Come il Mossad ha scommesso su una rivolta popolare iraniana che non è mai arrivata
IL SOGNO INFRANTO DEL "CAMBIO DI REGIME"
Come il Mossad ha scommesso su una rivolta popolare che non è mai arrivata
Fonte principale: New York Times, 22 marzo 2026
«Le bombe congelarono le opposizioni interne invece di galvanizzarle, lasciando il regime iraniano indebolito ma intatto.» — New York Times, 22 marzo 2026
L'inchiesta pubblicata dal New York Times il 22 marzo 2026 rivela i retroscena di una delle scommesse strategiche più azzardate della storia recente del Medio Oriente: l'ipotesi che una guerra avrebbe potuto trasformarsi nel detonatore di una rivoluzione popolare in Iran. Una scommessa persa, con conseguenze che si misurano oggi in migliaia di morti, un'intera regione in fiamme e un conflitto che non accenna a finire.
1. Il piano Barnea: guerra come leva rivoluzionaria
Secondo il New York Times, David Barnea, direttore del Mossad, elaborò e presentò a Benjamin Netanyahu un piano che andava molto oltre la semplice campagna militare contro le infrastrutture nucleari iraniane. Il progetto prevedeva una sequenza precisa: eliminazioni mirate dei principali leader del regime iraniano nelle fasi iniziali del conflitto, seguite da operazioni di intelligence per fomentare un'insurrezione di massa. L'obiettivo finale non era militare ma politico: il crollo dall'interno della Repubblica Islamica.
Barnea presentò lo stesso piano agli alti funzionari dell'amministrazione Trump a Washington a metà gennaio 2026. Netanyahu adottò questa valutazione ottimistica del Mossad come argomento chiave per convincere Trump che il collasso del governo iraniano fosse un obiettivo realistico e a portata di mano.
Il piano si fondava su un presupposto cruciale: che i bombardamenti avrebbero acceso la miccia di una rivolta popolare già pronta a esplodere in Iran, trasformando la guerra in una rivoluzione.
2. Le voci scettiche: CIA e Aman non ci credevano
Non tutti erano convinti. La CIA aveva valutato che il crollo totale del governo iraniano era un esito «relativamente improbabile» e aveva avvertito che, nello scenario più probabile, i funzionari di linea dura a Teheran avrebbero mantenuto il potere. Anche l'Aman, l'intelligence militare israeliana, condivideva questo scetticismo.
Questi avvertimenti vennero però messi in secondo piano dall'ottimismo del Mossad e dalla convergenza di volontà politica tra Netanyahu e Trump. Entrambi i leader mostrarono grande entusiasmo per uno scenario che avrebbe potuto risolvere in un colpo solo la questione nucleare iraniana e il problema della sopravvivenza del regime.
3. Il 28 febbraio 2026: l'Operazione Epic Fury
L'operazione militare congiunta USA-Israele — denominata Operation Epic Fury dagli americani e Ruggito del Leone dagli israeliani — scattò il 28 febbraio 2026, mentre erano ancora in corso trattative diplomatiche a Ginevra mediate dall'Oman. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato il 17 febbraio che Iran e USA avevano raggiunto un'intesa su alcuni «principi guida» negoziali. Il ministro degli Esteri dell'Oman aveva pubblicamente annunciato che la pace era a portata di mano — poche ore prima dell'inizio dei bombardamenti.
Il primo giorno di guerra, una scuola elementare femminile a Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, venne distrutta durante l'orario scolastico: almeno 165 persone, tra cui 120 bambini, persero la vita. La Mezzaluna Rossa contò oltre 200 morti e 750 feriti nelle prime ore.
4. Il fallimento del presupposto: la rivolta che non arrivò
Questo è il cuore della vicenda rivelata dal New York Times: la rivolta popolare non si verificò. Le bombe, lungi dal liberare un popolo oppresso, ebbero l'effetto opposto. Come accade quasi sempre nella storia quando un paese viene aggredito dall'esterno, la popolazione iraniana — compresi molti oppositori del regime — si compattò attorno alle istituzioni esistenti, per quanto detestabili.
Il regime di Teheran rimase in piedi. Indebolito, privo di alcuni dei suoi vertici eliminati negli attacchi, ma intatto nella sua struttura. Netanyahu, secondo il New York Times, espresse frustrazione: in una riunione di sicurezza nei giorni successivi all'inizio della guerra, avrebbe dichiarato che Trump potrebbe decidere di porre fine al conflitto in qualsiasi momento e che le operazioni del Mossad «non hanno ancora dato frutti».
Il paradosso è crudele: le bombe pensate per liberare il popolo iraniano lo hanno invece consegnato ancora di più ai duri del regime, che ora gestiscono la «resistenza» contro l'aggressore esterno.
Questo non è un risultato imprevisto per chiunque abbia studiato la storia. Dal Vietnam all'Iraq, dall'Afghanistan alla Libia, la logica del «cambio di regime bombardato dall'esterno» si è ripetutamente scontrata con la realtà: le popolazioni sotto attacco tendono a unirsi, non a dividersi. Il nazionalismo — anche contro un regime oppressivo — si risveglia sotto le bombe.
5. Il contesto attuale: una guerra senza uscita
Al 25 marzo 2026, il conflitto si trascina da quasi un mese con un bilancio di vittime civili in costante crescita. Le autorità iraniane hanno dichiarato che almeno 210 bambini sono morti dall'inizio della guerra e che circa 300 strutture sanitarie risultano danneggiate. Israele ha lanciato oltre 15.000 bombe — quattro volte quelle usate nella Guerra dei Dodici Giorni del 2025.
Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio, è di fatto bloccato. I prezzi del carburante hanno subito un'impennata globale e il tasso di approvazione di Trump è crollato al 36%, il minimo dall'inizio del suo secondo mandato. Solo il 35% degli americani approva l'operazione militare contro l'Iran.
Teheran ha dichiarato di non voler trattare con Steve Witkoff e Jared Kushner, accusandoli di «tradimento» per aver avviato bombardamenti durante i negoziati. L'Iran afferma di essere stato ingannato due volte da Trump e si rifiuta di sedersi nuovamente allo stesso tavolo. La diplomazia è segnata, forse per anni.
6. Conclusioni: la guerra come illusione di controllo
Ciò che il New York Times ha portato alla luce non è solo la storia di un piano fallito. È la radiografia di una mentalità: quella di chi crede che la forza militare possa essere un bisturi capace di operare trasformazioni politiche profonde in società complesse. Una mentalità che ha già prodotto i disastri dell'Iraq nel 2003 e della Libia nel 2011.
Il piano Barnea si basava su un'analisi dell'Iran come sistema fragile, pronto a esplodere al minimo urto. Certamente il paese era attraversato da proteste significative — le più grandi dalla Rivoluzione Islamica, secondo varie fonti, nel gennaio 2026. Ma trasformare malcontento in rivoluzione richiede condizioni politiche, non bombardamenti. Le bombe hanno fatto il contrario: hanno fornito al regime il nemico esterno di cui aveva bisogno per consolidarsi.
La guerra non è mai stata uno strumento di liberazione dei popoli. È sempre, prima di tutto, morte, distruzione e sofferenza per le persone comuni. Il popolo iraniano — che già subiva un regime oppressivo — si trova ora sotto le bombe. Questo si chiama doppia tragedia, non liberazione.
Aman: sigla che indica la Directorate of Military Intelligence, il servizio di intelligence militare israeliano. A differenza del Mossad, è integrato nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e si concentra principalmente sulle minacce militari regionali. Nell'articolo, è citata come una delle agenzie scettiche riguardo al piano Barnea.
Mossad: agenzia di intelligence esterna dello Stato di Israele, equivalente alla CIA americana. Si occupa di raccolta di informazioni all'estero, operazioni sotto copertura e azioni di controspionaggio. Il suo nome completo è HaMossad leModiʿin uleTafkidim Meyuḥadim ("Istituto per l'Intelligence e le Operazioni Speciali").
Articoli correlati
Trump ha detto tutto e il contrario di tutto in 40 minuti di conferenza stampaAnalisi semiseria della guerra all'Iran
Ciò che segue non è satira ma è semplicemente il notiziario, nient'altro che il notiziario di una guerra ha chiaramente smesso di avere una logica sensata. E' un disastro di proporzioni storiche. Chiunque abbia mai indossato un grado militare lo sa.22 marzo 2026 - NO1
Un'analisi economica su petrolio, profitti e famiglieChi paga davvero la guerra?
L'economista statunitense Paul Krugman smonta il mito dell'autosufficienza energetica e mostra chi guadagna e chi perde quando scoppia un conflitto in una regione petrolifera. Chiedersi a chi serve la guerra non è retorica pacifista. È economia applicata.16 marzo 2026 - Redazione PeaceLink
Colpita Ali Al Salem, la base kuwaitiana dove Italia e USA condividono i rischi della guerraAttacco iraniano ai militari italiani in Kuwait
La base di Ali Al Salem ospita una parte consistente dei 13.500 militari statunitensi distribuiti nelle tre basi kuwaitiane (ci sono anche le basi di Camp Arifjan e Camp Buehring). Lì c'erano oltre trecento militari italiani, ora in buona parte evacuati.15 marzo 2026 - Redazione PeaceLink
L'importanza dell'isola iraniana di Kharg per l'esportazione di petrolioIran, dal colpo di stato della CIA del 1953 alla guerra di Trump del 2026
Per comprendere l'attuale politica occorre risalire al dominio petrolifero occidentale messo in crisi dalla nazionalizzazione del 1951. La risposta occidentale fu un colpo di stato organizzato da CIA e MI6 — la cosiddetta Operazione Ajax — che portò al potere lo Scià Pahlavi.15 marzo 2026 - Redazione PeaceLink

Sociale.network