Diventa legge l’ennesimo decreto “salva-ILVA”
Il provvedimento autorizza innanzitutto l’utilizzo di 108 milioni di euro residui, già trasferiti in passato da Ilva in amministrazione straordinaria: di questi, 92 milioni risultano già spesi. A ciò si aggiunge la possibilità di un ulteriore finanziamento fino a 149 milioni di euro per il 2026, sotto forma di prestito-ponte rimborsabile entro sei mesi, da restituire attingendo al ricavato della futura cessione aziendale.
Il prestito scatterà nel caso in cui la procedura di vendita a soggetti terzi non si concluda entro il 30 gennaio 2026. L’intervento, come esplicitato nel decreto, è subordinato all’autorizzazione della Commissione europea, chiamata a valutare la compatibilità della misura con le regole sugli aiuti di Stato.
PeaceLink aveva già espresso un parere negativo alla Nona Commissione del Senato che aveva chiesto un intervento in merito al testo in esame.
Una continuità garantita a colpi di decreti
Ancora una volta, l’obiettivo dichiarato è la “continuità operativa” degli impianti. Ma per Giustizia per Taranto questo schema non rappresenta una soluzione, bensì la prosecuzione di una strategia fallimentare.
Dal 2012 a oggi – ricorda l’associazione – lo Stato ha già immesso circa 3,6 miliardi di euro per tenere in vita l’Ilva, attraverso una lunga sequenza di contributi, prestiti, ingressi pubblici nel capitale, finanziamenti dei soci e misure emergenziali. Una cifra enorme che, secondo il movimento, non racconta l’esistenza di un piano industriale o sociale credibile, ma solo una catena di salvataggi temporanei.
L’ultimo prestito da 149 milioni viene definito senza mezzi termini come “l’ennesima sacca di sangue”, concessa a un impianto che sopravvive esclusivamente grazie a proroghe e decreti d’urgenza. Un’azienda che, nei fatti, non riesce a reggersi sulle proprie gambe.
Bruxelles avverte, Taranto paga
Nel frattempo, anche da Bruxelles arrivano segnali di insofferenza. La Commissione europea ha già definito “infinita” la serie di aiuti pubblici all’ex Ilva e ha avvertito che questo intervento dovrebbe essere l’ultimo.
La posizione di Bruxelles emerge proprio in relazione al decreto-legge n. 180/2025, convertito in legge dalla Camera il 19-20 gennaio 2026, che include un finanziamento fino a 149 milioni di euro per il 2026. La Commissione ha condizionato l'approvazione del prestito all'obbligo di restituire le somme entro 6 mesi.
Eppure, mentre si promette che la cessione a terzi sarà la svolta decisiva, si rinvia ancora una volta il nodo centrale: che cosa fare davvero di questo impianto.
Secondo Giustizia per Taranto, il punto non è solo economico. Accanto ai costi diretti sostenuti dallo Stato, esistono costi indiretti enormi, sistematicamente ignorati: quelli sanitari, ambientali, sociali e psicologici. Costi che ricadono sui cittadini, sulle famiglie colpite da patologie correlate all’inquinamento, sull’immagine del territorio e sulle economie alternative compromesse da decenni di monocultura industriale.
La domanda inevasa: a cosa sono serviti 3,6 miliardi?
La domanda posta dall’associazione è tanto semplice quanto scomoda: a cosa sono serviti 3,6 miliardi di euro di soldi pubblici, se oggi l’azienda è ancora appesa a prestiti-ponte e a scadenze sempre più ravvicinate?
Se il risultato è un sistema che rinvia continuamente bonifiche, sicurezza, tutela della salute e qualità del lavoro, allora – sostengono gli attivisti – non si può parlare di salvataggio, ma di trascinamento. Un trascinamento che mantiene intatto il ricatto tra salute e occupazione, senza garantire davvero né l’una né l’altra.
La proposta: chiudere per ripartire
Per Giustizia per Taranto l’unica vera via d’uscita è una parola che la politica continua a evitare: chiusura. Non come resa, ma come atto di responsabilità. Chiusura del ciclo dell’assistenzialismo pubblico, dei commissariamenti infiniti e delle promesse mancate. Chiusura di una lunga via crucis sociale ed economica.
Al suo posto, l’associazione propone una ripartenza partecipata, fondata su bonifiche reali e verificabili, capaci di restituire suolo, aria e mare alla città. Un percorso che metta al centro nuove economie sane, lavoro stabile e dignitoso, diritti, sicurezza e futuro. Un progetto che non tratti più Taranto come una zona di sacrificio.
«Giustizia – conclude il movimento – non è tenere in vita un mostro con soldi pubblici. Giustizia è dare a una comunità la possibilità concreta di vivere, curarsi e lavorare. Senza veleno».
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