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La mia città

Tutto quello che ho avuto l’ho avuto grazie a lei. Anche il cancro di mio padre, e i soldi per tentare di curarlo, vengono da lì. Le lotte operaie, la coscienza sociale, il comunismo, la matrice è sempre la stessa. Questa città ha fatto un patto col diavolo d’acciaio, e adesso sta pagando il suo prezzo avendone consegnato l’anima.
14 ottobre 2016
Pino De Padova

Lui la odia, questa città. Avverte il manto velenoso di carbone che la avvolge. La trova sporca, come la coscienza di chi l’ha amministrata e presuntuosa e ignorante. L’unica tradizione degna di nota della città è il rito della settimana Santa, ma non se ne è sentito mai partecipe, lui, comunista e ateo per fede. La processione della Madonna che va in cerca del figlio che sta per essere crocefisso dura l’intera notte della vigilia di Pasqua, con i “perdoni”, dei penitenti incappucciati che camminano scalzi con il passo del gambero, due avanti e uno indietro, lentissimi, termina la mattina con il ricovero di tutte le statue nella chiesa del centro della città. Pare che le aste per aggiudicarsi il privilegio di portare le statue a spasso, che avviene ogni anno a suon di milioni, sia sempre appannaggio di famiglie che hanno sempre qualche conto in sospeso con la giustizia. Lui non se ne cura, non sente l’appartenenza a questi riti che le televisioni locali spacciano per la più alta espressione della cultura cittadina. La cultura della sua città, per lui, è un ossimoro.
Avrebbe dovuto prendere il ponte per evitare il traffico, ma ogni volta cova una vana speranza: gli sembra assurdo che duecentocinquantamila individui, per stupidi che possano essere, si complichino la vita così. Invece anche sul traffico, pensa Diego, si danno arie da grande città. Sette strade parallele che corrono di fianco ad un grande muro di cinta in tufo, il confine con la zona militare dell’Arsenale della marina, possono essere messe in crisi da una macchina parcheggiata in doppia fila. 
Non vuole arrivare dopo di lei, gli scoccerebbe. Fa il pirata, come tutti. Si imbarca sulla corsia dei bus, supera il ponte, l’ingorgo del mercato del pesce, che giudica puzzolente e viscido, e finalmente arriva in stazione. 
Elvira non è ancora arrivata, mancano dodici minuti più trentaquattro di ritardo.
Ha fatto fatica a parcheggiare, ma in stazione non c’è traccia degli abitanti delle auto parcheggiate fuori. La stazione è dimessa, stanca, ancora più brutta dopo il lifting che avrebbe dovuto renderla moderna e funzionale. Il dispensatore automatico di biglietti è fuori uso, gli sportelli chiusi; già da qui si capisce l’abbandono in cui versa questa città votata alla morte.
Appena Elvira scende dal treno gli sembra di doversi scusare per lo squallore che li circonda. Si abbracciano, lui le chiede com’è andato il viaggio, bene, dice lei. Lui dà un’occhiata al bagaglio e si stupisce che possa aver messo tutto nella sacca che ha in spalla. Invece si, ha tutto lì. A Diego sembra poco, come se prevedesse di essere di passaggio, ma non lo dice. È deluso e per non darlo a vedere si finge più allegro di quello che è. Vorrebbe chiederle quanto intende fermarsi, ma non osa. In fondo con Elvira sono insieme da due mesi soltanto. Ci sono cose che, per chiederle, devi avere un minimo di confidenza che lui teme di non avere, altrimenti potrebbero sorgere dei malintesi e poi è un momento a mettere in piedi un muro che non si riesce più a scavalcare. Elvira gli è sembrata da subito una che sta dall’altra parte, allora fa molta attenzione, perché sa che la confidenza deve conquistarsela, con pazienza. Diego divide le persone in due categorie: quelle che stanno da questa parte, la parte dove sta anche lui, e quelle che stanno dall’altra: Elvira sta dall’altra parte. Non sa definire razionalmente cosa distingue chi sta di qua da chi sta dall’altra parte, piuttosto lo sente.
In macchina le chiede come preferisce organizzarsi, ma lei non ascolta, si guarda in giro con curiosità. Fa segno con la mano e chiede se è un porto, lui dice che lì ci sono le barche dei privati, che c’è un porto, si, ma è un porto commerciale molto grande, in mano ai cinesi e da dove, presumibilmente, passano armi e droga. Ma dai, davvero, fa lei? Si, credo, dice Diego. E merce contraffatta che arriva dalla Cina. 
Manco a dirlo sulla ringhiera della città vecchia c’è fila. Lui smadonna un po’, invece Elvira sta guardando il mare con l’espressione meravigliata di una bambina. A lui piace quell’espressione, gli piace che Elvira sia in grado di provare meraviglia. Che bello che avete il mare, dice. Da casa tua si vede il mare? No, non si vede, abito in un quartiere dormitorio, in periferia, lì il mare non si vede, risponde Diego. Peccato, dice lei. Lui le chiede se vuole riposare, fare una doccia. Potrebbero passare da casa così lei fa le sue cose. Pensa a Elvira che fa cose a casa sua e la sua immaginazione fa partire un film dalla sceneggiatura un po’ melensa che però subito si ingarbuglia e si confonde. Elvira dice che non è stanca, che in fondo ha fatto solo trecento chilometri. Vuole andare in giro, guardare la città. Diego non lo dimostra, ma si sente deluso. Avrebbe preferito andare dritto a casa, magari con la scusa della doccia finivano per fare l’amore: lei non avverte la stessa urgenza? È anche in apprensione: dove la porta, in questo schifo di città? Mentre sta scegliendo un itinerario, non gli viene niente in mente, passano il ponte girevole e allora gli viene in mente che è l’unico così, che si dice che chi l’ha progettato poi sia stato accecato per non farne più di simili, ma lui non sa se sia proprio vero. Bello, però, fa lei. Il lungomare della città nuova è sgombro, ma Diego si sta calando nella sua parte di cicerone, suo malgrado; le mostra il monumento ai marinai, la rotonda, il palazzo a forma di M come Mussolini. Non la conosce, questa città, in fondo è questo il punto. Elvira sembra interessata, fa domande alle quali Diego non sa rispondere. A un certo punto gli chiede di fermarsi, vuole guardare dalla ringhiera. In lontananza, c’è un po’ di foschia, si vede una petroliera alla rada. Elvira rimane per un po’ a guardare e poi dice a Diego, dai, portami a vedere Taranto. C’è una luce cupa, quasi livida, adesso che il sole si sta nascondendo dietro l’isola della città vecchia. Guarda, fa lei, cosa, risponde Diego. Il sole, guarda il riflesso che fa sul castello. Si, bello, dice Diego senza entusiasmo. Sai cosa, dice allora Diego: andiamo, ti porto a vedere un posto. Percorrono tutto il lungomare e poi svoltano verso l’interno, su un viale a quattro corsie con lo spartitraffico. Escono dalla città a sud e svoltano per una strada interna, che dopo poche centinaia di metri costeggia il mare. È il mar piccolo, fa lui, con uno strano orgoglio che lo stupisce. Questo c’è solo qui. Tutto intorno al mar piccolo c’è la citta che si allunga quasi a volerlo copiare: la parte nuova, la città vecchia, le case dormitorio del siderurgico e, infine, maestoso e ancora minaccioso, il grande mostro. È quella, Taranto. Sei vuoi capire Taranto devi capire quella cosa lì. Elvira guarda il profilo dello stabilimento e le lunghe ciminiere dalle quali escono sbuffi di fiamme e fumo, nero e grigio. Diego ferma la macchina e invita Elvira a scendere dalla macchina. Si avvicinano alla riva, continuando a fissare la fabbrica. Sulla sinistra si vedono quattro uccelli, papere, forse, che galleggiano placide. Il mare, che sembra un lago, riflette il grigio del cielo e sembra di metallo, come se l’avesse prodotto l’acciaieria. È stata il nostro tiranno: per decenni ci ha dato la vita, e la morte, sta dicendo Diego. Il cappotto buono di mia madre, che metteva solo la domenica, la cinquecento di mio padre, il mio motobecane blu senza il cavalletto, comperato che era già vecchio, lo stereo di selezione. Tutto quello che ho avuto l’ho avuto grazie a lei. Anche il cancro di mio padre, e i soldi per tentare di curarlo, vengono da lì. Le lotte operaie, la coscienza sociale, il comunismo, la matrice è sempre la stessa. 
Questa città ha fatto un patto col diavolo d’acciaio, e adesso sta pagando il suo prezzo avendone consegnato l’anima. 
Tutta la nostra vita è stata forgiata in quegli altiforni, squagliata e ricomposta, trafilata e temprata in quelle officine. Quella è Taranto. Quella Taranto ha cercato di ammazzare questa, dice Diego indicando l’acqua con un gesto vago, e quasi c’era riuscita. Invece le cose sono andate diversamente, e allora adesso sta morendo lei. Quando arrivo a Taranto da sud rimango affascinato dal profilo delle ciminiere che spandono il loro veleno. Ci siamo nutriti di veleno, per decenni, ecco perché siamo così. Siamo tutti figli suoi, oggi, e come una vera madre l’amiamo e l’odiamo. Sappiamo che la sua fine sarà anche la nostra.

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