La Valle del Sacco si interroga sul prezzo del riarmo

Colleferro, il boato della guerra

L’esplosione alla KNDS di Colleferro riapre le ferite di un secolo di produzione bellica. Incidenti, vittime e inquinamento segnano la storia del polo, dove il rischio per la comunità è il prezzo di scelte di guerra.
16 agosto 2026
Redazione PeaceLink

Il boato che ha scosso il pomeriggio di Colleferro giovedì 13 agosto 2026 non è stato un evento isolato, ma l'ultimo, fragoroso capitolo di una storia lunga oltre un secolo, che lega indissolubilmente le sorti di questa cittadina laziale alla produzione di armi ed esplosivi. L'esplosione nello stabilimento di KNDS Ammo Italy (ex Simmel Difesa), avvertita fino a 30 chilometri di distanza, ha riportato alla luce non solo i rischi intrinseci di questa industria, ma anche l'eredità di un territorio che è stato, e continua ad essere, un polo strategico della militarizzazione europea.

La fabbrica che ha creato una città

La storia di Colleferro è la storia della sua fabbrica. Tutto ebbe inizio il 20 ottobre del 1912, quando il senatore Giovanni Bombrini e l'ingegnere Leopoldo Parodi Delfino fondarono la Bombrini Parodi Delfino (BPD). L'obiettivo era chiaro: realizzare in Italia un moderno polo per la produzione di polvere da sparo ed esplosivi, in un momento in cui il Regno d'Italia era impegnato nella guerra di Libia.

L'area industriale, scelta per la sua conformazione che permetteva la creazione di bastionature e gallerie protette, e per la vicinanza a Roma, nacque prima ancora del centro abitato. La fabbrica attirò un forte flusso migratorio dalle campagne, e attorno ai suoi capannoni sorse un vero e proprio villaggio operaio che, negli anni, si trasformò nell'odierno comune di Colleferro, una "città di fondazione". Colleferro

Nei decenni successivi, lo stabilimento cambiò più volte proprietà e nome, transitando tra gli anni Ottanta e Novanta al gruppo Snia Viscosa, poi alla Fiat Avio (che aveva già rilevato la BPD negli anni Sessanta), per diventare infine la Simmel Difesa e, dal 2014, la KNDS Ammo Italy del gruppo franco-tedesco KNDS. Oggi l'azienda produce munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre, navale e aerea, oltre a combustibili solidi per vettori aerospaziali, rifornendo oltre 40 Paesi nel mondo.

Un secolo di esplosioni e sangue

La toponomastica di Colleferro è un monumento silenzioso alla tragica storia della fabbrica. Camminando per le sue strade si incontrano via degli Esplosivi, via Santa Barbara (protettrice degli artificieri) e, soprattutto, via dei Caduti del '38.

Quel nome non è casuale. Il 29 gennaio 1938, poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, due spaventose esplosioni a distanza di pochi minuti fecero saltare in aria il reparto di produzione del tritolo della BPD. Il bilancio fu atroce: 60 morti e circa 1.600 feriti. Il regime fascista minimizzò l'accaduto, ma la ferita rimase impressa per sempre nella memoria collettiva.

Il tragico conto delle vittime non si è fermato. Nell'ottobre del 2007, un'esplosione nel reparto di confezionamento della Simmel Difesa causò la morte di un operaio, Roberto Pignalberi, e il ferimento di altre 13 persone. Un incidente che, come quello del 1938, riportò l'attenzione sulla pericolosità del sito. A distanza di quasi vent'anni, l'esplosione del 13 agosto 2026 è stata un'altra, drammatica conferma. Per fortuna, l'incidente è avvenuto in un periodo di chiusura aziendale e non ci sono state vittime. L'esplosione, che ha coinvolto un deposito in disuso da dieci anni, ha visto una palla di fuoco alta oltre cento metri alzarsi dal complesso, dopo un incendio divampato nel reparto "pressatura polveri".

L'esplosione del 13 agosto ha riacceso i riflettori su una realtà che va ben oltre i confini dello stabilimento: la trasformazione dell'intera Valle del Sacco in un polo della produzione bellica. Colleferro non è un caso isolato: a pochi chilometri, ad Anagni, sorge un altro impianto del gruppo KNDS dedicato alla demilitarizzazione e, secondo i piani, destinato a produrre nitrogelatina per i proiettili di Colleferro.

Questo sviluppo, alimentato anche dai fondi europei per il riarmo, si inserisce in un territorio già fortemente compromesso. La Valle del Sacco è un Sito di Interesse Nazionale (SIN) a causa dell'inquinamento storico dovuto a decenni di attività industriali, tra cui la produzione chimica e bellica. L'eredità tossica, con veleni come il DDT sepolti con la copertura del segreto militare, si somma ora ai rischi di nuovi incidenti.

La presenza di questa industria bellica nel cuore di un'area densamente popolata e già segnata da criticità ambientali è vista da molti come una contraddizione insostenibile. Le associazioni denunciano da tempo la pericolosità di questi siti e chiedono che si investa in bonifiche e in una riconversione industriale, piuttosto che in nuove produzioni di guerra.

Lo stesso sindaco di Colleferro, Giulio Calamita, ha definito l'esplosione del 13 agosto una "tragedia sfiorata", ma il problema non è solo la sicurezza sul lavoro. Come sottolineano i movimenti pacifisti, la militarizzazione del territorio impone alle comunità locali un "rischio permanente", trasformandole in pedine di un ingranaggio globale orientato al conflitto. La fabbrica di Colleferro, che produce anche munizioni da 155 mm destinate all'Ucraina, è l'esempio tangibile di come le scelte di guerra abbiano un impatto diretto e concreto sulla vita quotidiana delle persone.

L'esplosione di Colleferro è stata un boato che arriva da lontano, da un secolo di storia fatta di polvere da sparo, profitti e sangue. Un boato che ci interroga, ancora una volta, sul costo umano, sociale e ambientale della scelta di fare della guerra e della sua preparazione il motore dello sviluppo. Di fronte all'ennesimo incidente, la domanda che sorge spontanea è quella che da anni pongono i comitati per la pace: è veramente questa l'unica strada per il futuro della Valle del Sacco?

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