Vulcano Iran - La rivolta scintilla della rivoluzione e l'aggressione israelo-americana

Quando uno Stato viene aggredito militarmente da forze esterne, non è il regime che lo governa ad essere colpito, ma è una nazione e la sua popolazione
31 marzo 2026
Valeria Poletti
Fonte: www.valeriapoletti.com - 02 marzo 2026

Il 28 febbraio 2026 le forze armate israeliane e statunitensi hanno lanciato bombardamenti estesi e indiscriminati sull’Iran dando avvio ad una guerra destinata a colpire tutta la regione mediorientale

A quasi cinquant’anni dall’instaurazione della Repubblica Islamica fondata sulla Wilayat al-faqih e dopo che, negli ultimi vent’anni, rivolte sempre più diffuse avevano espresso il disagio di gran parte della giovane società iraniana, il regime si trova ad affrontare una crisi strutturale della quale la ribellione che ha preso l’avvio il 28 dicembre 2025 è contemporaneamente conseguenza e cagione. Conseguenza perché, più direttamente delle volte precedenti, la scintilla che ha innescato la sollevazione di piazza – che ha interessato la maggior parte dei distretti del Paese e ha visto la partecipazione di componenti sociali diversificate, dai lavoratori del bazar agli studenti agli operai del settore energetico in sciopero – è stata provocata dallo stato di rovina dell’economia e dalla povertà sempre più diffusa. Cagione perchè una massa variegata si è unita nel rifiuto del regime rinnegandone la “legittimità politica”. I manifestanti iraniani oggi non chiedono riforme, ma l'estinzione della Repubblica Islamica. Vogliono un cambio di regime. Al di là dell’aspirazione al riconoscimento di diritti civili, molti iraniani ora credono che la Repubblica Islamica sia incapace di risolvere i problemi fondamentali del Paese.

Corruzione strutturale

Il disastro dell’economia è sì il risultato dell’adozione di politiche neoliberiste di privatizzazione e di deregolamentazione del mercato del lavoro imposte da Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) già nei primi anni ’90 del ‘900 e delle sanzioni occidentali che, in particolare dal 2010 in poi, hanno fortemente danneggiato un sistema economico fondato quasi esclusivamente sullo sfruttamento delle risorse petrolifere, ma è anche in larga parte frutto della cattiva gestione interna.
L'economia iraniana è strutturalmente dominata dal clero sciita e dalle Fondazioni Religiose (Bonyad), che controllano enormi patrimoni, settori chiave, quali quello petrolifero e quello delle costruzioni, godendo di esenzioni fiscali. Questo "impero economico", governato in gran parte dai Pasdaran (IRGC, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica), costituisce un apparato di potere parallelo a quello statale e influenza profondamente il sistema politico che si fonda su un ordine duale, con organi elettivi e altri non eletti ma nominati per cooptazione. Parlamento e Presidenza, entrambi eletti, operano sotto la stretta supervisione di autorità religiose non elette, in particolare la Guida Suprema e il Consiglio dei Guardiani, incarnando il principio del Wilayat al-faqih ("tutela del giurisperito" o “potere politico carismatico del giurista-teologo”). Un modello di gestione del potere e dell’economia che si integra perfettamente nel circuito capitalistico internazionale.
Il capitalismo in Iran oggi è, dunque, un sistema ibrido modellato attraverso il predominio di entità para-statali che si reggono su un apparato che, per sua stessa natura, si articola su clientelismo e corruzione. Un sistema che, inevitabilmente, favorisce una crescente diseguaglianza sociale.

La saldatura tra economia di rendita, ideologia, potere, guerra

I Pasdaran non sono solamente un colosso economico e una forza armata d’elite deputata ad organizzare la difesa del regime e il mantenimento della sua influenza all’estero (in Iraq, in Siria, In Yemen, in Libano, a Gaza), ma costituiscono anche l’istituzione garante del rispetto dell'ideologia politica e religiosa teocratica all’interno del Paese.
I Pasdaran, insieme e tramite la milizia dei Basiji, sono in prima linea nella feroce applicazione della repressione di regime che è stata adottata, negli anni, non solamente contro il dissenso politico e i protagonisti delle rivolte sociali, ma anche contro gli operai che rivendicavano migliori condizioni di lavoro.
La distinzione, che anche molta parte della “sinistra” avvalora, tra manifestazioni dovute al malessere della popolazione lavoratrice in precarie condizioni economiche e dimostrazioni di avversione verso il regime illiberale e reazionario, avversione manifestata da una massa sempre più consistente di iraniani, è, quindi, una palese mistificazione: siamo di fronte al rifiuto di un sistema clericale totalitario in nome di una volontà di partecipazione alle scelte politiche che, una volta, avremmo chiamato democrazia.
Identità confessionale ossessivamente imposta e coercizione poliziesca non sono, però, sufficienti a sedare il malcontento generale e la rivolta che, di anno in anno, si fa più incalzante.

Una rivolta che attacca la base del sistema

Che sia la “generazione Z” il motore della rivolta contro il regime non può stupire dato che più del 50% della popolazione iraniana ha meno di 35 anni. Questi giovani, nati e cresciuti in un contesto di crisi economica e repressione, si informano su internet, comunicano e si organizzano attraverso i social, non sono associati a partiti abituati a chiamare a manifestazioni di massa (che sarebbero massacrate in tempi brevissimi dalla brutalità delle squadre armate del regime), ma invadono le strade in gruppi autorganizzati e capaci di inventare forme creative e spettacolari di protesta.
Di relativamente diverso rispetto alle precedenti ondate di ribellione (1999, 2003, 2005, 2009, 2011, 2017, 2019, 2020, 2021, 2023) c’è che questa rivolta ha coinvolto lavoratori e cittadini appartenenti a classi sociali diverse e a gruppi etnici delle regioni del nord-est e del sud-ovest del Paese, curdi, arabi, beluci e altre minoranze discriminate. Una sollevazione che ha interessato tutte le 31 province dell’Iran, grandi città e piccoli centri. Nelle strade dei capoluoghi come in quelle delle province sono risuonati slogan come "morte a Khamenei", "morte al dittatore" e "morte alla Repubblica Islamica". Morte alla Repubblica Islamica: nonostante le numerosissime immagini diffuse sui social ci pongano davanti ad una gioventù quanto meno “irriverente” verso le autorità religiose, non sappiamo quanto il laicismo sia diffuso in Iran, ma è chiaro, a noi come ai rivoltosi iraniani, che la laicità dello Stato sia l’imprescindibile precondizione per poter ottenere diritti civili e arrivare all’autodeterminazione e all’indipendenza, così come per affrancarsi dall’ingerenza imperialista, dal ricatto militare e dall’infiltrazione dell’intelligence israeliana. Proprio quello che Israele e Stati Uniti vogliono impedire con la guerra.
I giovani e i lavoratori iraniani combattono contro un regime socialmente ultrareazionario, retto da un assolutismo gerarchico a-storico, integrato nel sistema capitalistico globale entro il quale tiene soggetta la sua popolazione impoverita e vessata da una classe mercantile dominate che esercita il potere economico.
Gli iraniani hanno la sfortuna di dover combattere un sistema di governo pre-moderno prima di potersi battere per la propria autodeterminazione nel mondo attuale. Perché a questa difesa dell’arretratezza si limita il ruolo contingentemente anti-egemonico che la Repubblica Islamica svolge nell’ambito della competizione tra potenze globali.
La rivolta contro la teocrazia e per l’emancipazione non è un passo verso la subordinazione alle potenze dominanti, è un passo necessario verso la possibilità di combattere per l’emancipazione dalla dittatura capitalista-imperialista.
La crescente domanda di secolarizzazione dello Stato e di riconoscimento dei diritti civili incontra l’adesione delle popolazioni nelle regioni etniche (curde, beluci, azere, arabe). Nelle strade delle provincie di confine agli slogan contro il regime che echeggiavano nelle manifestazioni in tutto l’Iran si sono sommate richieste più compiutamente politiche per il
riconoscimento dei diritti delle minoranze etniche e il superamento delle discriminazioni sociali ed economiche, discriminazioni che sono la principale causa delle istanze separatiste sulle quali premono in particolare gli Stati Uniti e il loro alleati che si avvantaggerebbero della frammentazione dell’Iran. Non è un caso che, durante quest’ultima rivolta, proprio in queste regioni si siano verificati scontri a fuoco che, grazie anche all’infiltrazione di agenti esterni, hanno lasciato sul terreno numerosi miliziani delle forze di repressione oltre ai rivoltosi.

Stati Uniti e Israele contro il movimento rivoluzionario in Iran

È ormai evidente a tutti come e quanto le operazioni di intelligence del Mossad israeliano (presente e operativo da molti anni sul territorio iraniano) e dei servizi americani abbiano operato per far deragliare le “proteste” verso obiettivi eterodiretti e sfruttare i gruppi armati delle minoranze etniche per far crollare sì il regime degli ayatollah, ma, insieme ad esso, l’integrità territoriale dell’Iran e l’autodeterminazione della popolazione iraniana.
La scenografia delle manifestazioni in favore del ritorno della monarchia – allestita nei Paesi di vecchia immigrazione iraniana (Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Germania) nei quali sono approdati gli esuli che negli anni ’80 del ‘900 fuggivano dalla Rivoluzione islamica – ha riscosso, nella diaspora, un successo di partecipazione del tutto sproporzionata rispetto al consenso assolutamente minoritario che il suo “simbolo”, Reza Ciro Pahlavi (figlio del deposto scià e pupillo di Israele) ha nel suo Paese d’origine. Ma, questo pallido personaggio, utile per generare confusione e divisione all’interno della rivolta e, contemporaneamente, per giustificare l’intervento armato, è accreditato dalla propaganda occidentale di essere l’ideale Caronte destinato a traghettare l’Iran dal regime teocratico all’Ade del dominio coloniale. Nell’immaginario Israelo-statunitense-britannico, sempre che la guerra si risolva nella sconfitta strategica dell’Iran, questo “esule protetto” sarebbe accomodante verso il processo di frantumazione della nazione, la “pacificazione” con Israele e la concretizzazione di quegli Accordi di Abramo che, dopo tanto sangue versato, seppelliranno definitivamente il sogno dell’autodeterminazione palestinese.
Ma Pahlavi può facilmente essere rimandato nell’ombra, per esempio, da un colpo di Stato interno promosso dal Mossad. O definitivamente seppellito nella pattumiera della storia tanto nel caso in cui la Repubblica Islamica riuscisse a sopravvivere alla guerra, quanto nel caso in cui un lungo e drammatico processo rivoluzionario dovesse dare spazio alle istanze dei giovani iraniani scampati alla feroce repressione e alla guerra che la rafforza. Una guerra scatenata contro la nazione e la popolazione iraniana con il pretesto di fermare il presunto sviluppo di armi nucleari, indebolire l'apparato missilistico e promuovere un cambio di regime. Una guerra condotta, di fatto, per eliminare il più rilevante ostacolo
all’espansione israeliana in Palestina e alla sua supremazia nella regione circostante e per aprire agli Stati Uniti i forzieri delle risorse naturali iraniane, oltre che per fare barriera contro l’estendersi dell’influenza cinese. Per insediare in Iran un governo arrendevole, casomai, non certo per rovesciare un regime oppressivo e sanguinario.

La strage

Iran: 341 esecuzioni nel mese di gennaio 2026, nel 2025 erano state 99

È in ragione del fatto che Israele e Stati Uniti hanno aggredito militarmente l’Iran che dovremmo benedire la sadica repressione operata dal regime contro la popolazione in rivolta? È per lo stesso motivo che dovremmo negare a questa
popolazione il diritto di intraprendere una via rivoluzionaria contro la teocrazia?

Il 15 gennaio 2026, l'agenzia di stampa degli attivisti per i diritti umani (HRANA), con sede negli Stati Uniti, che ha tenuto un bilancio continuo dall'inizio delle proteste, afferma di aver verificato 6.872 morti, in stragrande maggioranza di manifestanti [oltre che di civili], e di avere altri 11.280 casi sotto indagine. Ha inoltre contato oltre 50.000 arresti.

Dalla parte della popolazione in rivolta, contro la teocrazia capitalista e contro l'aggressione israelo-statunitense

Mobilitarsi per fermare la guerra, per cancellare le sanzioni che la favoriscono e riducono all’impotenza la popolazione, per impedire la concessione delle nostre basi militari per operazioni belliche (anche di ricognizione e stazionamenti per rifornimento) contro l’Iran vuol dire aiutare i giovani iraniani a conquistare quel minimo piano di agibilità sul territorio che
consenta loro di organizzarsi per incidere politicamente sul futuro del loro Paese.

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