacifista rischia così di diventare rumore di fondo, facilmente ignorabile dai grandi media e dalle opinioni pubbliche.
È in questo contesto che nasce Albert, il nuovo bollettino internazionale per la pace e il disarmo.
1 - Sudan: la più grande crisi umanitaria del mondo oggi
Mentre le potenze mondiali concentrano i riflettori altrove, il Sudan è sprofondato in una catastrofe umanitaria senza precedenti. Da oltre tre anni, il paese è dilaniato da una guerra che ha già superato per numero di vittime e livelli di distruzione molti altri conflitti contemporanei. Eppure, la comunità internazionale è distratta e questa guerra è stata "dimenticata" perché a nessuno fa comodo ricordarla. In prima voce del bollettino tentiamo un'analisi delle cause e riportiamo l'appello inascoltato dell'UNICEF.
1a - La guerra che il mondo ha cancellato dall'agenda
La data del 15 aprile 2026 segna un tragico anniversario: tre anni di guerra tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF). Scattata il 15 aprile 2023 con la presa del controllo di vaste aree di Khartoum da parte delle RSF, la guerra si è rapidamente trasformata in una delle peggiori crisi umanitarie del nostro tempo, spesso descritta come "la guerra dimenticata" a causa della scarsissima copertura mediatica ricevuta. L'attenzione è stata focalizzata sul sanguinoso scontro bellico in Ucraina.
Dopo un primo anno in cui la guerra in Sudan era stata in gran parte dimenticata dai media globali, alcuni episodi di violenza estrema come il massacro di El Fasher nella seconda metà del 2025 hanno riportato per un breve periodo l'attenzione del mondo sul paese.
Ma quell'attenzione è durata pochissimo. Il genocidio dei palestinesi a Gaza ha polarizzato l'attenzione. Inoltre l'esplosione di altri eventi internazionali, come la guerra in Iran, ha rapidamente fatto scomparire la finestra mediatica per il Sudan.
1b - I numeri del disastro
Le cifre che descrivono il disastro umanitario in questa guerra africana sono impietose e raccontano una realtà di sofferenza incommensurabile.
Persone uccise e sfollate: per il conflitto in corso (2023–2026) le stime più consolidate parlano di circa 25–30 mila morti “ufficiali”, con stime più ampie che arrivano a oltre 150 mila morti se si includono fame, malattie e conseguenze indirette. Più di 11 milioni di persone sono sfollate all'interno del paese, mentre oltre 4,5 milioni sono fuggite attraverso i confini, in particolare verso Ciad, Sud Sudan ed Egitto, mettendo a dura prova i già fragili sistemi di accoglienza di quelle nazioni.
Una generazione perduta: circa 8 milioni di bambini sono lontani dai banchi di scuola da tre anni, e in Darfur la situazione è ancora più drammatica. Un numero sconosciuto di bambini è stato ucciso, mutilato, violentato o arruolato nei combattimenti.
Carestia e carenza di cibo: circa 28,9 milioni di persone in tutto il paese sono in una situazione di grave insicurezza alimentare, mentre per oltre 10 milioni la fame è già estrema, con alcune regioni del Nord Darfur che sono ufficialmente in stato di carestia.
Crollo dei servizi essenziali: più dell'80% degli ospedali è fuori uso a causa dei combattimenti e dei saccheggi. Forniture mediche interrotte, ospedali paralizzati, personale senza stipendio: le conseguenze indirette del conflitto, come la diffusione del colera, la malnutrizione e le epidemie, stanno mietendo altrettante vittime quanto le armi.
1c - Un drammatico confronto con Gaza
Il genocidio di Gaza ha devastato una popolazione di 2,3 milioni di persone; in Sudan il numero delle vittime è drammaticamente paragonabile a quello di Gaza (oltre 70 mila), ma gli sfollati sudanesi sono molti di più per una semplice questione numerica. Infatti la guerra in Sudan ha colpito una popolazione di gran lunga superiore a quella di Gaza.
Scrive Amnesty International: "Con più di 15 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case, il Sudan rappresenta attualmente la più grave crisi di sfollamento al mondo. Più di 30 milioni di persone hanno bisogno di aiuti umanitari e oltre 26 milioni sono in stato di grave insicurezza alimentare. Secondo le Nazioni Unite, dal 2023 le vittime sarebbero almeno 150.000". Ed è per questo che viene indicata come "la più grave crisi umanitaria del mondo"
1d - Il sangue dei più piccoli: l'appello UNICEF e il paragone con il 2004
Il 28 aprile 2026, l'UNICEF ha lanciato un "Child Alert". L'allarme descrive una situazione in cui cinque milioni di bambini della regione del Darfur "si trovano in uno stato di estrema deprivazione", con in più alcune aree del Nord Darfur dove la malnutrizione acuta ha raggiunto livelli da carestia.
I dati sono agghiaccianti: nei soli primi tre mesi del 2026, almeno 160 bambini sono stati uccisi e 85 feriti, con una tendenza in peggioramento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Le violenze contro i minori includono l'uccisione di almeno 1.300 bambini nella sola città di El Fasher, molti dei quali colpiti da esplosivi e droni.
L'allarme dell'UNICEF è un agghiacciante deja-vu che riporta alla mente la crisi del Darfur del 2004. Tuttavia, a differenza del 2004, quando il mondo si mobilitò spinto da una campagna di sensibilizzazione globale senza precedenti guidata da Hollywood e dai media, la risposta internazionale oggi è stata estremamente limitata.
Come ha affermato il rappresentante UNICEF in Sudan, "vent'anni fa, le star di Hollywood facevano a gara per salire su aerei e autobus per visitare il Darfur. Oggi, l'interesse è zero".
L'epicentro della crisi sudanese è ancora una volta la regione del Darfur.
Nell'ultimo comunicato dell'Unicef si legge: "In Darfur, i bambini vengono uccisi e mutilati, sradicati dalle loro case e spinti in estrema fame, malattie e traumi. Da nessuna parte l'impatto è stato più grave che in Al Fasher. Dall'aprile 2024, più di 1.500 gravi violazioni contro i bambini sono state verificate in Al Fasher, tra cui l'uccisione e la mutilazione di oltre 1.300 bambini, molti con armi esplosive e droni, nonché violenza sessuale, rapimenti e reclutamento e uso da parte di gruppi armati".
1e - Il ruolo degli Emirati Arabi Uniti nella guerra
Il conflitto in Sudan è diventato un terreno di scontro per i giochi di potere regionali. Se l'Egitto, la Turchia e l'Arabia Saudita sostengono l'esercito sudanese, la principale potenza straniera coinvolta nel conflitto sono gli Emirati Arabi Uniti, che sono accusati di fornire armi alle Forze di Supporto Rapido. Le prove di questa fornitura di armi sono schiaccianti. Casse di missili Kornet recano la scritta "Abu Dhabi" e "Comando logistico congiunto degli Emirati Arabi Uniti". Un alto ufficiale sudanese ha dichiarato: "Le prove si sono accumulate e ora lo sappiamo. Il Sudan è stato distrutto a causa degli Emirati".
1f - Il business dell'oro insanguinato
Va detto che gli Emirati Arabi Uniti hanno un interesse specifico nel Sudan. In cambio delle armi fornite, gli Emirati ricevono oro. Negli ultimi anni, gli Emirati hanno importato dal Sudan quasi 2 miliardi di dollari in oro, in gran parte estratto da miniere controllate dalle RSF nella regione occidentale del paese.
1g - Il silenzio della NATO
Nonostante le prove schiaccianti, gli Emirati Arabi Uniti non solo non sono stati sanzionati, ma continuano ad essere considerati un partner strategico dell'Occidente. Il segreto di questa immunità risiede nell'enorme potere economico e finanziario degli Emirati. Gli Emirati investono miliardi in Europa e negli Stati Uniti, acquistano armi avanzate (anche italiane) e sono un partner chiave sia per il settore energetico che per la difesa.
L'Occidente, attraverso i propri legami finanziari con gli Emirati, gli investimenti e la sua geopolitica in Medio Oriente, pratica una sorta di doppio standard: da un lato prende duramente posizione contro chi viola i diritti umani se appartiene al campo geopolitico avverso, dall'altro tace quando le atrocità vengono da un ricco alleato, partner in affari.
1h - Il fallimento di Berlino: diplomazia a pezzi
La conferenza internazionale per il Sudan tenutasi a Berlino il 15 aprile 2026, in occasione del terzo anniversario dello scoppio della guerra, ha rivelato chiaramente la profonda divisione della comunità internazionale.
Nonostante i quasi €1,5 miliardi in aiuti umanitari raccolti, i paesi del Quadrilateral Security Dialogue (Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto) non sono riusciti a trovare un accordo su una dichiarazione comune, a causa della rivalità tra Arabia Saudita (sostenitrice dell'esercito nazionale sudanese) ed Emirati Arabi Uniti (sostenitrice delle RSF).
Questo fallimento diplomatico rappresenta un'ulteriore macchia per la comunità internazionale, che si è dimostrata in grado di mobilitare risorse per altri conflitti, ma incapace di trovare un accordo per fermare le armi in Sudan.
1i - Un bivio per l'umanità
Il Sudan è oggi la peggiore crisi umanitaria del mondo, ma rimane assente dal dibattito pubblico internazionale. L'UNICEF ha lanciato un appello di 962,9 milioni di dollari per il 2026, ma ha ricevuto solo il 16% dei fondi necessari; mentre sul campo, una generazione di bambini rischia di essere perduta per sempre. Appello per il quale 20 anni fa ci sarebbe stata una grande mobilitazione globale, ma che oggi viene accolto da un assordante silenzio.
Il conflitto è alimentato senza sosta dall'ingresso di armi e capitali interessati alle materie prime, come l'oro. Ma l'assenza di una risposta diplomatica internazionale e di una forte pressione mediatica consentono a questa strage di continuare senza conseguenze per i colpevoli.
Il grido del missionario comboniano padre Diego Dalle Carbonare riassume tutta la frustrazione di chi assiste impotente: "Si parla di Gaza, di Ucraina, ora della guerra in Iran. Giusto, ma mi chiedo perché a nessuno interessi la sorte di milioni di sudanesi".
Oggi le madri sudanesi continuano a vegliare i loro figli che non hanno nulla da mangiare, mentre i signori della guerra e i governi stranieri commerciano oro e armi per prolungare un sanguinoso conflitto che non fa notizia.
2 - Il genocidio di Gaza
La conta delle vittime dall'inizio del genocidio a Gaza è impressionante. Il 12 maggio 2026, il bilancio ufficiale delle autorità sanitarie di Gaza ha raggiunto quota 72.740 morti e 172.555 feriti. Ma la cifra reale è molto più alta: centinaia di corpi giacciono ancora sotto le macerie e decine di migliaia di dispersi non sono mai stati ritrovati.
| Periodo | Morti | Feriti |
|---|---|---|
| Totale dal 7 ottobre 2023 | 72.740 | 172.555 |
| Dal "cessate il fuoco" (11 ottobre 2025) | 854 | 2.453 |
In più, 1,8 milioni di sfollati dipendono completamente dagli aiuti internazionali.
Ad aprile 2026 sono entrati solo 4.503 camion di aiuti su un minimo previsto di 18.000 dall'accordo di cessate il fuoco. Solo il 25% degli aiuti pattuiti riesce a entrare. L'effetto è la paralisi dei servizi essenziali: acqua potabile, assistenza sanitaria, elettricità e persino la possibilità di seppellire i morti decorosamente.
2a - La Flotilla
Il blocco navale israeliano, in vigore dal 2007, continua a essere sfidato da iniziative internazionali nonviolente. Dal 30 aprile al 10 maggio, la Global Sumud Flotilla ha cercato di forzare il blocco per consegnare aiuti umanitari direttamente a Gaza. La flottiglia, composta da 22 imbarcazioni e circa 175 attivisti, è stata intercettata dalle navi da guerra israeliane al largo di Creta. Gli attivisti denunciano di essere stati presi d'assalto con un atto di pirateria internazionale. Due membri del comitato direttivo – Thiago Ávila (brasiliano) e Saif Abukeshek (cittadino spagnolo-svedese) – sono stati trattenuti per più di una settimana e infine espulsi dal governo israeliano.
Gli attivisti della Flotilla hanno promesso di continuare la loro mobilitazione.
2b - La Corte Internazionale di Giustizia
Il caso intentato dal Sudafrica contro Israele per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) prosegue, con il mondo diviso e nuove tensioni geopolitiche. Tra marzo e aprile, Islanda e Paesi Bassi hanno dichiarato di volersi unire alla causa di Pretoria, segno che il peso legale delle accuse inizia a far breccia anche in Europa.
Su altre posizioni è Annalena Baerbock, già leader dei Verdi tedeschi, poi ministro degli esteri della Germania e attualmente presidente dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Baerbock ha difeso gli attacchi israeliani su siti civili come legittima difesa, sostenendo che certi luoghi possano "perdere lo status di protezione" se usati da gruppi armati, in linea con la dottrina israeliana. In discorsi del 2024, come quello al Bundestag, ha enfatizzato il diritto di Israele alla difesa post-7 ottobre, criticando accuse di genocidio come infondate.
2c - I giornalisti e la parola "genocidio"
Nel Regno unito si è svolto un braccio di ferro sulla possibilità, da parte dei giornalisti, di usare la parola "genocidio" in merito alle azioni militari compiute dall'esercito israeliano contro i civili. L'uso del termine "genocidio" in relazione a Israele era spesso ostacolato da contestazioni legali e pressioni politiche, e molti media lo evitavano per non incorrere in denunce costose.
Il 12 febbraio 2026, l'IPSO (l'organo di autoregolamentazione della stampa britannica) ha emesso il verdetto in cui si chiarisce che i giornali hanno un'ampia discrezionalità nell'uso del linguaggio, specialmente in pezzi di opinione, e che accusare Israele di genocidio rientra nella libertà di espressione e nella discrezionalità editoriale.
La sentenza dell'IPSO ha tracciato una linea chiara a favore della libertà di espressione, e da allora i giornali britannici hanno potuto usare il termine con maggiore sicurezza.
Sulla questione del "genocidio" a Gaza, Amnesty Internazional ha formalizzato la propria posizione in una apposita FAQ.
3 - Mai così alto il rischio di guerra nucleare
L'Orologio dell'Apocalisse (Doomsday Clock) è un indicatore simbolico ideato nel 1947 dal Bulletin of the Atomic Scientists (Università di Chicago) per rappresentare la vicinanza dell'umanità all'estinzione, causata dalla minaccia delle armi nucleari. La mezzanotte simboleggia la fine del mondo.
Il 27 gennaio 2026, il Bulletin of the Atomic Scientists (BAS) ha spostato le lancette del suo famoso Orologio dell'Apocalisse (Doomsday Clock) a 85 secondi dalla mezzanotte, stabilendo il nuovo e più allarmante primato da quando l'indicatore fu creato nel 1947, superando i suoi 89 e 90 secondi precedenti. La decisione, basata sulla valutazione degli esperti del BAS, riflette un panorama di pericoli esistenziali in rapido peggioramento. La "minaccia nucleare" rimane il perno della loro analisi, aggravata da conflitti geopolitici condotti all'ombra di potenziali escalation atomiche, da una crescente competizione tra potenze e dal fallimento degli accordi per il disarmo nucleare
La causa più immediata di questo allarme è il collasso dello storico sistema di controllo degli armamenti nucleari. Come ha ricordato Daniel Holz, presidente del BAS, nel 2026 "per la prima volta in oltre mezzo secolo, non ci sarà nulla che impedisca una corsa incontrollata agli armamenti nucleari". L'architettura di trattati che ha garantito una parvenza di stabilità durante la Guerra Fredda è ormai in rovina.
3a - Il crollo dell'architettura del disarmo: INF e New START
L'impianto di controllo degli armamenti, costruito in decenni, è stato smantellato. La tabella seguente ne mostra lo stato attuale.
La scadenza del New START, in particolare, ha lasciato il mondo senza alcun limite giuridico vincolante agli arsenali delle due maggiori potenze nucleari, che da sole possiedono la stragrande maggioranza delle testate globali. Non è un caso che, anche nel loro rapporto del 2026, gli scienziati del BAS abbiano indicato l'imminente scadenza di questo trattato come uno dei fattori decisivi per lo spostamento delle lancette.
3b - I negoziati NPT all'ONU
In questo contesto di crescente instabilità, dal 27 aprile al 22 maggio 2026 si tiene all'ONU, a New York, l'11ª Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT), che dovrebberappresentare l'occasione per rinsaldare il pilastro del sistema di disarmo globale. Tuttavia, l'incontro si sta svolgendo in un clima di profonda tensione. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha lanciato un duro avvertimento: "La fiducia e la credibilità si stanno assottigliando". Le divergenze geopolitiche tra le potenze nucleari, in particolare sull'Ucraina e sul programma nucleare iraniano, hanno paralizzato i negoziati, rendendo probabile l'ennesimo fallimento nel raggiungere un documento finale condiviso.
La conferenza è stata scossa anche da un acceso scontro diplomatico: l'elezione dell'Iran come vicepresidente della conferenza ha scatenato le proteste degli Stati Uniti, che hanno definito la scelta "oltre ogni vergogna e un imbarazzo per la credibilità" dell'incontro, mentre Teheran ha accusato Washington di violare il diritto internazionale. La delegazione cinese, dal canto suo, ha puntato il dito contro gli Stati Uniti, accusandoli di essere "la fonte primaria di instabilità" per aver fatto decadere il Trattato INF e il New START, impegnando al contempo quasi 100 miliardi di dollari all'anno per potenziare la propria forza nucleare.
3c - La scomparsa della "coscienza atomica"
Di fronte a questo scenario di pericolo inaudito, sancito dagli scienziati e confermato dai fallimenti diplomatici, emerge un paradosso sconcertante: l'allarme non trova eco nelle piazze. La società civile e i partiti progressisti, che nella seconda metà del secolo scorso avevano mobilitato milioni di persone per le campagne per il disarmo, appaiono oggi in gran parte silenti.
Diverse analisi sottolineano come la "minaccia nucleare" non abbia più la capacità di mobilitare le masse come un tempo, risultando quasi "normalizzata" nell'opinione pubblica.
Questa carenza di pressione dal basso spiega, almeno in parte, la scarsa attenzione mediatica e politica verso vertici cruciali come quello dell'NPT, mentre il mondo scivola in una nuova e pericolosa era di corsa agli armamenti senza alcun freno, proprio quando il Doomsday Clock non è mai stato così vicino alla mezzanotte.
4 - L'Africa denuclearizzata
Il Ghana ha ratificato il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) nel luglio 2025. Nel gennaio 2026 ha ospitato ad Accra la Conferenza Regionale dell’Africa occidentale e centrale sull’universalizzazione del TPNW, con 22 paesi partecipanti. Il paese è parte attiva del Trattato di Pelindaba che rende l’Africa zona libera da armi nucleari. Il presidente ghanese ha ribadito che la denuclearizzazione è un “imperativo morale”.
4a - La leadership del Ghana e dell'Austria
Il 27 gennaio 2026, il Ghana ha ospitato ad Accra una conferenza regionale sull’universalizzazione e l’implementazione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW). L’evento è stato organizzato con il governo austriaco, l’International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN) e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), e ha visto la partecipazione di diciannove paesi dell’Africa occidentale e centrale.
4b - Un passo verso l’universalizzazione del TPNW
In apertura dei lavori, l’ambasciatrice Khadija Iddrisu, capo direttrice del Ministero degli Esteri ghanese, ha ricordato l’eredità del primo presidente Kwame Nkrumah, che all’ONU definì le armi nucleari “la più grande minaccia per la sopravvivenza dell’umanità”. Ha sottolineato che la ratifica unanime del TPNW da parte del parlamento ghanese nel giugno 2025, seguita dal deposito dello strumento di ratifica presso l’ONU nel settembre dello stesso anno e dalla conseguente entrata in vigore nel marzo 2026, ha rappresentato un atto di chiarezza morale in un contesto globale segnato dall’insicurezza crescente, ribadendo che “la proibizione delle armi nucleari non è solo un obbligo legale, ma un imperativo morale dovuto alle generazioni future”.
Il meeting ha affrontato quattro temi principali: le preoccupazioni per la sicurezza dell’Africa nel contesto globale attuale, le conseguenze umanitarie delle armi nucleari, le disposizioni del TPNW e le strategie per la sua universalizzazione in vista della prima Conferenza di Riesame, che si terrà a novembre 2026 a New York sotto la presidenza del Sudafrica.
La riunione ha anche sottolineato come il TPNW rafforzi il Trattato di Pelindaba che dal 2009 ha istituito l’Africa come zona libera da armi nucleari.
4c - La voce collettiva dell’Africa alle Nazioni Unite
L’impegno africano per il disarmo nucleare non si limita alle conferenze regionali. Il Gruppo Africano all’ONU ha mantenuto una pressione costante sulla comunità internazionale:
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8 ottobre 2025 – Prima Commissione dell’Assemblea Generale: il Gruppo Africano ha espresso profonda delusione per i fallimenti consecutivi delle Conferenze di Riesame del Trattato di Non Proliferazione (NPT) e ha riaffermato l’importanza del TPNW per rafforzare la norma globale contro le armi atomiche.
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29 aprile 2026 – 11ª Conferenza di Riesame dell’NPT: il rappresentante della Nigeria, ambasciatore Jimoh Ibrahim, ha lanciato un appello urgente per un’accelerazione del disarmo nucleare globale, avvertendo che le crescenti tensioni geopolitiche e il ristagno degli impegni stanno minando la pace e la sicurezza internazionale. Ha inoltre condannato gli accordi di nuclear-sharing ("condivisione nucleare") e le politiche di deterrenza estesa, definendoli incompatibili con lo spirito dell’NPT.
5 - ZOPACAS, una zona di pace per Africa e Sudamerica
Un altro tassello importante nella denuclearizzazione del continente è rappresentato dalla Zona di Pace e Cooperazione dell’Atlantico del Sud (ZOPACAS), un meccanismo diplomatico istituito dalle Nazioni Unite nel 1986 per mantenere la regione libera da armi nucleari e da altre armi di distruzione di massa. Lo ZOPACAS riunisce Brasile, Argentina, Uruguay e ventuno paesi della costa occidentale africana, dal Senegal al Sudafrica.
5a - Il ruolo del Brasile
L’8 e 9 aprile 2026, i rappresentanti di questi 24 paesi si sono incontrati a Rio de Janeiro per la 9ª Riunione Ministeriale dello ZOPACAS, in cui il Brasile ha assunto la presidenza del meccanismo per il prossimo biennio, succedendo a Capo Verde. Durante l’incontro sono stati firmati tre documenti – una convenzione sull’ambiente marino, una strategia di cooperazione articolata in quattordici aree tematiche e una dichiarazione politica – con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione e impedire che potenze extraregionali portino i loro conflitti nell’area.
5b - I paesi protagonisti della denuclearizzazione africana
| Paese | Ruolo / Iniziativa |
|---|---|
| Ghana | Ha ratificato il TPNW nel 2025, ha ospitato la conferenza regionale di Accra nel gennaio 2026 e promuove attivamente l’universalizzazione del trattato. |
| Sudafrica | Unico paese africano che ha sviluppato (e poi smantellato volontariamente) un proprio programma nucleare; presiederà la prima Conferenza di Riesame del TPNW a novembre 2026. |
| Nigeria | Ha portato la voce del Gruppo Africano all’11ª Conferenza di Riesame dell’NPT nell’aprile 2026, chiedendo misure concrete per il disarmo. |
| Austria | Co-organizzatrice della conferenza di Accra e co-chair del gruppo di lavoro informale sull’universalizzazione del TPNW. |
| Paesi ZOPACAS | Ventuno nazioni della costa atlantica africana (dal Senegal al Sudafrica) che, insieme a Brasile, Argentina e Uruguay, mantengono l’Atlantico del Sud libero da armi nucleari. |
L’Africa è oggi la più grande zona libera da armi nucleari del mondo, comprendendo 53 paesi e circa un miliardo di persone. La conferenza di Accra e gli sviluppi del 2026 dimostrano che i paesi africani non solo difendono questo status, ma stanno costruendo un’architettura istituzionale sempre più solida. Come ha ricordato Kotia, ambasciatore del Ghana, la spinta al disarmo è “un imperativo morale e una necessità di sicurezza per il continente africano”.
6 - La base militare che viola il Trattato di Pelindaba
L'arcipelago delle Chagos (Oceano Indiano) appartiene geograficamente all'Africa. La base militare di Diego Garcia, gestita da USA e Regno Unito, può supportare bombardieri B-52 e B-2 Spirit (con capacità nucleari) e sottomarini nucleari, violando il Trattato di Pelindaba che sancisce la denuclearizzazione dell'Africa.
6a - La deportazione dall'isola di Diego Garcia
Tra il 1967 e il 1973, il Regno Unito ha deportato forzatamente circa 2.000 Chagossiani per costruire la base militare nell'isola di Diego Garcia. Nel 2019 la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato illegale la separazione delle Chagos da Mauritius. Nell'ottobre 2024, Regno Unito e Mauritius hanno firmato un accordo che cede la sovranità a Mauritius ma mantiene la base in locazione per 99 anni. I Chagossiani possono tornare solo sulle altre 60 isole, non su Diego Garcia.
6b - Una base USA molto contestata
Mauritius è firmataria del Trattato di Pelindaba, che istituisce una zona libera da armi nucleari in Africa. Il Trattato vieta lo "stoccaggio, l'acquisizione, la sperimentazione, il possesso, il controllo o lo stazionamento di armi nucleari". Poiché l'isola di Diego Garcia sarebbe sotto la sovranità mauriziana, il governo dell'isola avrebbe il diritto di vietare alle forze statunitensi di trasportare o dispiegare armi nucleari sulla base militare.
6c - L'imbarazzo britannico
Il governo britannico ha ripetutamente affermato che il Trattato sul disarmo nucleare non interferirà con le operazioni di Diego Garcia. Tuttavia, da un punto di vista legale, il divieto di stazionamento di armi nucleari potrebbe entrare in vigore automaticamente dopo il trasferimento della sovranità di Mauritius, esercitando una profonda influenza sulla base strategica americana. La stampa britannica ha sottolineato che se l'accordo dovesse concretizzarsi, gli Stati Uniti potrebbero subire un "embargo sulle armi nucleari" sulla base di Diego Garcia.
7 - Campagna internazionale contro le spese militari
Dal 10 aprile al 9 maggio 2026 si è svolta la 15ª edizione del Global Days of Action on Military Spending (GDAMS), una mobilitazione internazionale che ogni anno unisce decine di migliaia di attivisti in tutti i continenti. Le GDAMS sono organizzate dalla Global Campaign on Military Spending (GCOMS), un'iniziativa permanente dell'International Peace Bureau (IPB).
7a - La mobilitazione della società civile
La campagna mette in condivisione un sito web interattivo con i dati delle spese militari collocate sul planisfero: https://demilitarize.org/interactive-milex-map/
Nel corso del mese, oltre 150 organizzazioni hanno aderito all'appello ufficiale delle GDAMS 2026, e più di 120 organizzazioni provenienti da 35 paesi hanno preso parte attiva alla campagna. Il movimento ha approfittato della pubblicazione dei dati SIPRI (che hanno rivelato una spesa militare mondiale di 2,88 trilioni di dollari nel 2025, con i soli Paesi NATO responsabili del 55% del totale) per sottolineare l'urgenza di una svolta.
7b - L'appello del 2026: contro la militarizzazione globale
L'appello delle GDAMS 2026, intitolato “A Call to Action Against Global Militarization”, ha tracciato un quadro drammatico della situazione internazionale: “Il numero di guerre e conflitti armati attivi oggi è il più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale”. Il testo ha denunciato come l'impennata delle spese militari non sia né accidentale né inevitabile, ma rifletta “una più ampia rinascita dell'imperialismo e della militarizzazione, guidata dagli Stati Uniti”, e come i Paesi potenti continuino ad alimentare le guerre attraverso il trasferimento di armi e la competizione geopolitica.
La risposta a tutto questo, secondo l'appello, è chiara: “Chiediamo ai governi di intraprendere forti riduzioni delle loro spese militari e di reindirizzare quei fondi verso i settori sociale e ambientale”. La petizione chiedeva inoltre “il disarmo globale urgente, la riduzione degli arsenali nucleari e dei fondi ad essi destinati, l'interruzione del commercio di armi e la cessazione delle spedizioni di armi alle nazioni impegnate in conflitti”. Alla base di tutto, l'idea che “la guerra non porta sicurezza, né all'estero né a casa”, ma anzi genera repressione, autoritarismo e tagli ai servizi pubblici.
8 - Agenda 2030 a rischio: il costo umano del riarmo
Una verità scomoda sta emergendo con sempre maggiore chiarezza dai rapporti delle istituzioni internazionali: il sogno dell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è stato messo in secondo piano dall'aumento delle spese militari e dalla frenesia bellica. Mentre i governi annunciano aumenti record delle spese per la difesa, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) – quel patto globale per eliminare la povertà, ridurre le disuguaglianze e salvare il pianeta – vengono sistematicamente svuotati di risorse e credibilità.
8a - L'allarme dell'ONU: il bivio del 2026
Il 2026 è iniziato con un avvertimento senza mezzi termini da parte del Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Nel suo discorso di fine anno, ha descritto la situazione attuale come il periodo più rischioso dalla Seconda Guerra Mondiale, con l'ordine internazionale al punto di rottura. Il monito è stato chiaro: l'umanità si trova a un bivio, e la direzione dipende esclusivamente dalle scelte politiche dei governi. Scelte che, fino ad oggi, hanno puntato decisamente sulla strada sbagliata.
8b - La bomba dei bilanci: un'arma puntata contro il futuro
I dati parlano più di mille parole. Secondo l'ultimo rapporto del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), pubblicato ad aprile 2026, le spese militari globali hanno continuato la loro inesorabile ascesa:
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2.887 miliardi di dollari spesi nel mondo nel 2025, con un aumento del 2,9% rispetto all'anno precedente.
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Questo segna l'undicesimo anno consecutivo di crescita della spesa militare globale, portando il "peso militare" sulla produzione mondiale (PIL) al 2,5%, il livello più alto dal 2009.
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Le nazioni del Patto Atlantico, da sole, contribuiscono per il 55% alla spesa bellica globale.
8c - Armi o welfare?
È il Fondo Monetario Internazionale (FMI) a descrivere l'amaro dilemma che i governi nascondono dietro cifre astronomiche. Nel suo World Economic Outlook di aprile 2026, l'istituto finanziario ha analizzato come l'aumento delle spese per la difesa avvenga sistematicamente a scapito di sanità, istruzione e coesione sociale. L'illusione ottica di un beneficio economico iniziale è destinata a svanire rapidamente, lasciando dietro di sé un pesante fardello di debito pubblico e inflazione. L'analisi per 164 Paesi mostra che, in media, l'aumento del budget militare peggiora i deficit fiscali di circa 2,6 punti percentuali del PIL e aumenta il debito pubblico di 7 punti percentuali in soli tre anni.
8d - Fame raddoppiata
Mentre il denaro viene dirottato verso le spese militari, la povertà e la fame avanzano. Il World Report on Food Crises 2026 ha lanciato l'allarme: i livelli di insicurezza alimentare acuta rimangono estremamente preoccupanti. Dal 2016, la fame acuta è raddoppiata in soli dieci anni.
La comunità internazionale si era data l'obiettivo di stanziare fondi senza precedenti per raggiungere i 17 obiettivi dell'Agenda ONU 2030. Oggi, quella promessa è in frantumi.
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