La testimonianza di Francesca Caliolo, vedova di Antonino Mingolla, operaio morto in Ilva nell’aprile del 2006
Ci sono tanti modi per reagire ad un grande dolore. C’è chi si annulla, chi si chiude in un silenzio assordante, chi si rifugia in una sterile autocommiserazione. E poi, c’è chi sceglie di fare un percorso più coraggioso che giorno dopo giorno, lacrima dopo lacrima, rende possibile il miracolo di trasformare la rabbia in amore, l’angoscia in speranza, la solitudine in impegno civile. È questa la scelta compiuta da Francesca Caliolo, vedova di Antonino Mingolla, l’operaio mesagnese morto, a soli 47 anni, nello stabilimento Ilva di Taranto, nell’aprile del 2006. Un infortunio sul lavoro, uno dei tanti avvenuti in questi ultimi anni. Una storia che Francesca ha sempre raccontato con la dignità delle persone pure, che non seminano odio, ma pretendono giustizia: per un uomo onesto come Antonino, per due adolescenti rimasti all’improvviso senza papà, come Gabriele e Roberta, e per una donna, come lei, che ha dovuto imparare a cavarsela da sola. Una prova durissima, soprattutto all’inizio, quando Francesca si è sentita troppo sola.
“Dopo la tragedia ho avvertito un dispiacere profondo per la mancata reazione da parte dei tarantini, per il loro approccio fatalistico nei confronti delle morti bianche – racconta – ho provato un forte senso di abbandono che col passare del tempo si è stemperato. Pian piano, ho cominciato ad apprezzare una città che mi aveva tolto tanto, ma che cominciava a darmi qualcos’altro. Grazie all’affetto ricevuto da tante persone, ho imparato ad amarla”.
Un sentimento divenuto ancora più forte dopo l’ultima manifestazione contro l’inquinamento organizzata da Alta Marea. “Mi ha fatto piacere scoprire che oggi c’è una maggiore consapevolezza nei confronti di tematiche come la difesa dell’ambiente, della salute e della vita. Durante il mio intervento in piazza Garibaldi, avrei voluto dire grazie a Taranto per i segnali che sta mandando, segnali che mi fanno sentire meno sola, ma l’emozione mi ha un po’ bloccata”. Il messaggio è arrivato lo stesso. Così com’è arrivato, forte e chiaro, l’appello a unire le forze, a fare comunità, a non disperdere le energie a vantaggio di chi ha sempre approfittato di questa terra. L’impegno civile di Francesca è ormai prassi quotidiana. Ogni incontro, ogni dibattito, ogni assemblea, che sia organizzata qui o altrove, è per lei un’occasione preziosa per trasmettere il senso della sua battaglia in difesa della sicurezza degli operai. Lo scorso anno, ad esempio, ha partecipato alla cerimonia tenuta a Torino in ricordo delle sette vittime del rogo della Thyssen. E anche lì, non si è limitata a raccontare la sua vicenda personale. Dinanzi ad una platea commossa ha dichiarato: “Tutti sono responsabili delle morti sul lavoro... dobbiamo spingere i nostri politici a fare di più e i sindacati a tutelare la sicurezza”.
Proprio la vicenda Thyssen ha comportato una novità di portata storica: per la prima volta, in Italia, qualcuno dovrà rispondere dell'accusa più grave, omicidio volontario, in un processo per morti sul lavoro. Il rischio della prescrizione, però, è sempre in agguato. Ciò equivarrebbe ad uccidere per la seconda volta le vittime e a lasciare definitivamente senza pace i loro familiari. Un pericolo da scongiurare anche per il processo sulla morte di Antonino Mingolla. Lo scorso 18 novembre, a ben tre anni e mezzo dalla tragedia, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Taranto ha rinviato a giudizio sei persone con l’accusa di concorso in omicidio colposo. A partire dal prossimo 1 febbraio inizierà il processo a carico di tre funzionari dell’Ilva, di due rappresentanti della Cmt e del titolare della ditta subappaltatrice Smi. Francesca sarà protagonista come parte civile. Ricordiamoci di non lasciarla sola.
Alessandra Congedo
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