Noi, famiglie di lavoratori "senza voce": il nostro Natale è un'attesa di giustizia
La tragedia che si è consumata in questi giorni a Torino, ha colpito e indignato l’Italia intera. I giornali ne hanno riempito le prime pagine, le televisioni le edizioni dei tg, scavando nella rabbia e nel dolore dei protagonisti, i quali hanno urlato a gran voce che i riflettori non devono spegnersi su questa vicenda.

E’ stata aperta una sottoscrizione in tutta Italia a sostegno delle famiglie.
E’ stato chiesto che le rendite Inail vengano corrisposte al più presto e che sia dato un posto di lavoro alle vedove, trattandosi di nuclei monoreddito.
Che delle figure professionali supportino psicologicamente i familiari per elaborare la perdita.
Che si avvii una rapida inchiesta per un rapido processo.
Come tutti, anch’io ho provato indignazione, anche più di altri; anch’io ho provato pena, così tanta che ho dovuto spegnere il televisore per non sentirne più parlare. Per sensibilità ci si può immedesimare nel dolore altrui, ma viverlo sulla propria pelle è tutt’altra cosa.
Non è facile accettare la morte, mai. Ancora meno se si tratta di una morte improvvisa. Ancora peggio se è una morte ingiusta: come ingiusta è quella che si trova sul posto di lavoro.
Come ingiusta è quella che hanno trovato in questi giorni i cinque operai della Thyssen, avvolti dalle fiamme. Come ingiusta è quella che ha trovato mio marito il 18 aprile 2006 nell’Ilva di Taranto, avvolto in una nube di gas, che ha stravolto la mia vita e quella dei miei figli.
Per noi non c’è stato nessun supporto psicologico.
Per noi la sottoscrizione l’hanno fatta i suoi colleghi, che hanno sostenuto lo sciopero più lungo mai registrato in Ilva, 32 ore, con l’80% di adesione. Ma i giornali e le televisioni nazionali non se ne sono accorti, impegnati a raccontare i dettagli della celebrazione di un’importante anniversario della monarchia inglese.
Hanno scioperato perché gli volevano bene e perché non ne potevano più dei continui incidenti che avvengono in quello che è il più grande stabilimento siderurgico d’Europa.
Perché l’Ilva da sola ha mietuto 40 MORTI dal ’93 ad oggi e i feriti non si contano. E non fanno notizia.
La rendita che percepisco è ancora parziale, l’Inail non ha ancora aggiornato i calcoli.
Io non ho un posto di lavoro, la nostra era una famiglia monoreddito.
La situazione processuale, dopo 20 mesi, è ancora in un limbo che si chiama “fase d’inchiesta”.
Vittime e familiari di Torino hanno la mia solidarietà e li abbraccio idealmente tutti, compresi i compagni di lavoro che si battono per i diritti di chi non c’è più.
L’unica polemica che vorrei sollevare è nei confronti degli organi d’informazione, che “cavalcano l’onda” delle notizie, sfruttando il dolore di chi lo vive per stimolare l’attenzione di chi ascolta.
E il dolore e la rabbia inducono a raccontare. E queste storie sono per certi versi simili, accomunate dall’impossibilità di trovare un lavoro diverso,più a misura umana. E tante storie sono sconosciute, come quella di Vito Antonio, di Natale, di Andrea e di Domenico, tutti deceduti in Ilva dopo mio marito, e che non hanno avuto voce per essere raccontate.
Ed é per il rispetto di tutti coloro che sono morti sul posto di lavoro (non solo in Ilva) che ho pudore a scendere in particolari toccanti, quando mi viene chiesto di raccontare la storia che mi riguarda.
Lo scorso giovedì sono stata invitata nella trasmissione di Rai2 “AnnoZero”, incentrata sulla vicenda di Torino.
Oltre a parlare dell’incidente di mio marito, non mi è stato permesso di parlare dell’Associazione 12 giugno, che abbiamo costituito con altri familiari di vittime Ilva e che intendiamo estendere su tutto il territorio nazionale per tutte le vittime sul lavoro. Per noi è uno strumento per reagire collettivamente al dolore e cercare di scongiurare altre morti. Ci proponiamo di sensibilizzare in modo sistematico l’opinione pubblica su questa piaga che riguarda tutti.
Vogliamo presentare delle norme integrative del disegno di legge del ministro Damiano in tema di prevenzione e sicurezza, di sanzioni e tempi circa la durata dei processi. E ci sosteniamo a vicenda nelle udienze durante il lungo iter processuale.
Forse sarebbe stata una notizia utile per qualcuna di quelle famiglie “senza voce”.
Appoggiamo dunque le richieste fatte a gran voce dagli amici di Torino, ma vorremmo fossero adottate automaticamente per tutti i casi di morti e invalidati gravi sul lavoro, senza misure straordinarie, perché ogni vittima ha la sua dignità ed ogni famiglia il suo dolore.
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