Conflitti

Rifugio via Kiev

In Ucraina aiutato un attivista russo per i diritti umani ad ottenere asilo politico in Svezia.
Anna Politkovskaya
Fonte: Novaya Gazeta - 14 settembre 2006

Ecco le domande che mi sono posta da quando il fatto è diventato di dominio pubblico. La terribile epopea, durata diversi mesi, del difensore dei diritti umani Osman Boliev ha avuto un esito positivo. La Svezia gli ha concesso il diritto di asilo permanente che aveva richiesto.

Voglio ricordare cosa è accaduto a Boliev, direttore della modesta organizzazione per la difesa dei diritti umani “Romaška-Camomilla”, della città di Khasavjurt, in Dagestan. Nel novembre 2005 i militari fermarono Osman, lo ammanettarono e gli infilarono in tasca una granata. Venne quindi arrestato. Nella cella del Centro di Isolamento Istruttorio (SIZO) in cui l’attivista per i diritti umani era detenuto, si sono presentati alcuni uomini, che si sono qualificati come agenti del locale comando dell’FSB. Hanno tentato di convincerlo ad accettare un accordo: tu prometti di non scrivere più esposti alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo per i fatti di Khasavjurt, e potrai fare ritorno a casa. Ma l’attivista si rifiutò di accettare quel tipo di compromesso. Boliev fu picchiato e torturato nell’edificio del Centro di Isolamento Istruttorio. Dopo averlo scaraventato a faccia in giù, gli saltarono sulla schiena, finchè Osman non perse conoscenza.

Poi accadde il miracolo. Boliev, che non aveva confessato il possesso di alcuna “granata”, dopo quattro mesi uscì di galera. Il tribunale della città di Khasavjurt chiarì che quella granata era stata fatta già saltare. La corte, in verità, dopo una tale decisione fu subito licenziata per condotta arbitraria. E Boliev, ritrovatosi in libertà, fu ricoverato a lungo in ospedale a causa delle torture. Agli inizi dell’estate, ormai guarito, a Boliev venne notificato dalla procura che era stata attribuita a suo carico una nuova imputazione, con l’accusa di essere “membro di una formazione armata illegale”. Osman a quel punto rimase sconcertato. “Ma come possono cucirmi addosso l’appartenenza ad un gruppo armato?”.

Poco dopo divenne chiaro. Il cognome Boliev era comparso nella sentenza sul prolungamento dei termini di indagine su un’azione criminale … quella del “Nord-Ost”. Osman vi figurava in quanto “interlocutore telefonico di uno dei terroristi” …

E’ noto in che modo era finita per un altro “interlocutore telefonico” con i terroristi nei giorni dell’occupazione del Nord-Ost, Zaurbek Talkhigov, che aiutò a liberare gli ostaggi stranieri. Lo condannarono a 8 anni e mezzo di carcere duro per “complotto a scopo di complicità con i terroristi”, e per l’emanazione della sentenza del Tribunale di Mosca non servì assolutamente alcuna prova, se non le perizie fonografiche.

Allora Boliev fuggì in Ucraina – cercando di sottrarsi all’arresto. Là “si consegnò” alla rappresentanza dell’ONU, che lo prese sotto la propria tutela. La Svezia in seguito gli fornì rifugio, un tetto, sostegno.

Allora perché gli attivisti politici fuggono dalla Russia? Perché poco a poco si è andato formando un meccanismo: se sei contro i siloviki - e quei casi che Boliev contribuì ad istruire presso la Corte Europea riguardavano direttamente crimini di guerra perpetrati da forze armate – allora questi stessi siloviki (nel caso di Boliev erano dagestani), non ti renderanno la vita tanto facile. Puntualmente escogiteranno un articolo del Codice e ti metteranno in prigione. Se non ci saranno riusciti sulla base di quell’articolo, ne troveranno un altro.

L’esempio più lampante è il caso di Mikhail Trepaškin, prigioniero nella colonia di Nižnij Tagil [Regione di Sverdlovsk]. Trepaškin, già ufficiale del KGB-FSB, dopo essersi esposto pubblicamente contro i metodi del proprio dicastero, rimase assolutamente intransigente nella sua resistenza contro gli oppositori. Per questo divenne vittima di una serie di accuse e sentenze false e, infine, anche di una persecuzione carceraria.

L’unico mezzo per non fare questa fine a poco a poco divenne la fuga dal paese e la ricerca dell’asilo politico. Come una volta. E Kiev oggi rappresenta un posto ideale per tutto ciò. Per prima cosa il nostro uomo può arrivarci senza visto. E quando scappi, non hai tempo di richiedere visti. In secondo luogo, il libero pensiero là è ancora ben visto.

Insomma si verifica uno scambio davvero singolare: mentre i lavoratori ucraini corrono in Russia in cerca di lavoro e ricchezza, i militanti politici russi colonizzano l’Ucraina.

Note: Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Davide Cremaschi

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