ILVA moribonda, ma chi pagherà l'inquinamento?
L’articolo di Mimmo Mazza sulla Gazzetta del Mezzogiorno apre una visione premonitrice sull’ILVA. Quello che PeaceLink aveva ipotizzato si sta avverando. Ovvero la Commissione Europea indaga sui provvedimenti governativi a favore di quest’azienda privata. Pur di assisterla nella sua agonia, il Governo Italiano sta pompando nelle vene della moribonda acciaieria degli aiuti su cui l’Europa vuol vederci chiaro, perché le direttive europee vietano gli aiuti di Stato alle aziende private.

Da tempo avevamo detto che ILVA era in coma farmacologico assistito. E’ in corso un accanimento terapeutico che sta costando, sulla base dei nostri calcoli, 95 milioni di euro di perdite al mese. I dati su cui ci basiamo sono quelli del Sole 24 Ore. Il punto di equilibrio fra costi e ricavi per l’ILVA è raggiunto a 21.500 tonnellate al giorno, ossia 7.850.000 tonnellate annue. ILVA riesce a piazzarne sul mercato – che da tempo è in sofferenza per un eccesso di capacità produttiva europea e mondiale – solo 5.800.000 tonnellate all’anno. Questo scostamento fra il punto di equilibrio e quanto oggi ILVA riesce a vendere, ha un impatto terrificante sul bilancio dell’azienda. Tanto che ILVA da tempo non presenta più un bilancio ufficiale, come è noto. Si possono calcolare le perdite attuali dell’ILVA? “Ogni mille tonnellate quotidiane in meno – scrive Paolo Bricco sul Sole 24 Ore - provocano una perdita potenziale di 17 milioni di euro al mese”.
Abbiamo allora inserito i dati su un modello di calcolo, e il risultato è stato impietoso: 1144 milioni di euro di perdite in un anno. Ossia 95 milioni al mese.
Il 30 giugno 2012 il patrimonio netto consolidato dell’ILVA era pari a 3,673 miliardi di euro; il 30 settembre di quest'anno il patrimonio netto è crollato a 1,096 miliardi di euro. “Il 70% in meno”, sintetizza il Sole 24 Ore.
Quanto varranno le azioni ILVA una volta che, pompato il miliardo e 200 milioni in forma di aumento di capitale (come previsto dall’ultimo decreto “Salva-ILVA”, il 61/2013), scopriremo che l’ILVA continua a galoppare a rotta di collo verso nuove ingenti perdite al ritmo sopra quantificato?
Ed ecco allora il senso di quello che sta facendo la Commissione Europea. In apparenza “arcigno guardiano” delle direttive, in realtà si sta rilevando “angelo custode” per Taranto, e si conferma la seconda autorità di riferimento – assieme alla magistratura – in questa storia che il Governo Italiano sta gestendo in maniera emergenziale, cambiando in continuazione le leggi pur di far risultare a norma una situazione che – se fossero in vigore le leggi di due anni fa – sarebbe “fuori della legge”. Nella odierna situazione, il governo italiano ha 15 giorni di tempo per rispondere alle domande della Commissione Europea che chiede conto, come scrive Mimmo Mazza, di tutti i bilanci dal 2012 a oggi, e “di tutti i provvedimenti autorizzativi in materia ambientale violati dall’ILVA dal 1996 a oggi, alla luce del principio “chi inquina paga””.
Perché il problema è proprio questo: ma chi pagherà il disastro ambientale alla fine di tutta questa storia se i soldi sequestrati ritornano nella fornace senza fondo dell’ILVA?
Da questo momento, oltre che noi a Taranto, se lo stanno chiedendo anche a Bruxelles.
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