Sánchez dice no alla guerra
Con tale dichiarazione Sánchez ha assunto una posizione chiara e inequivocabile: la Spagna non sosterrà un attacco all’Iran. La scelta ha avuto conseguenze concrete: il Pentagono ha ritirato una decina di aerei cisterna KC-135 dalla base di Morón de la Frontera e di Rota. E Trump minaccia l’embargo alla “terribile” Spagna.
Non è un gesto simbolico. È una decisione politica che rimette al centro un principio spesso evocato ma raramente praticato con coerenza dall'Occidente: il rispetto del diritto internazionale.
La memoria dell’Iraq come bussola politica
Sánchez ha richiamato esplicitamente la guerra del 2003 contro l’Iraq. Allora, con l’amministrazione di George W. Bush, si parlò di armi di distruzione di massa e di democratizzazione del Medio Oriente. Le conseguenze furono ben diverse: destabilizzazione regionale, rafforzamento del terrorismo jihadista, crisi umanitarie e tensioni energetiche globali.
Quel precedente pesa ancora nella coscienza europea. La Spagna stessa fu attraversata da una profonda frattura sociale. Oggi Madrid sembra voler dire: non ripetiamo quell’errore.
E non dimentichiamo le bugie che ammantarono la guerra in Iraq e che oggi ammantano quella in Iran. Vale la pena capire cosa stava accadendo poco prima dell'attacco. Ce lo spiega Sara Fornaro, su Città Nuova: "Venerdì 27 febbraio, alle 22.58 italiane, l’Ansa riportava la notizia della svolta: il ministro degli Esteri dell’Oman, che faceva da mediatore, aveva annunciato che l’Iran aveva accettato di smantellare le proprie scorte di uranio arricchito. Si poteva firmare un accordo. E invece no. Poche ore dopo, verso le 7.30 del 28 febbraio, con un’azione congiunta, Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran, colpendo decine di obiettivi, tra cui la residenza dell’ayatollah Ali Khamenei, distruggendo anche, come “effetto collaterale”, una scuola primaria femminile e provocando una strage di bambine: quasi 170 morti accertati e un centinaio di feriti".
La motivazione ufficiale dell'attacco è stata quella del nucleare, un falso clamoroso. Infatti la vera ragione era che l'intelligence israeliana, in collaborazione con quella statunitense, aveva geolocalizzato la posizione di Khāmeneī, guida suprema dell'Iran, e occorreva colpire subito, di mattina, con il sole, mentre gli attacchi militari si fanno ovviamente di notte. Ci hanno riempito di bugie ed è difficile adesso cambiare la percezione della genesi di questa guerra, così simile a quella dell'Iraq.
Una scelta coerente con il diritto internazionale
Dire “no alla guerra” significa ribadire i principi del diritto internazionale. L’Europa, che un tempo si proclamava spazio di pace e cooperazione, è chiamata a scegliere se essere cinghia di trasmissione di escalation o soggetto politico capace di coerenza con i principi predicati per l'Ucraina. Chi è l'aggressore e chi è l'aggredito.
Un segnale all’Europa
La decisione di Madrid interpella anche le altre capitali europee.
La posizione della Spagna invita a ragionare su quali strumenti abbiamo davvero per ridurre la violenza internazionale. E ricorda che la pace è una politica concreta, fatta di decisioni che talvolta vanno controcorrente.
In tempi in cui il linguaggio bellico torna a dominare, le parole di Sánchez – “no alla guerra” – possono guidare un fronte pacifista europeo e possono rappresentare un salutare sussulto di lucidità politica.
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