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Siria: la lotta armata, una trappola. Risposta alla “Lettera Aperta” sulla Siria

11 agosto 2012 - Patrick Boylan (NoWar – Roma; U.S. Citizens for Peace & Justice - Rome)

Foto © 2012 Stefano Montesi

Nel suo “Altro Editoriale” su peacelink.it del 25 luglio scorso, Enrico De Angelis ipotizza, con un'angoscia che si legge tra le righe, l'esito più probabile di una caduta, in questi giorni, del regime siriano di Bashar al-Assad qualora, nonostante i massicci aiuti militari russi, egli fosse inaspettatamente sconfitto sul campo.  Questo esito sarebbe la presa del potere – non da parte dei giovani “rivoluzionari” siriani che lottano da 15 mesi contro il regime – ma da parte di quelle forze militari, molte delle quali armate e stipendiate dall'estero, che operano in Siria palesemente da ben 13 mesi (dunque quasi sin dall'inizio della rivolta) e clandestinamente da anni.  Se vincono loro, addio rivoluzione.

 

Tra queste forze militari d'opposizione, la principale è il cosiddetto Esercito Siriano Libero, l'ESL, il cui scopo, secondo Wikipedia, sarebbe quello di “proteggere i civili”.  In realtà, come dimostrano in questi giorni gli assalti a Damasco e ad Aleppo, dove i civili non hanno nessun bisogno di protezione, il vero scopo dell'ESL è un altro: rovesciare Assad e conquistare il potere in Siria.

 

Per conto di chi?

 

Per capirne qualcosa, basta esaminare l'organizzazione di questo esercito.  Oltre ai disertori dalle forze militari governative, l'ESL conta un gran numero di reclute libiche, pakistane, ecc. fatte venire in Siria... dalla CIA.  L'ESL è diretto – ufficialmente – da un colonnello siriano disertore, ma, in pratica, da un centro Command and Control turco-saudita in Turchia che risponde... alla CIA.  Negli scontri importanti sul terreno gli ordini ai guerriglieri dell'ESL vengono dati dai commandos britannici e francesi infiltrati in Siria d'intesa con... la CIA.  (Non ci sono commandos USA perché in un anno elettorale, Obama ha preferito l'outsourcing al rischio di perdere vite americane).  Ovviamente le dinamiche nell'ESL sono molto più complesse di quanto esposto qui – basta pensare alla frammentazione dei gruppi armati o alle lotte per il potere da parte dei Fratelli Musulmani.  Ma è scontato che, durante le eventuali trattative per un governo transitorio “dopo Assad”, l'ESL parlerà per Washington.  Ecco perché se vince l'ESL, addio rivoluzione.

 

In pratica, dunque, si annuncia per la rivolta in Siria lo stesso esito delle rivolte in Libia, in Egitto e in parte in Tunisia.  In questi tre Paesi, i giovani “rivoluzionari”, dopo aver sacrificato le loro vite (1000 i morti in piazza Tahrir), sono stati subito emarginati dal potere.  Ad esempio, in Egitto e in Libia a contendersi le elezioni presidenziali sono stati, non un rappresentante della “rivoluzione”, ma un esponente del vecchio regime, appoggiato da Washington, ed un esponente dei Fratelli Musulmani, appoggiato da Washington anche lui (i Fratelli sono, infatti, il nuovo gendarme occidentale nel medio oriente).  “Quale che sia l'esito, abbiamo vinto noi!”, ha esultato Hillary Clinton prima del voto.  E difatti, subito dopo le elezioni, sia la Libia (vittoria del vecchio regime) che l'Egitto (vittoria del Fratello Musulmano) hanno confermato la loro lealtà occidentale.  I veri perdenti sono stati i “rivoluzionari”, ma per loro neanche una lacrima da parte dei mass media occidentali che tanto li avevano osannati quando servivano come carne da macello per giustificare il regime change che l'Occidente stava comunque meditando da tempo.

 

Ora si profila lo stesso esito in Siria.

 

Ecco perché PeaceLink ha ribadito, sin dall'inizio, che è stato un errore anche politico, da parte dei “rivoluzionari” siriani, trasformare le proteste pacifiche iniziali in lotta armata.  Se parlano le armi, vince non chi ha più ragione, ma chi ha più forza (e chi gli ha fornito il suo armamento superiore).

 

“Ma – si obietterà – il ricorso alle armi era necessario per proteggere i manifestanti!”

 

Non è vero. 

 

Infatti, per “proteggere i manifestanti” bastava non manifestare, ricorrendo invece alla lotta clandestina, come hanno fatto i giovani antifascisti italiani quando si sono trovati sotto il tallone nazista.  Nell'Italia del dopo 1943 non si protestava in piazza per mandar via le truppe naziste, sparandogli addosso “per proteggere i manifestanti”: farlo sarebbe stato innescare una strage e basta!  Come si è visto in Siria.

 

Ma questo errore i giovani siriani l'hanno commesso, anche perché incitato a commetterlo dalla quinta colonna americana operante in Siria dal 2006, dalla TV siriana della CIA, e dall'ambasciatore americano Ford che si è recato personalmente a Homs per incoraggiare i rivoltosi.  E dai mass media occidentali.  E dai blog di tanti giovani occidentali, entusiasti della “rivoluzione”.  E in particolare dagli arabisti occidentali che, attraverso chat, Twitter e Skype, hanno espresso solidarietà ai loro amici siriani che inneggiavano alla lotta armata. 

 

C'è dunque chi ha incitato alla lotta armata di proposito: 1. per provocare dei massacri da dare in pasto ai mass media, così da giustificare un intervento esterno stile Libia, oppure, fallendo questo tentativo per via dei ripetuti veti russi e cinesi all'ONU, 2. per trasformare le proteste iniziali in guerra civile così da far vincere un ESL piglia tutto.  Ma c'è anche chi vi si è prestato ingenuamente perché imbevuto del mito romantico della “rivoluzione popolare armata”.  Questi ultimi soggetti dovrebbero ora farsi un bell'esame di coscienza. 

 

Infatti basta uno studio storico spassionato, anche sommario, per sfatare il mito romantico della “rivoluzione popolare armata” tanto caro agli adolescenti di tutte le età.  I regimi dittatoriali possono solo raramente, in determinate congiunture storiche che bisogna saper analizzare a fondo, essere abbattuti con le armi per lasciare poi posto alla democrazia.  In tutti gli altri casi, invece, le rivoluzioni armate portano solo a nuove forme di repressione: o da parte dello Stato autoritario, per difendersi, o, se cade, da parte degli stessi “liberatori”. 

 

Infatti, la Rivoluzione (armata) francese ha portato non alla democrazia oltralpe bensì a due dittature (Robespierre e poi Napoleone) e infine al ritorno del re (Luigi XVIII): è stato quindi un fallimento totale.  I francesi si sono liberati definitivamente dai re per instaurare la democrazia solo un secolo dopo, nella seconda metà dell'800, attraverso lotte pacifiche e quasi senza sparare un colpo.  La rivoluzione (armata) russa ha portato anch'essa ad un capovolgimento del sistema politico (dal feudalesimo proto-capitalista al socialismo) e, finché rimaneva in vita Lenin, la dittatura del proletariato era davvero del proletariato, quindi sostanzialmente (se non formalmente) democratica; ma con Stalin lo Stato è ridiventato zarista: non si cambia la cultura di un popolo con un semplice assalto al Palazzo d'Inverno.  Due rivoluzioni, dunque, che sono servite a risvegliare sì le coscienze, ma, solo in parte, a rovesciare i reali rapporti di forza tra classi sociali. 

 

Antonio Gramsci, studiando come i francesi e i russi hanno spodestato i loro regimi monarchici-dittatoriali e con quali esiti, ha teorizzato un metodo più lento ma più sicuro di presa del potere sotto una dittatura.  Invece di fare una “guerra di movimento” (con l'uso delle armi e assalti al Palazzo), gli oppressi, scrive Gramsci, dovrebbero fare una “guerra di posizione” (niente assalti, devono ergere una controcultura egemonica che mini il regime autoritario e vaccini contro i ritorni di autoritarismo). 

 

Molti Paesi latino americani hanno seguito gli insegnamenti di Gramsci – l'autore italiano più tradotto e più letto in questi Paesi – per instaurare società democratiche e (in parte) socialiste: la Bolivia, l'Ecuador, l'Argentina ed altri.  Tutti questi Paesi avevano dittature più o meno mascherate: quella argentina era così spietata che ha dato al mondo la parola “desaparecidos”.  Ma i boliviani, gli ecuadoregni, gli argentini e gli altri hanno saputo rovesciare i loro dittatori senza ricorrere alle armi.  E oggi hanno economie fiorenti e società progressiste.  Certo, la storia cubana e quella statunitense delle origini dimostrano che una società con aspirazioni progressiste può nascere anche da una rivoluzione fatta con le armi: ma solo in congiunture storiche molto particolari e quindi estremamente rare.

 

Dunque il ricorso alle armi da parte dei giovani siriani “rivoluzionari” non era né necessario né avveduto ed è stato senz'altro “un fatto negativo”.  Ovviamente il regime “non sarebbe mai caduto solo attraverso le manifestazioni”, ma sollevare una simile obiezione è pretestuoso: nessuno sostiene che bastino le manifestazioni!  Anzi!  Occorre, come si è appena detto, fare una “guerra di posizione” gramsciana, un lavoro meticoloso di costruzione di nuovi blocchi sociali e di nuove egemonie culturali – di cui i giovani siriani, impazienti, evidentemente non hanno voluto sapere.  Con i risultati che vediamo.

 

Ed ora?


Cosa possiamo fare ora, noi osservatori occidentali della crisi siriana, per essere di aiuto ai siriani impegnati a promuovere la pace e la giustizia nel loro paese? 

 

Anzitutto possiamo assecondare, pubblicizzandole, quelle iniziative in Siria che puntano sulla ricomposizione sociale anziché sulla guerra civile, come il movimento Mussalaha.  In Italia possiamo promuovere incontri tra i protagonisti siriani non violenti, come quello indetto dalla Comunità di sant'Egidio a Roma il 26 luglio scorso (ma più allargati).

 

Infine, possiamo denunciare le carenze dei reportage in TV sulla Siria, tutti faziosi ed interventisti.  Come?  Fornendo articoli di controinformazione a siti come peacelink.it e, tramite i blog, documentando le bufale nei reportage e, soprattutto, le colpevoli omissioni. 

 

Infatti, per anni i mass media istituzionali hanno taciuto quanto stava succedendo in Siria, lasciando agire nell'ombra la CIA e lo State Department americani.  Oggi i mass media parlano sì della Siria, ma focalizzano la nostra attenzione sulla superficie del conflitto attuale (“un popolo oppresso che lotta contro un dittatore spietato”), oscurando la guerra per procura tra gli Stati Uniti e la Russia che cova sotto (quanti sanno del duello virtuale tra le portaerei dei due paesi avvenuto sulle coste siriane lo scorso dicembre?) e, soprattutto, oscurando la guerra al popolo Siriano che l'allora Presidente americano Bush ha dichiarato nel 2005, finanziando una quinta colonna insurrezionale in Siria e inviando, nel paese levantino, degli squadroni della morte sauditi.  Guerra che il suo successore Obama prosegue oggi, smistando armi pesanti tra le forze ESL e, per consentire loro di conquistare il potere, sabotando i tentativi di Kofi Annan di negoziare una tregua.

 

Quindi bisogna denunciare la faziosità dei mass media istituzionali e in particolare la loro copertura compiacente degli attori occulti del conflitto siriano.  Il cast di attori è sterminato: russi, iraniani, cinesi, israeliani, qatariani, italiani (Finmeccanica), ecc.  Ma spiccano sopra tutti gli USA, che fomentano l'insurrezione in Siria da ben sette anni (prima solo per tenere Assad in scacco, ora per impossessarsi del paese).  Per questo motivo la Rete NoWar ha svolto martedì, 31 agosto 2012, una manifestazione davanti all'ambasciata degli Stati Uniti a Roma per dire allo Zio Sam: “Ti abbiamo scovato!  Basta acuire la guerra civile!  Basta armi dall'estero!  Basta silurare i negoziati!  Sì al piano di pace di Kofi Annan!” 

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