«Star bene e non esser contenti». I Miserabili secondo Marco Paolini
Un dialogo immaginario con la lady di ferro nella città dell’acciaio.
Ma la ballata Miserabili.
Io e Margaret Thatcher al Terminal Container del porto di Taranto è molto di più di una capriola verbale.
È parola che si fa narrazione con estrema chiarezza in un luogo simbolo del commercio globale. Perché ciò che lunedì 9 novembre Marco Paolini racconterà in una serata evento in diretta su La7 sarà una riflessione ad alta voce sull’influenza che le regole di mercato esercitano sul nostro modo di immaginare il futuro.
Sin dall’avvento del thatcherismo. «Ma non ne farei il capro espiatorio di tutti i mali » dice Paolini, il papà del teatro civile in Italia. «Lo spettacolo - sottolinea - non è un processo alla Thatcher. È un ragionamento su come la politica e l’economia hanno dettato il nostro stile di vita negli ultimi trent’anni».
Lo spettacolo risale a tre anni fa, quan do ancora non si parlava di crisi.
«Ci dicevano che fa cevamo le Cassandre».
E adesso?
«Abbiamo un sacco di ascoltatori... ».
Che c’entrano i Miserabili?
«Qualche anno fa mi chiedevo: sto bene ma non sono contento. E mi sono messo a leggere Hugo».
Risultato?
«Ho scoperto che il destino è diventato, come nell’Ottocento dell’industrializzazione raccontato da Hugo, arbitro della nostra vita. Non viviamo una condizione di povertà, ma di miseria. E nella miseria non ci può essere speranza».
I sintomi?
«La paura, l’intolleranza, l’omofobia e così via. Sintomi di un’incapacità di sperare, che il mercato ha ucciso imponendoci come stile di vita il consumo. Non solo come acquisto di beni, ma di tempo. Adesso ci fanno anche studiare più facilmente, ci organizzano i viaggi…».
Rimedio?
«Dare appeal alla speranza».
Molti penseranno: Paolini ha pensato a Taranto perché con il dissesto ha anticipato il grande crack. È così?
«È una storia di cui ho letto sui giornali. In realtà l’abbiamo scelta perché cercavamo al Sud un luogo di economia reale. La Taranto Film Commission ci ha aiutati molto nel trovare la disponibilità della location. Tempo fa, proprio a Taranto, mi rimproverarono di venire poco nel Meridione. Mi sono sentito anch’io responsabile di questo squilibrio che c’è nel paese. E ho sentito la necessità, per usare un gergo calcistico, di fare in modo che la squadra non si allungasse».
Taranto con l’Ilva, l’inquinamento, la sua storia, ha suggerito altre riflessioni?
«Di recente ci sono stato per presentare lo stesso spettacolo ai Tamburi (all’auditorium Tatà, ndr). Guardando le ciminiere ho pensato a Porto Marghera e a tutte le città industrializzate che stanno perdendo il suono della sirena. I posti di lavoro si sono smarriti, ma l’economia è rimasta in piedi. Questo dovrebbe farci riflettere. Come il fatto che girando per il centro di Taranto ho visto lo stesso impressionante numero di vetrine di scarpe da ginnastica presenti in tutte le città italiane cui è stato rifatto il look».
Quindi?
«Il punto è che poi nessuno corre. Tra un po' quelle meravigliose scarpe da tennis le esporremo in libreria».
Avrà notato che a Taranto non esiste un teatro comunale.
«Beh, l’ho provato sulla mia pelle, visto che qualche mese fa sono andato in scena in un aula universitaria trasformata in teatro: quella sera ho iniziato lo spettacolo con quaranta minuti di lezione di economia».
Il posto giusto: e i presenti come l’hanno presa?
«Sono rimasto sbigottito della loro tolleranza. Per cui se ho deciso di tornare qui è anche perché quella volta ho sentito una voglia di capire tipica del Sud, dove le teste mi gliori sono ancora impegnate a porsi delle domande che sono più avanti delle mie. A Taranto ho percepito un desiderio selvaggio di interloquire. E adesso questa partita in tendo giocarmela con una scommessa ancora più forte».
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