Iran, l'impero colpisce ancora
La scacchiera
Il Medio Oriente di oggi è diviso in due blocchi. Da un lato i paesi che hanno firmato gli Accordi di Abramo o che stanno negoziando per farlo: Emirati Arabi, Bahrein, Sudan, Marocco, e in lista d'attesa Arabia Saudita. Non sono accordi di pace — non c'era nessuna guerra tra Israele e gli Emirati. Sono accordi di normalizzazione: resa formale all'asse Washington-Tel Aviv in cambio di garanzie di sicurezza, investimenti e armamenti. Ogni paese che firma smette di poter fare pressione sulla questione palestinese. Ogni firma è una pedina tolta dalla scacchiera avversaria.
Dall'altro lato c'è chi non ha firmato e non firmerà: l'Iran, con la sua rete regionale — Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, le milizie irachene, gli Houthi in Yemen. Non è un blocco monolitico, non condivide un'ideologia uniforme, non è telecomandato da Teheran come uno stato maggiore unico. Lo tiene insieme una cosa sola: l'opposizione all'espansionismo israeliano e alla presenza militare americana nella regione. Togli l'Iran, e quel blocco si sgretola.
Questa è la posta in gioco. Non il nucleare. Non il terrorismo. Chi controlla il Medio Oriente.
Chi è l'Iran, prima di tutto il resto
L'Iran non è la Repubblica Islamica. È una civiltà di tremila anni.
L'impero persiano era già vecchio quando Roma era ancora un villaggio. Ha resistito ad Alessandro Magno, agli invasori arabi, ai Mongoli, agli Ottomani. Ha assorbito ogni conquista trasformando i conquistatori. La storia politica iraniana è segnata da ripetuti periodi di vuoto di potere, e la sua immaginazione politica ne porta il segno: ogni crisi viene misurata rispetto ai collassi precedenti. Un popolo con questa memoria non crolla alla prima decapitazione della sua leadership. Lo sa fare da duemila anni.
E va tenuto ben distinto dalla Repubblica Islamica, che esiste dal 1979 — quarantasette anni su tremila di storia persiana. Non sono la stessa cosa. Non lo sono mai stati.
Chiarimento necessario: non sono dalla parte di Khamenei
Prima di raccontare quello che è successo il 28 febbraio, bisogna dirlo chiaramente: questa analisi non difende Khamenei, non difende la Repubblica Islamica, non difende i Pasdaran.
Khamenei non era un leader democratico. Era il custode di un sistema che opprime le donne, imprigiona i dissidenti, spara sui manifestanti nelle piazze. Nel 2022 il regime aveva ucciso Mahsa Amini, una ragazza di 22 anni, per come indossava il velo. Le proteste che seguirono — "Donna, Vita, Libertà" — furono represse nel sangue. L'Occidente le usò retoricamente, come strumento propagandistico, senza muovere un dito di sostegno concreto. E ora bombarda le loro città.
Il popolo iraniano è già in conflitto con il proprio regime. Non ha bisogno di essere "liberato" da chi lo bombarda.
1953: quando l'Occidente rubò la democrazia all'Iran
Per capire il 1979 bisogna partire dal 1951.
Mohammad Mossadegh viene eletto primo ministro con un programma semplice: il petrolio iraniano appartiene agli iraniani. Cerca di nazionalizzare l'Anglo-Iranian Oil Company e di verificare se i royalty dovuti al governo iraniano fossero effettivamente pagati. L'azienda si rifiuta di cooperare. Il parlamento vota la nazionalizzazione e l'espulsione dei rappresentanti stranieri dal paese. A Londra e Washington è un problema.
La CIA usa valigette piene di contanti per destabilizzare il regime: compra direttori di giornali, teppisti da strada, organizza manifestazioni in diverse città, crea un falso partito comunista per creare disordini. Il 19 agosto 1953 il colpo di stato riesce. Circa 200-300 persone muoiono durante i combattimenti nelle strade di Teheran. Mossadegh viene arrestato e condannato agli arresti domiciliari per il resto della vita. Lo Scià torna sul trono.
Nel 2013, nel 60° anniversario del colpo di stato, i documenti interni della CIA riconoscono che l'operazione fu condotta "sotto la direzione della CIA come atto di politica estera americana, concepito e approvato ai massimi livelli del governo." Obama lo aveva già ammesso nel suo discorso al Cairo nel 2009.
Seguono 25 anni di Scià, SAVAK (=leggi: SS iraniane, addestrate dalla CIA), torture, repressione. E poi il 1979. Chi non conosce l’operazione Ajax non capisce Khomeini. Chi non capisce Khomeini non capisce perché l'Iran diffida dell'Occidente con una tenacia che a molti sembra irrazionale. Non è irrazionale. È memoria.
L’Iran non dimentica: l'Occidente che oggi dice di voler liberare il popolo iraniano è lo stesso che nel 1953 gli ha strappato la democrazia di mano.
Come funziona l'Iran: non un monolite, non un uomo solo
La Repubblica Islamica non è una dittatura personale. È un sistema istituzionale costruito apposta per sopravvivere alla morte di qualsiasi singolo leader.
L'ufficio del Leader Supremo si appoggia su una densa rete di istituzioni progettate non solo per servire il leader, ma per controllarlo e sopravvivergli. Quando il presidente Raisi morì in un incidente in elicottero nel 2024, le regole costituzionali furono seguite immediatamente: il potere passò senza scosse, le elezioni si tennero rapidamente. Quella crisi funzionò come prova generale per gestire cambi di leadership improvvisi.
Dentro i Pasdaran convivono da sempre due anime. Una convinta che la deterrenza nucleare sia l'unico obiettivo strategico irrinunciabile. Una più pragmatica, disponibile a trattare. Khamenei aveva tenuto queste due anime in equilibrio per trentasei anni, usando il programma nucleare come leva negoziale: carta da giocare, non obiettivo finale. Il problema, per chi lo ha eliminato, era esattamente questo equilibrio.
La lezione nordcoreana: perché l'Iran non potrà mai avere la bomba
La Corea del Nord esiste. Ha un regime tra i più brutali del pianeta. Eppure nessuno la invade, nessuno la "libera".
Perché ha la bomba.
Saddam Hussein aveva rinunciato alle armi di distruzione di massa. Le ispettrici dell'ONU cercarono per mesi e non trovarono nulla — perché non c'era nulla. Fu invaso lo stesso, con prove fabbricate, e finì impiccato in un video che girò il mondo. Muammar Gheddafi aprì un canale diplomatico, rinunciò formalmente al programma nucleare, normalizzò i rapporti con l'Occidente. Poi arrivò la NATO, e Gheddafi finì linciato su una strada di Sirte.
I dirigenti iraniani più lucidi avevano letto entrambe queste storie. La conclusione era ovvia: la rinuncia alle armi non compra sicurezza. Compra solo una morte ritardata. La deterrenza nucleare era l'unica assicurazione sulla vita credibile — non come arma offensiva, come scudo.
Ed era esattamente questa conclusione che non si poteva permettere diventasse politica di stato. Uno stato iraniano con deterrenza nucleare è uno stato che non si può più toccare. Per sempre.
I fatti: aggressore e aggredito
Il 28 febbraio 2026, alle 9:45 ora di Teheran, iniziano i bombardamenti. Una combinazione di missili americani, droni e caccia israeliani colpisce obiettivi strategici in Iran. Il compound di Khamenei viene bombardato con 30 bombe in un attacco diurno. Vengono colpiti il quartier generale dello stato maggiore, le forze di sicurezza interne, la sede della radiotelevisione di stato. Con Khamenei muoiono la figlia, il genero, la nipote, la nuora. Due giorni dopo anche la moglie muore per le ferite riportate.
In totale muoiono oltre 40 tra i massimi dirigenti iraniani.
Guardate la lista dei morti. Ministro della difesa, capo di stato maggiore, consigliere per la sicurezza nazionale, comandanti operativi dei Pasdaran. Non è una lista casuale: erano i più convinti della deterrenza, quelli che non avevano intenzione di fare la fine di Saddam e Gheddafi. Eliminarli insieme a Khamenei non è stata una risposta a una minaccia presente. È stata ingegneria della successione: costruire il "dopo" in anticipo, impedire che la transizione portasse al potere la fazione che non voleva trattare.
Trump prese i social media per descrivere l'attacco come una svolta storica e dichiarò che uccidere l'Ayatollah era "la singola più grande opportunità per il popolo iraniano di riprendersi il proprio paese". Gli ufficiali americani non fecero alcun tentativo di negare la responsabilità — al contrario, ne esultarono.
Il New York Times titolò: "The C.I.A. Helped Pinpoint a Gathering of Iranian Leaders. Then Israel Struck." Tono neutro. Normalizzatore.
L'Iran (con la testa mozzata) resiste
Ma l'Iran non si è arreso.
Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dichiarò che "il nemico immagina che la resiliente nazione iraniana si arrenderà alle loro meschine richieste attraverso queste vili azioni". Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi definì gli attacchi "completamente non provocati, illegali e illegittimi". I Pasdaran annunciarono attacchi contro 27 basi americane in Medio Oriente. Ayatollah di primo piano emisero una fatwa di jihad, dichiarando la vendetta "dovere religioso".
Hezbollah è entrato in guerra il 2 marzo. Gli Houthi hanno minacciato escalation nel Mar Rosso. Le milizie irachene si muovono.
Esperti militari avvertono che le premesse dell'operazione — che l'Iran fosse troppo fragile per sopravvivere alla morte del suo leader — potrebbero rivelarsi tragicamente errate. Il rischio reale è generare uno "stato guarnigione": un sistema paranoico, militarizzato, che combatte per la propria esistenza senza più alcuna linea rossa politica da rispettare.
La testa è stata mozzata. Il corpo combatte.
La Grande Partita: Gaza, la Cisgiordania e il progetto della Grande Israele
Qui bisogna fermarsi e allargare l'inquadratura. Perché l'Iran non è l'inizio di questa storia: è un capitolo.
Mentre il mondo guardava altrove, il governo israeliano stava trasformando silenziosa e sistematicamente la realtà sul terreno. Il 2024 e il 2025 hanno visto numeri record di nuove unità abitative negli insediamenti, avamposti illegali, demolizioni di case palestinesi, espansione su terre demaniali e attacchi violenti dei coloni in Cisgiordania. Non è un effetto collaterale della guerra: è il progetto. Smotrich ha dichiarato esplicitamente che la costruzione di nuovi insediamenti serve a "seppellire l'idea di uno stato palestinese".
La Commissione ONU di inchiesta ha accertato che Israele cerca il controllo permanente di Gaza e una maggioranza ebraica nei territori palestinesi occupati, e ha trovato che le azioni israeliane costituiscono crimini di guerra, crimini contro l'umanità e il crimine di genocidio. Gaza è il laboratorio. La Cisgiordania è il cantiere. L'Iran era il baluardo che teneva aperto un fronte contro tutto questo.
Il governo Netanyahu insediatosi nel 2022 è, per composizione, il più a destra della storia israeliana. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, nel 2017 pubblicò il "Decisive Plan": il piano prevede l'esercizio della piena sovranità israeliana sulla Cisgiordania "inondandola" di coloni ebrei, ed esclude esplicitamente qualsiasi entità nazionale araba. Offre ai palestinesi tre opzioni: rinunciare alle aspirazioni nazionali vivendo come residenti di seconda classe, emigrare volontariamente, oppure essere trattati come terroristi. Quando gli fu chiesto se questo includesse "donne e bambini", Smotrich rispose: "In guerra come in guerra." Quella visione è stata copiata nei Principi fondativi della coalizione Netanyahu — prima volta nella storia israeliana che un accordo di coalizione sancisce l'annessione della Cisgiordania occupata.
Nel marzo 2023, a Parigi, Smotrich tenne un discorso da un podio decorato con una mappa che includeva la Giordania e parti di Siria e Libano come territorio israeliano, dichiarando che il popolo palestinese era "un'invenzione". Il Dipartimento di Stato americano definì le dichiarazioni "profondamente preoccupanti e pericolose". Smotrich non si dimise. Governa ancora.
A ottobre 2024, rivolgendosi a una conferenza organizzata da Israel 365 — un media israeliano rivolto agli evangelici americani — Smotrich dichiarò: "Dobbiamo riconoscere che può esistere solo la sovranità ebraica tra il Giordano e il Mediterraneo." Accanto a lui, il membro della Knesset Ohad Tal aggiunse: "Una volta che il popolo ebraico è determinato, nessun ostacolo è troppo grande."
Il motore religioso: John Hagee e i cristiani sionisti
Per capire perché Washington fornisce intelligence per colpire Teheran, bisogna guardare non solo al Pentagono ma alle chiese texane.
John Hagee è fondatore di Christians United for Israel (CUFI), con tra gli 8 e i 10 milioni di membri dichiarati — la più grande organizzazione pro-Israele degli Stati Uniti. La teologia che la anima è il dispensazionalismo premillenarista: il ritorno degli ebrei in Israele è condizione necessaria per il secondo avvento di Cristo, la battaglia di Armageddon, il Rapimento dei fedeli. Sostenere Israele non è solidarietà con gli ebrei: è interesse escatologico. Gli ebrei servono a far scattare la profezia. Dopodiché, nel copione di Hagee, chi non si converte perisce.
In un sermone del 2005, Hagee descrisse Hitler come strumento di Dio: "Dio mandò un cacciatore. Un cacciatore è qualcuno che arriva con un fucile e ti costringe. Hitler era un cacciatore. Dio ha permesso che accadesse. Perché? Perché la priorità di Dio per il popolo ebraico era riportarli nella Terra d'Israele." Il portavoce di Hagee ne confermò l'autenticità. Il senatore John McCain rifiutò il suo endorsement. Hagee rimase il punto di riferimento evangelico più potente d'America.
Tra il 2001 e il 2015 la sua fondazione donò oltre 58 milioni di dollari a organizzazioni israeliane di estrema destra, inclusi gli insediamenti. Netanyahu ha ricevuto il suo sostegno pubblico per decenni. Sa benissimo cosa pensa Hagee degli ebrei che non si convertono. Non gli importa: quello che conta è il sostegno politico.
Il connubio è paradossale solo in apparenza. I cristiani sionisti vogliono la Grande Israele per accelerare l'apocalisse. I sionisti messianici israeliani la vogliono come mandato biblico. I loro obiettivi finali sono teologicamente incompatibili e politicamente identici.
Il 20 febbraio 2026 l'ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee, pastore evangelico battista nominato da Trump, rilasciò un'intervista a Tucker Carlson. Carlson citò il versetto biblico che promette ad Abramo la terra dal Nilo all'Eufrate e chiese a Huckabee se Israele avesse diritto a tutto il Medio Oriente. Huckabee rispose: "It would be fine if they took it all" — andrebbe bene se prendessero tutto. Tentò poi di ridimensionare, ma aggiunse: "Se finiscono per essere attaccati da tutti questi posti, e vincono quella guerra, e prendono quella terra, okay, è tutta un'altra discussione."
Egitto, Giordania e Arabia Saudita condannarono formalmente. Smotrich accolse favorevolmente. Questo è il clima politico dentro cui è maturata l'operazione su Teheran.
Cosa accadrà
L'obiettivo non è la conquista. Non c'è nessun piano di occupazione di un paese di 90 milioni di abitanti con una storia millenaria. L'obiettivo è più freddo: impedire che l'Iran diventi uno stato sovrano fuori dal controllo occidentale per sempre. Uno stato con deterrenza nucleare. Uno stato che non si può toccare.
Il modello non è l'Iraq del 2003 — quella fu un'occupazione, costosa, caotica, controproducente. Questo è più sofisticato: lasci in piedi lo stato, elimini la sua spina dorsale sovrana, e ottieni lo stesso risultato senza il costo politico dell'invasione. Esperti avvertono che sperare in una rivolta popolare che rovesci il regime potrebbe rivelarsi un calcolo tragicamente errato.
L'Iran non si arrenderà formalmente. La vera partita si giocherà nelle trattative dietro le quinte.
Tre gabbie, un popolo
Neda Agha-Soltan aveva 26 anni quando fu uccisa per strada a Teheran durante le proteste del 2009. Mahsa Amini ne aveva 22 quando fu uccisa dalla polizia morale nel 2022. Il loro nome era già un atto di resistenza contro la Repubblica Islamica.
Sono loro il filo che manca in questa storia, il filo che lega tutto.
Il popolo iraniano è schiacciato tra tre poteri nessuno dei quali lo rappresenta.
La Repubblica Islamica che lo opprime da 47 anni, ne soffoca le voci, ne imprigiona le donne, spara nelle piazze. Un sistema che ha tradito la rivoluzione che lo ha generato.
Il progetto della Grande Israele e la sua frangia messianica che ha già trasformato Gaza in macerie e la Cisgiordania in un cantiere di annessione, e che vede nell'asse della resistenza l'unico ostacolo rimasto al suo completamento.
L'impero americano che nel 1953 ha rubato la democrazia all'Iran con le proprie mani, che per settant'anni ha sostenuto chiunque fosse utile — lo Scià, Saddam contro l'Iran— e che ora bombarda Teheran dicendo di voler liberare il popolo iraniano. Lo stesso popolo che ha lasciato solo nelle piazze del 2022.
Ognuno dei tre dice di parlare a nome del popolo iraniano. Ognuno dei tre lo usa. Nessuno dei tre lo ascolta.
Neda e Mahsa non chiedevano né l'impero né la teocrazia. Chiedevano di vivere.
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