“Green on Blue”: il fallimento della Nato in Afghanistan
C’è un modo di uccidere che nella storia delle guerre non ha precedenti. Non è l’attacco di un nemico dichiarato, non è l’imboscata di un guerrigliero. È il colpo di fucile che arriva da chi ti sta accanto, da chi hai addestrato, da chi ti chiama "alleato". È il tradimento silenzioso di chi indossa la divisa che gli hai consegnato ma che non condivide più la tua guerra.
Si chiama “Green on Blue”. E la sua ascesa racconta meglio di qualsiasi altra cosa il fallimento più profondo dell’intera avventura militare occidentale in Afghanistan: il fallimento della fiducia.
Quando il Parlamento italiano votò l’intervento nel novembre 2001, raramente qualcuno immaginava che la cosiddetta “missione di pace” si sarebbe trasformata in un incubo di sospetti dentro la stessa coalizione che avrebbe dovuto combattere i talebani.
Che cosa significa “Green on Blue”
Il nome è una convenzione militare: “blue” sono le forze della Coalizione internazionale, a guida NATO, “green” sono le forze di sicurezza afghane, ossia l’Esercito Nazionale Afghano (ANA) e la Polizia Nazionale Afghana (ANP). Quando un “green” uccide un “blue”, l’attacco viene classificato come “green on blue”.
Sembra una sigla tecnica, quasi asettica. In realtà, è il nome di un incubo.
Fino al 2007, gli attacchi “green on blue” erano un fenomeno raro, meno di uno all’anno. Poi, a partire dal 2009, la curva comincia a salire. Nel 2011 ci sono 21 attacchi con 35 morti. Nel 2012 si raggiunge il picco: almeno 45 attacchi mortali, con oltre 50 soldati della Coalizione uccisi. In quell’anno, gli attacchi “green on blue” rappresentano il 15% di tutte le perdite della NATO, una su sette.

Il culmine simbolico arriva il 5 agosto 2014, quando il Maggiore Generale statunitense Harold J. Greene viene ucciso in un attacco insider alla Marshal Fahim National Defense University di Kabul. Era il primo generale americano caduto in combattimento all’estero dalla guerra del Vietnam. Non per mano dei talebani, ma per mano di un soldato afghano che avrebbe dovuto essere un alleato.
Secondo un’analisi del Modern War Institute di West Point, dal 2007 al 2017 gli attacchi insider hanno causato la morte di almeno 157 soldati della NATO e 557 membri delle forze di sicurezza afghane. Numeri che, da soli, raccontano una tragedia. Ma il vero danno non è stato solo numerico.
Le radici del tradimento: molto più della semplice infiltrazione
Subito, la narrazione ufficiale ha tentato di circoscrivere il fenomeno. La colpa è dei talebani che si infiltrano. Secondo il Pentagono, solo circa il 10-25% degli attacchi è attribuibile all’infiltrazione talebana. Il portavoce del Dipartimento della Difesa, John Kirby, parla di “atti individuali di risentimento” e di “questioni d’onore”.
Ma c’è un’altra versione. Quella che arriva dalle voci afghane. Quella che il racconto mediatico mainstream ha fatto molta fatica a fare emergere.
Il generale afghano Aminullah Amarkhil, comandante della polizia di frontiera a Nangarhar, offre un’analisi radicalmente diversa. Secondo lui, la causa principale degli attacchi “green on blue” non è l’infiltrazione, ma un profondo e sistematico fallimento etico della Coalizione. Un fallimento alimentato da un’arroganza culturale che ha trasformato gli alleati in nemici. Le sue parole sono una doccia gelata:
“Il motivo principale di questi attacchi è che le truppe straniere hanno in molte occasioni umiliato la cultura e la religione afghane. Sono entrate in case afghane senza permesso, hanno ucciso civili innocenti, hanno bombardato feste di matrimonio, sono entrate nelle nostre moschee con i cani, hanno bruciato il sacro Corano.”
Non sono accuse isolate. Nel suo report “An Analysis of Insider Attacks in Afghanistan”, il Modern War Institute di West Point conferma che gli attacchi “green on blue” sono spesso il prodotto di “cultural friction – a perceived insult, a cultural gaffe, or a small misstep that in the minds of certain Afghan forces take on much greater significance”: un’insulto percepito, una gaffe culturale, un piccolo passo falso che nella mente di certi soldati afghani assume un significato molto più grande.
Un ufficiale dell’Esercito Nazionale Afghano arriva a denunciare “esplicito razzismo, arroganza e mancanza di rispetto” da parte delle truppe alleate. In un’analisi pubblicata su e-International Relations, si legge che il divario culturale coinvolge una reciproca diffidenza che porta al “repugnance of each other’s cultural practices”. Gli alleati occidentali si lamentano dell’igiene afghana, del loro trattamento degli animali, del consumo di hashish tra i soldati. Ma gli afghani, dal canto loro, vedono l’arroganza, l’uso liberale di volgarità, l’abitudine di urinare o defecare in spazi pubblici, il trattamento delle donne afghane in modi contrari alla loro sensibilità.
Secondo un’analisi NATO del 2011, in oltre il 36% dei casi gli attacchi erano provocati da stress da combattimento e tensioni accumulate, mentre solo nel 23% dei casi erano dovuti a persuasione da parte dei talebani. Lo stesso rapporto cita esplicitamente le “differenze culturali nella gestione delle armi e l’atteggiamento dei soldati occidentali verso le donne afghane” come fattori che possono innescare il risentimento. E il fenomeno della “battle fatigue” – soldati afghani mandati in montagna per mesi senza ricambio, esausti, disillusi – spiega una percentuale significativa dei tradimenti.
Un altro dato è ancora più preoccupante. Secondo un’analisi della CNN citata dallo stesso studio, il movente nel 32% dei casi rimane sconosciuto. Un terzo degli attacchi senza una spiegazione chiara. Un vuoto interpretativo che suggerisce quanto poco la Coalizione conoscesse davvero gli uomini che aveva addestrato.
La realtà, insomma, è che molti di questi attacchi non sono “infiltrazioni”. Sono atti di ribellione. Di disillusione. Di vendetta. Sono il grido di chi, dopo anni di addestramento e di convivenza forzata con una potenza occupante arrogante e insensibile, decide di rispondere con le armi.
Quando la fiducia crolla: le misure della disperazione
Le conseguenze sul piano operativo sono devastanti. Per proteggersi, la NATO è costretta a introdurre misure che segnano il fallimento dell’intera strategia basata sulla fiducia:
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“Guardian Angel” program: uno o due soldati della Coalizione vengono incaricati esclusivamente di sorvegliare costantemente i colleghi afghani durante ogni missione, pronti a sparare per primi;
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obbligo di portare armi sempre cariche: anche all’interno delle basi;
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sospensione delle operazioni congiunte: nel settembre 2012, dopo una serie di attacchi particolarmente gravi, la NATO sospende molte operazioni congiunte con le unità afghane.
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costruzione di “Alamos”: alcune unità americane arrivano a costruire fortini blindati all’interno delle basi per proteggersi da attacchi interni.
Ogni misura è un’ammissione: la fiducia è crollata. E quando la fiducia crolla, l’intera strategia di controinsurrezione – basata sulla creazione di legami duraturi con la popolazione e con le forze locali – perde ogni significato.
Perché i mass media hanno ignorato il fenomeno
Se gli attacchi “green on blue” sono stati così significativi – militarmente e politicamente – perché il grande pubblico ne ha sentito parlare così poco? Perché in Italia, in particolare, il dibattito sulla guerra in Afghanistan è sempre stato dominato da altre narrazioni? La risposta è complessa e coinvolge tre fattori principali.
1. La sottostima sistematica dei numeri
Secondo un’inchiesta dell’Associated Press del maggio 2012, la NATO aveva una politica sistematica di sottostima degli attacchi insider. In particolare, venivano resi pubblici solo gli attacchi con esito mortale; quelli che provocavano solo feriti spesso non venivano comunicati. Un portavoce dell’ISAF, Jamie Graybeal, giustificò la scelta affermando che “non tutte le nazioni contribuenti davano il consenso alla pubblicazione”: una formula diplomatica che lasciava ampio spazio all’occultamento.
2. La narrazione come “casi isolati”
L’approccio comunicativo della NATO è stato costantemente quello di presentare gli attacchi come episodi sporadici, frutto di rancori personali o di infiltrazioni limitate. L’International Crisis Group ha criticato apertamente questa strategia: “The attempt to spin these attacks as isolated occurrences appears to have blinded ISAF leadership to the risks they might pose to overall perceptions of the mission”. Concentrandosi su ogni singolo caso, si evitava di affrontare il quadro generale e il messaggio implicito per l’opinione pubblica era che non ci fosse un problema strutturale.
3. La mancata assunzione di responsabilità culturale
Come osservato dalla MERIP (Middle East Research and Information Project), “American and NATO media handlers are in message control mode trying to contain the fallout from the escalation of insider killings”. E per farlo, si è scelta una strada: enfatizzare le spiegazioni "comode" (infiltrazione, stress) e minimizzare quelle “scomode” (l’arroganza, l’umiliazione, la violenza indiscriminata). Questo ha permesso di evitare un’auto-critica che avrebbe messo in discussione il senso stesso della presenza occidentale in Afghanistan.
Una riflessione a parte merita il caso italiano. Quando il Parlamento votò l’intervento nel novembre 2001, i leader del centrosinistra – Fassino, D’Alema, Veltroni, Napolitano – sostennero la missione definendola una “causa giusta” e un’impresa di “pacificazione”. Non ci sono prove che i militari italiani abbiano assistito direttamente ad attacchi “green on blue” o ad altre atrocità. Ma la vera denuncia che arriva dai soldati italiani, raccolta nel libro La guerra nascosta di Cadalanu e De Angelis, è un’altra: loro hanno combattuto una guerra vera, hanno visto i loro commilitoni cadere in quello che era a tutti gli effetti un campo di battaglia – mentre a casa si raccontava la favola della “missione di pace”. E la loro denuncia, inascoltata per anni, è proprio contro questa ipocrisia di fondo. Una guerra raccontata come pace, una pace che era solo una maschera per nascondere l’orrore.
Il cerchio si chiude
Secondo una ricerca condotta dall’ISAF e citata dal Modern War Institute, dopo il 2011 gli attacchi insider divennero la tattica bellica preferita dai talebani, che avevano compreso perfettamente come applicare risorse limitate per il massimo effetto: “despite a reputation for cultural myopia, the Taliban’s use of insider attacks reveals that the group understood US military and political culture and domestic sensitivities far better than some imagined”. Il nemico, insomma, aveva capito prima e meglio degli alleati quale fosse il punto debole della Coalizione: la sua fragilità interna.
Oggi la lezione è chiara. Non si vince una controinsurrezione se non si conquista la fiducia della popolazione e delle forze locali. E non si conquista la fiducia se non si rispetta la cultura, la religione, la dignità delle persone con cui si opera. Il fenomeno “green on blue” è stato solo la punta dell’iceberg, un iceberg fatto di arroganza, di violenza indiscriminata, di guerre raccontate come missioni di pace.
Ogni attacco “green on blue” è stato un messaggio in codice. Chi lo ha letto fino in fondo – forse – avrebbe potuto capire prima che era ora di tornare a casa. Ma noi, dall’altra parte del mondo, abbiamo preferito non sentire.
Questo articolo è pubblicato su PeaceLink nell’ambito di una riflessione sulla storia della pace e sulla necessità di una memoria critica dei conflitti armati.
Vedere inoltre
Green On Blue Attacks
https://www.virtra.com/green-on-blue/
Afghanistan - Green-on-blue attacks
https://apps.dtic.mil/sti/tr/pdf/ADA601559.pdf
Afghanistan's 'green on blue' collapse of trust
https://www.bbc.com/news/world-south-asia-19834021
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