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Dentro Hamas

Intervista a Mariam Saleh, ex Ministro alle Pari Opportunità del governo di Hamas
16 gennaio 2009 - Francesca Borri (inviata a Ramallah)

[n.d.r.]
Abbiamo chiesto a Francesca Borri se ci poteva mandare qualche approfondimento dalla Palestina, dove si trova in questo periodo.
Ci ha inviato questa intervista con un esponente di Hamas che riteniamo molto interessante da pubblicare, insieme a questa sua nota:
"E' stata scritta prima di Gaza, e' per il libro a cui sto lavorando, in realta' non ho ancora un'opinione precisa su Hamas, pero' vivo a Ramallah, e queste sono le persone che incontro, giorno dopo giorno, una sfida costante a tutte le idee precostituite con cui sono sbarcata qui"

Ruoli rovesciati, ed è un uomo per una volta ad aprire la porta, servire il tè, la cortesia attutita del segretario.
Eppure lei è Mariam Saleh, cinquantatrè anni e sette figli e tutto il rigore la sobrietà, la vita scalza e rasoterra comandata dall’Islam - perché questo è un ufficio di Hamas. Tre ore insieme, e non ricordo il minimo dettaglio, le dita lo sguardo, un colore, nulla. Ma riconoscerei la sua voce tra mille, scolpita mite di fermezza e passione. Cattedra di studi islamici all’università di Al Quds, deputato, ministro alla questione femminile nel governo Haniyeh, arriva ora da sette mesi di detenzione amministrativa. E solo a condizione di non occuparsi più di Hamas, organizzazione ufficialmente terroristica - nel suo mirino dicono, i nostri valori. La democrazia, lo stato di diritto il giusto processo. La libertà.
Per questa intervista, per le sue opinioni Mariam Saleh rischia l’arresto.

Perché questo odio contro l’Occidente?
Non esiste alcuna incompatibilità strutturale, quello che definite ‘scontro tra civiltà’ non è affatto un destino. L’Islam ha incontrato l’Ellenismo con reciproco arricchimento, il vostro Rinascimento, in Europa, è stato innescato dalla riscoperta della filosofia greca attraverso le nostre traduzioni. Siamo stati capaci, entrambi, e curiosi, di dialogare. La differenza è il contesto. Oggi si predica il dialogo in un contesto che non è di sensibilità e interesse, ma dominio violenza, egemonia. Qualcosa è andato smarrito in Occidente, da quando Cartesio sceglieva come titolo per il suo Metodo ‘discorso’ invece che trattato - perché in un discorso, sosteneva, si discute, non si insegna. Il problema è politico, non religioso. Si parla di differenze di valori, mai di squilibrio di potere - ma non è solo questione di comprendersi, la premessa è rispettarsi. Non essere minimizzati a folklore, un Altro che non è che la variante esotica della norma di riferimento. L’Islam, come ogni monoteismo, ambisce a essere universale. Ma il Corano è inequivocabile: ‘there is no compulsion in religion’ (2-256). Le Crociate non sono state una nostra iniziativa. Da allora l’unico scambio sono state le guerre, fino a un colonialismo ancora in vigore. L’arabo classico non ha neppure una parola per l’idea di nazione elaborata dalla rivoluzione francese. La nostra identità è ancorata alla ummah, la comunità che con Maometto ha sostituito le vecchie tribù, qawm. L’arabo moderno dice al-qawmiyya per dire nazionalismo, usando una radice che indica dunque una fase pre-islamica. Per noi l’organizzazione in nazioni è un regresso, non un progresso - e lei che è europea immagino condivida. Io sono prima di tutto musulmana. Tutto il resto mi è stato imposto.

Il dialogo. Però intanto chiamate al jihad, la guerra santa. Una guerra indiscriminata, che colpisce anche i civili.
Questa guerra è santa e indiscriminata da entrambe le parti. Non è forse una guerra santa, diffondere in forma di bombe a grappolo i propri valori, etichettati come universali? Da una parte si tenta di esportare con la forza il fondamentalismo islamico, ma dall’altra, con la forza, il fondamentalismo occidentale. Qual è la differenza? E quanto ai civili - crede che travestirli da ‘danni collaterali’ renda un po’ meno crimini i suoi crimini di guerra? Stando ai suoi termini, vedo crociate da entrambe le parti. Ma dico ‘stando ai suoi termini’, però, perché nel Corano non troverà un solo verso in cui jihad è un appello alla guerra santa. Jihad è la battaglia per Dio, ma nel senso dello sforzo, letteralmente, dell’impegno con cui ognuno deve cercare di realizzare al suo meglio la volontà di Dio, attraverso una vita virtuosa. Studiare, per un giovane è jihad. Crescere una famiglia. Avere cura degli altri, lavorare contro la povertà, l’analfabetismo, le malattie - questo è jihad. Somiglia a una guerra, tutto questo? E nella sua implicazione militare, jihad ha un significato esclusivamente - esclusivamente - difensivo: ‘And fight in the way of God with those who fight you, but aggress not. God loves not the aggressors’ (2-190). La regola è la pace. ‘If your enemy inclines toward peace, then you should seek peace and put your trust in God’ (8-61). Non è compito degli uomini sterminare gli infedeli. ‘If God had so willed, he could bring them all to guidance... You are not there to force them’ (6-35). Poi nella storia il jihad è stato invocato per giustificare espansioni imperialistiche - ma esattamente come il concetto cristiano di bellum iustum, che originariamente aveva la funzione di limitare e regolamentare, non certo giustificare il ricorso alla guerra. Per me oggi è altrettanto importante un’altra forma di impegno - l’itjihad, l’esercizio personale, autonomo di interpretazione del Corano, per rileggere l’Islam alla luce dei propri tempi, e costruire così società coerenti con i suoi valori. Né distorsioni autocratiche né degenerazioni talebane. L’Undici Settembre è stato dirottato anche l’Islam. Ma l’itjihad sarebbe opportuno anche davanti alle sacre scritture occidentali. Contro il fondamentalismo che si annida nei campi di addestramento delle istituzioni internazionali.

Ma l’obiettivo è uno stato islamico - cioè una teocrazia.
La teocrazia, come governo delle autorità religiose, è un pericolo che l’Islam sunnita non conosce, perché a differenza del Cristianesimo non esiste un clero, ognuno è agente di Dio. La parola che indica la conoscenza per eccellenza è fiqh, giurisprudenza, non teologia, kalam. Ma fiqh è conoscenza della shari’ah, della legge divina, non è in sé conoscenza divina. Quando i giuristi interpretano il Corano, il risultato è ragionamento umano, fiqh, non comandamento divino. I fondamentalisti, sia islamici che occidentali, sovrappongono fiqh e shari’ah per blindare opinioni umane di un’armatura divina. Ma la shari’ah - la retta via - non è che un’etica che distingue quello che è giusto e dunque consentito, halal, da quello che è sbagliato e dunque proibito, haram. Ma viene poi tradotta in legislazione, ed è legislazione in forma di fiqh, non di Corano. Quando parlo di stato islamico, parlo di un normale stato basato sul principio di separazione dei poteri: un legislativo regolarmente e periodicamente eletto tra tutti i cittadini, un esecutivo responsabile davanti al legislativo, un giudiziario indipendente e imparziale. E parlo di shari’ah, certo. Ma è esattamente quello che lei mi spiega della sua democrazia, quando mi spiega che la legge è subordinata alla costituzione. Perché sono due concetti distinti, l’orizzonte della shari’ah, l’insieme delle direttive morali ricavabili dal Corano, e la legge, come insieme delle norme approvate dai legislatori. Anche perché la shari’ah - circa trecentocinquanta versi, sui seimila del Corano - non è omnicomprensiva, né spesso dettagliata, e deve essere dunque integrata. E in ogni caso interpretata, come ogni testo, non solo sacro. Come ogni costituzione. Ai suoi tempi per esempio, il Corano migliorava la condizione femminile. La via, allora, è chiara. La buona interpretazione non è mai solo letterale. Storicamente, la shari’ah nasce come scudo agli abusi del califfo, come un limite, un limite naturale - lo chiami così, se è per lei una nozione più semplice di ‘limite divino’ - al potere terreno. Nell’Islam, la sovranità è condivisa tra Dio e popolo. Perché Dio è all’origine di tutto, e indica i princìpi da seguire - il termine stesso Islam significa sottomissione a Dio - ma è altrettanto essenziale il contratto sociale, ‘aqd ijtima’i, tra i governanti e i governati. Senza il contratto sociale, si potrebbe anche governare secondo le leggi divine - ma violando la prima di queste leggi, l’eguaglianza degli uomini come agenti di Dio. Credo che i suoi antenati giusnaturalisti - o i suoi contemporanei, perché cosa è la sua democrazia, la sua rule of law se non qualcosa che neppure un parlamento potrebbe mai abolire? - non troverebbero niente di strano in quello che dico. A cominciare da Locke.

Ma democrazia non significa interpretare testi sacri. Una costituzione si emenda a maggioranza, il Corano no.
A parte che la costituzione britannica, madre delle libertà degli inglesi, non potrebbe essere emendata a maggioranza - ma Dio ha imposto persino a Maometto di ascoltare e consultare i suoi compagni, e da qui deriva un pilastro dello stato islamico, il consenso, ijma’ - e la sua conseguenza, shura, la consultazione. ‘Take counsel with them in the conduct of the affairs’ (3-159). Nell’Islam è il consenso, raggiunto attraverso la consultazione, a legittimare autorità e potere. Alla sua liberaldemocrazia di rappresentanti spesso non rappresentativi, di procedure spesso solo rituali, noi contrapponiamo la pratica quotidiana, non saltuaria della shura, una democrazia consultiva. Perché ogni uomo non possiede che in modo solo frammentario la verità, e è dunque più probabile approssimarsi alla decisione ottimale con una decisione collettiva, con il confronto. ‘My community shall never agree on an error’ (178-9). Credo concorderebbe anche Habermas. L’era degli eroi, dei condottieri solitari è chiusa. La scelta del gruppo è sempre migliore della scelta del singolo, anche quando il singolo ha ragione - per il semplice motivo che poi quella scelta deve essere rispettata, applicata. Sentita propria. Il movimento islamico, qui, si è sempre distinto per una leadership collettiva. Anche Ahmed Yassin finiva in minoranza.

Il movimento islamico, qui, ha vinto le ultime elezioni. Eravamo tutti convinti vincesse Fatah.
Ma è stata una vittoria più politica che religiosa. E soprattutto - per quanto siate tutti convinti del contrario - è stata una vittoria della democrazia contro l’autocrazia, la vittoria di chi non si è catapultato qui dall’estero per vivere della rendita degli aiuti umanitari, ma ha lavorato per decenni con trasparenza e responsabilità per garantire ai cittadini quei servizi basilari che non hanno mai interessato né Israele né l’Autorità Palestinese - in un impegno, sì, un jihad, autenticamente collettivo, fortificato dal continuo dibattito e contatto con i palestinesi, con tutti i palestinesi, indipendenti e laici inclusi. Pragmatismo, non fondamentalismo. Una vittoria dunque per la democrazia, ma anche per mezzo della democrazia. E non una semplice alternanza, ma la sconfessione di Oslo. Perché il malgoverno dell’Autorità Palestinese non è casuale, né arretratezza araba, ma l’esito intenzionale e sistematico del cosiddetto processo di pace. Quando non si controllano le proprie frontiere, e dunque il commercio, e né le infrastrutture e neppure l’acqua, mentre l’economia si sgretola tra muri e checkpoint, e discriminazioni di ogni tipo, con i principali monopoli pubblici di proprietà dei ministri, e i ministri così, proprietà di interessi privati - difficilmente si sarà non dico sovrani, ma anche solo una ‘autorità’. Nella sua storia, qui, il movimento islamico è stato una molteplicità di iniziative di resistenza, non solo violenza. Coltivare terre e boicottare i prodotti israeliani, non lavorare negli insediamenti, non pagare tasse che poi non vengono mai restituite, sostenere chi è in difficoltà, astenendosi dal chiedere affitti, o parcelle per le proprie prestazioni di avvocati o medici, creare istituzioni parallele, condividere il proprio sapere con i giovani, contribuendo alla loro istruzione - la prima resistenza, qui il primo jihad è sopravvivere. Dichiarare tutto questo fuorilegge, equivale a dichiarare fuorilegge una società intera, è un attacco contro i civili, non contro i terroristi. Abbiamo un poliziotto ogni duecento abitanti, un terzo del bilancio complessivo. Ma la sicurezza non ha solo una dimensione militare, è questione di opportunità, sviluppo, diritti giustizia. Libertà. Non armi e repressione.

Arriverà un giorno il riconoscimento di Israele?
L’Islam ha uno strumento importante, si chiama hudnah, la tregua che Ismail Haniyeh - un primo ministro che continua a vivere nel campo profughi in cui è nato - ha ancora una volta offerto a Israele, inascoltato, anche nel suo discorso di insediamento. Un accordo scritto, che può durare mesi, o anni, indefinitamente. E che sia la prossima generazione, così, a decidere - senza l’assedio di questo odio reciproco, questa reciproca paura. Un riconoscimento, per definizione, non può essere unilaterale. Ma al momento, Israele riconosce solo l’Autorità Palestinese, una sua creazione, non il popolo palestinese. Quando il popolo palestinese esisterà, esisterà anche Israele. Riconoscere Israele adesso non significa che riconoscere, e dunque legittimare, l’occupazione. D’altra parte, non mi sembra che il riconoscimento di Israele da parte di alcuni palestinesi, a Oslo, abbia prodotto grandi risultati. La verità è che la pace in Medio Oriente non si può decidere in Norvegia, altrimenti sarà sempre premiata nelle ambasciate e ignorata nelle strade. Qualsiasi accordo deve essere poi sottoposto a referendum. E il movimento islamico accetterà il suo esito. Io distinguo tra ebraismo e sionismo. Non mi interessano le convinzioni personali, ma la loro conversione in azioni e pratiche incompatibili con il mio diritto alla vita.

Che idea ha dell’Occidente?
Guerre nel nome astratto della teoria della democrazia - e poi solo un embargo, a strangolare l’esercizio concreto della democrazia. Pensate sia possibile comprare tutto, anche i nostri diritti. Ma non siamo in vendita. E americani o europei, da questo punto di vista siete ugualmente colpevoli - con una responsabilità doppia, per voi, perché sono stati il vostro colonialismo, il vostro anti-semitismo ad abbattersi su di noi in forma di nakbah. La vostra Dichiarazione Balfour. Ma soprattutto, dell’Occidente mi è straniero l’individualismo. L’indifferenza verso gli anziani. La colpevolizzazione dei poveri, questa tirannia del merito, come se fosse un crimine sbagliare, fallire, e non spesso l’esito invece dello squilibrio degli assetti sociali. Per l’Islam ognuno deve condividere con gli altri quello che ha, e non solo i beni materiali. Tutto ha una dimensione collettiva, qui, che vi è del tutto sconosciuta. La fiducia negli altri, la cura per gli altri. Non esiste solo lo scambio, l’algebra dell’economia. La nostra zakah non è elemosina, una concessione da una posizione di superiorità, ma l’obbligo di vivere in comune la ricchezza che arriva da Dio. Nella cultura occidentale, il singolo è al centro di tutto, destinato a dominare o subire - è una cultura violenta, che disconosce le relazioni, la pluralità. Ma ripeto - non vi chiedo di cambiare i vostri valori, ma le vostre politiche. Combatto l’occupazione israeliana, non l’individualismo occidentale.

Lei ha studiato in Arabia Saudita, dove le donne non possono neppure guidare un’auto. Perché mai dovrebbero scegliere un Islam che le discrimina e opprime?
Intanto in Arabia Saudita ho studiato per un PhD, non ero nell’harem di un sultano - e precisato che quella saudita è una tradizione, non un comandamento islamico: preferisco giudicare un paese dalle borse di studio, dalle opportunità che offre ai suoi giovani, piuttosto che dalla legislazione sulla patente di guida. Nel prescrivere obblighi verso la famiglia, il Corano non esclude per le donne un più ampio ruolo nella società. Ma il principio di fondo è la complementarietà, non l’eguaglianza tra uomini e donne. Perché abbiamo ruoli diversi, biologicamente, non solo culturalmente diversi - e non ha senso negare la natura. Le femministe occidentali hanno infine conquistato l’accesso alla sfera pubblica, ma umiliate a oggetti. Sono le donne a decidere come proporsi alla società, come essere percepite dagli altri e dunque essere trattate, se con rispetto o senza rispetto. Il velo è la mia scelta di riservarmi nella mia interezza solo a chi amo - e non si ritrova solo nell’Islam. Molte ebree si coprono il capo, ma nessuno accusa l’ebraismo di discriminazione e oppressione. Le sue amiche femministe sbarcano qui ogni otto marzo a parlare di dignità e giustizia, io lavoro ogni giorno per la dignità e la giustizia. Quello che il Corano chiede, per le donne palestinesi, non è una mimosa, ma la fine dell’assedio di Gaza.

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