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Dopo l'intervista a Sergio Segio

Siamo contro il terrorismo (e contro le bugie)

In questi giorni un qualificato giornalista come Giuseppe D’Avanzo ha accusato il movimento pacifista di indifferenza rispetto al terrorismo.
1 novembre 2003 - Alessandro Marescotti

La guerra e' una forma di terrorismo. Immagine pubblicata su http://www.nacc.info/news61.htm

Segio: "Le Brigate rosse sono dentro il Movimento", ha titolato la Repubblica. Proprio così: il tutto è partito da un’intervista all’ex terrorista Sergio Segio.

Ma andiamo per gradi e vediamo per prima cosa ciò che ha scritto D’Avanzo: “In quel movimento pacifista, incapace di dire parole contro la politica come violenza, e in alcuni settori tentati da "pratiche" di disobbedienza e violenza, anche Boccaccini ha trovato spazio”.

Queste affermazioni di Giuseppe D’Avanzo fanno esplicito riferimento a Simone Boccaccini, arrestato nell’ambito delle indagini sulle Brigate Rosse.

Il giornalista parte dall’intervista a Segio per forzarne i contenuti e accusare “il movimento pacifista”. La colpa del movimento pacifista sarebbe quella di non prendere posizione, di essere incapace di “dire parole contro la politica come violenza”.

E’ vero quello che scrive D’Avanzo? No. E’ assolutamente falso.

IL NOSTRO STORICO NO AL TERRORISMO

Per evidenziare l'abisso culturale, politico, antropologico, valoriale, sociologico e programmatico che separa il terrorismo dalla cultura pacifista e nonviolenta basterebbe ricordare che lo slogan dell'edizione 2001 della Marcia per la Pace Perugi/Assisi era proprio "no alla guerra e al terrorismo".

Tuttavia, per verificare ulteriormente l’infondatezza delle parole di D'Avanzo si puo' approfondire la questione cliccando su http://italy.peacelink.org/editoriale/articles/art_971.html
Lì è documentato ad esempio che il 23 maggio 1999 scrivevamo: “Di fronte all'assassinio di Massimo D'Antona il movimento nonviolento e pacifista esprime la propria inequivocabile condanna. Non solo diciamo NO al terrorismo ma siamo mobilitati a raccogliere e segnalare ogni informazione che possa fare chiarezza su questo episodio di imbarbarimento del panorama politico, già avvelenato dalla guerra. Noi che ripudiamo la violenza della guerra contro innocenti non possiamo che ribadire il nostro ripudio del terrorismo, chiunque colpisca”.

Il 21 marzo 2002 si può leggere su http://lists.peacelink.it/pace/msg01306.html un netto comunicato di Rete Lilliput in cui è scritto: “Ribadiamo la scelta di nonviolenza che ci caratterizza da sempre per segnare la nostra distanza incolmabile da gesti violenti di ogni genere, per il rispetto di ogni vita umana".

Il 3 marzo 2003 su http://lists.peacelink.it/news/msg04285.html si può leggere il nostro comunicato: “Il gravissimo fatto di sangue - in cui è stato ucciso il poliziotto Emanuele Petri e ferito il suo collega Bruno Fortunato - ci riempie di dolore. Come pure è fonte di dolore sapere che il terrorista Mario Galesi, rimasto ferito nel conflitto a fuoco, sia morto dopo un delicato intervento chirurgico. Il risorgere delle Brigate Rosse e del terrorismo è per noi pacifisti un motivo di allarme. Ci sentiamo parte attiva nella lotta al terrorismo che non solo ripudiamo ma che avvertiamo come il principale pericolo. Infatti solo il terrorismo potrebbe avere la forza di rovinare il clima sereno, colorato e festoso in cui il movimento per la pace attualmente opera e si estende”.

Su http://www.romacivica.net/anpiroma/G8/Noglobalterrori5.htm vi è una elenco di comunicati di varie associazioni contro il terrorismo. Ma la lista potrebbe essere più lunga.

Conclusione: siamo contro il terrorismo, e non da ora. Ma siamo anche contro le bugie.

Mai ci saremmo aspettati che un giornalista qualificato e noto come D’Avanzo volesse bruciare la sua credibilità con una manciata di parole buttate giù malamente e incautamente, tali da raffigurarci come un movimento “incapace di dire parole contro la politica come violenza”.

La questione non è che il movimento pacifista è stato “incapace di dire parole” ma che Repubblica non le ha mai pubblicate.

L'INTERVISTA A SEGIO

Ma per comprendere il ruzzolone di D’Avanzo occorre risalire all’intervista all’ex terrorista Sergio Segio: Repubblica ne ha deformato il senso (e vedremo come).

Va ricordato che Sergio Segio è stato tra i fondatori di "Prima Linea" e ha scontato 22 anni di carcere per omicidio.

Cosa ha detto Segio? Ha affermato che le Br, sebbene in modo ultraminoritario, "sono e coabitano nel Movimento, hanno infiltrato il sindacalismo di base. Sono interne ai loro luoghi, alle loro sedi, al loro dibattito politico".

Il portavoce di Forza Italia, Sandro Bondi, rilancia l'intervista a Segio: ''Ha teorizzato la presenza delle Brigate Rosse all'interno del movimento rivoluzionario e all'interno del sindacato, e alcune presenze all'interno della Cgil dovrebbero far riflettere''.

Segio ha usato in maniera generica il termine “Movimento” e tanto basta a Carlo Bonini di Repubblica per cominciare un’intervista a Massimiliano Pilati di Rete Lilliput con le seguenti parole: “Pilati, Segio vi accusa di non aver fatto al vostro interno un dibattito sulla violenza…” Accusa che Segio non ha mai fatto ma che viene appositamente inventata per sollevare il polverone della polemica.

Segio nella sua intervista a Repubblica ha parlato in modo indistinto di “Movimento” e infiltrazioni interne delle Brigate Rosse. In questo pentolone avvelenato ognuno ci ha potuto leggere ciò che vuole. Per generare l’equivoco basta essere generici.

Quando Segio si è accorto che Repubblica - giocando sulla sua genericità - ha allargato a dismisura l’elenco dei “colpevoli” fino a deformare le sue parole e ad includerci anche i pacifisti, ha voluto precisare al settimanale Vita: “È ben vero, per fortuna, che parte significativa dei nuovi movimenti ha una cultura e una pratica nonviolenta. È altrettanto vero che tale cultura non riguarda e non è acquisita da tutte le sue componenti”. Si legga il testo integrale su http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=36805

PAROLE PER COMPRENDERE, PAROLE PER CONFONDERE

Alla Repubblica Segio dice che le Br “sono e coabitano nel Movimento”.
La frase di Segio potrebbe essere declinata e replicata con facilità nelle forme le più svariate: “I mafiosi sono e coabitano fra gli assessori della Sicilia”. "I violenti sono e coabitano fra i poliziotti". "I corrotti sono e coabitano fra i politici". "Gli approfittatori sono e coabitano fra i medici specialisti". "I raccomandati sono e coabitano fra i giornalisti". "I pedofili sono e coabitano fra i preti". "Gli scansafatiche sono e coabitano fra i professori".

Chiediamoci con sincerità: ci piacerebbe se qualcuno usasse un linguaggio così generico? Questo linguaggio ci farebbe fare passi avanti nella ricerca della verità o ci avvicinerebbe solo ad una spaventosa polemica che accomuna in un’unica coabitazione buoni e cattivi, complici e galantuomini?

Alla Repubblica Segio dice in modo categorico: “Le lancette del tempo sono tornate all'81. Perché da lì non ci si è mai mossi. Perché i nodi teorici, propri della sinistra, della presa del potere e della violenza politica, non sono stati sciolti”.

“Non ci si è mai mossi”. Chi? Segio si rintana nelle forme impersonali dei verbi, a tutto discapito della chiarezza.

Questo linguaggio ci avvicina a comprendere l’evoluzione storica degli ultimi vent’anni o a cancellarla?

Segio parla di un DNA di sinistra contraddistinto dalla violenza come opzione e spiega che è troppo comodo “continuare a dichiarare la scelta brigatista politicamente estranea alla propria storia, al proprio DNA. Cosa, questa, semplicemente non vera”. Sono affermazioni condivisibili o non condivisibili. Ma ciò che non è condivisibile è il riferimento al DNA ad un codice di comportamento ereditario.

Segio - con il suo linguaggio lapidario, schematico, assoluto, privo di dubbi e di incertezze – ha offerto a Repubblica un’immagine falsata del “Movimento”: le sue lancette sarebbero tornate al 1981. Ma non ha il dubbio di aver esagerato? Probabilmente sì, dato che ha poi cambiato la propria dichiarazione scrivendo a Vita: “La differenza decisamente rilevante è che allora l'opzione armata era maggioritaria nel movimento. Oggi, per fortuna, è isolata e infima numericamente”. Ma Segio aveva detto a Repubblica: “Le lancette del tempo sono tornate all'81. Perché da lì non ci si è mai mossi”. Parlano due Segio diversi o la Repubblica gli ha manipolato l’intervista?

Ma al di la' delle forzature che Repubblica potrà aver tentato, resta il difetto di Segio di usare le parole non con la precisione del chirurgo ma con l’ambiguità dell’oratore. Facciamo un esempio: perché usa la forma impersonale (“non ci si è mai mossi”) che non si capisce se è riferito alla Br, alla sinistra, ad un indistinto Movimento o a chissà chi? Il linguaggio ha meccanismi semantici che focalizzano o che generalizzano. Può fare da lente di ingrandimento come pure può allontanarsi talmente dall'oggetto - per fretta di sintesi - da confondere gli elementi distinti.

Segio non ha avuto il merito della chiarezza nonostante questo fosse l’ambizione del suo intervento e ha finisce per dire cose differenti su Repubblica e su Vita.

LE RAGIONI DI SEGIO

Segio ha ragione quando dice che nell’area “antagonista” l’opzione violenta “pure, è presente”. Aggiunge: “E non vederlo e non dirlo serve solo a renderla meno isolata, a facilitarne i propositi di reclutamento”. Ha ragione per la seconda volta. Chiunque fosse un brigatista di buon senso andrebbe a fare reclutamento nel "Movimento". E' ovvio. Persino gli esperti di pubblicità stanno cercando di "infiltrarsi nel Movimento" per sperimentarne le attitudini al consumo.
Vi è dibattito sulla violenza nel "Movimento"? Certo. Perché una parte del variegato mondo delle mobilitazioni non è convinto che la nonviolenza sia efficace.

Ma il dibattito su violenza/nonviolenza oggi – rispetto al passato – verte su questioni di gravità e rilevanza per fortuna molto minore rispetto alle manifestazioni degli anni di piombo in cui più di qualcuno faceva il gesto della P38. Nel codice penale e civile vi sono pene che variano a seconda del tipo di violenza e di danno. Oggi la discussione mira a eliminare gesti inutilmente violenti e controproducenti i quali - per quanto piccoli o simbolici - finiscono per infliggere danni all'immagine e alla credibilità di certe menifestazioni.

La militanza sindacale di alcuni arrestati non rivela alcun coinvolgimento delle strutture sindacali di appartenenza. E tuttavia ha ragione Segio a dire che occorre vigilare. Poteva dire Segio: "Occorre stare attenti: le Br si possano infiltrare ovunque, perfino nei movimenti". Lo avrebbero capito tutti, nessuna inutile polemica si sarebbe scatenata.

GLI ANNI DI PIOMBO SONO ALLE SPALLE

Oggi ci confrontiamo in piazza - con risultati a volte straordinariamente positivi - con l'ambizione di cancellare la violenza in tutte le sue forme, cosa che ai tempi degli anni di piombo era molto più difficile. Segio avrebbe potuto riconoscere questo sforzo non solo nella lettera a Vita ma anche nell’intervista a Repubblica.

Oggi non si ricomincia da zero, ma da un livello di maggiore consapevolezza del valore e del radicamento sociale della nonviolenza.

Se le Br sono nel “Movimento” è perché è cresciuta una mobilitazione di massa autonoma dai partiti e lì sperano di fare reclutamento andando alla ricerca di quell’uno per mille che può essere vulnerabile.

L'INCERTEZZA DELLA LIBERTA'

Ma ciò non significa che la mobilitazione di massa abbia assunto caratteri progressivamente più inclini al terrorismo. La maggiore ricchezza della mobilitazione, il suo carattere policentrico (come Internet) è garanzia di indipendenza da strutture di vertice; su questo carattere “aperto” della mobilitazione, senza cappelli e senza etichette puntano in molti, sia per fini buoni sia per fini perversi. Occorre tenere gli occhi bene aperti ma questa caratteristica spontaneistica della nuova società civile – pur “rischiosa” perché “imprevedibile” – è frutto di un’autentica sperimentazione di libertà che è premessa di una nuova democrazia.

Stiamo sperimentando l’incertezza perché stiamo sperimentando la vera democrazia dal basso, in forme ancora nascenti e non canalizzate dall’alto. Ma è un’incertezza che vola su milioni di bandiere arcobaleno. Tutto questo offre moltissime opportunità e come anche alcuni rischi, così come accade dando più libertà ad un adolescente.

RIENTRARE ALL'OVILE?

Segio è stato usato da Repubblica – che forse tutto questo non apprezza perché vorrebbe un rientro all’ovile di tutti questi cittadini in libera uscita dai partiti – per lanciare un grido d’allarme.

Lo ha lanciato in modo così generico e pasticciato che di fatto non serve ed è anzi pericoloso e controproducente. Questi sono mesi in cui compaiono in Tribunale attivisti dei Cobas accusati di “associazione sovversiva” sulla base di un teorema dei Carabinieri dei Ros che a suo tempo proprio D’Avanzo (in vena di migliori inchieste proprio su Repubblica) aveva smontato grazie ad pregevole ricerca giornalistica.

SE FOSSE STATO PISANU

Francamente se le dichiarazioni di Segio a Repubblica le avesse rilasciate un ministro si sarebbe sollevata un’incredibile polemica contro il governo. Provate a rileggere le dichiarazioni di Segio e metterci al suo posto “Pisanu, il ministro dell’Interno”. Per fortuna invece Pisanu qualche mese fa ha detto invece che il “movimento” è una garanzia democratica contro il terrorismo, parole che PeaceLink ha apprezzato con un comunicato ufficiale.

VIOLENZA E "USO DELLA FORZA"

Segio conclude la sua lettera a Vita rammaricandosi che la cultura della nonviolenza “non è acquisita da tutte le sue componenti” dal Movimento. Cosa verissima. Ciò ovviamente vale anche per chi ha guidato la guerra del Kossovo e si è macchiato la coscienza di alcune morti in più rispetto alle Br, si veda il bombardamento deliberato della Tv serba. Nel Palazzo non si usa la parola “violenza” ma “uso della forza”, espressione più elegante che va dall’arresto meritorio di un criminale di guerra allo sgancio delle micidiali cluster bombs sulla casa del prof. Vidanovic, nostro corrispondente serbo dalla città di Nis.

Che strana analogia. Vidanovic, come le vittime delle Br, era docente universitario. Vidanovic, come D’Antona e Biagi, non aveva alcuna colpa se non quella di stare con il “nemico”. Vidanovic si è salvato, per fortuna. D’Antona e Biagi no, purtroppo. Ma centinaia di persone come Vidanovic sono state cancellate senza alcuna colpa e con un carico di dolore devastante per la nostra coscienza: nessuno ha pagato per quei lutti. Alcuni ci hanno scritto anche dei libri per rivendicare la dolorosa necessità di quelle stragi. E allora diciamola tutta la verità: la violenza non può essere buona se viene dalla Nato e cattiva se è gestita dalle Br. Una strage non è legittima anche se a deciderla è un governo legittimo. Segio propone una purificazione ideologica. Benissimo. La si faccia a 360 gradi.

DIALOGARE CON L'AREA ANTAGONISTA

Leggendo l'intervista a Segio qualcuno potrebbe ritenere utile e indispensabile tracciare una netta linea di demarcazione fra violenza e nonviolenza dividendo i pacifisti lillipuziani dall'area antagonista dei centri sociali al fine di "tenere alla larga" gli infiltrati delle Br. Sarebbe un grave errore. Occorre dialogare con l’area antagonista. Abbiamo dialogato con i poliziotti, perché non dobbiamo dialogare con i centri sociali? La nonviolenza entra nei conflitti, non li schiva. I pacifisti sono andati in missione nelle guerre dimenticate dove si sparava. La nonviolenza è dialogo con tutti, senza pregiudiziali. Non è un comodo ritiro in parrocchia. La nonviolenza è quella forza morale che portò Danilo Dolci a convincere i contadini della Sicilia a deporre il coltello. La nonviolenza è anche denuncia dolorosa ma necessaria (1). Proprio per isolare e battere il terrorismo.

Note:

(1) "Pacifista, non posso tacere" la compagna di Simone Boccacini confessa
http://www.repubblica.it/2003/j/sezioni/cronaca/brigaterosse/pacifista/pacifista.html

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