Ucraina: la rivolta delle piazze contro il "tritacarne" militare
Le strade di Kiev, Leopoli, Odessa e Dnipro si sono riempite di manifestanti. Non succedeva da tempo, schiacciate come sono dalla legge marziale e dal dramma quotidiano dei bombardamenti russi. Eppure, la frattura interna al potere ucraino è diventata una voragine pubblica. La decisione del presidente Zelensky di cedere all'ultimatum del Comandante in Capo delle Forze Armate, il generale Oleksandr Syrskyi, rimuovendo il giovane ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, ha rotto il tabù dell'unità nazionale a tutti i costi.
Nelle piazze, cartelli con la scritta "Riportate Fedorov" si mescolano a cori durissimi: "Syrskyi, vattene!". Ma dietro la superficie di un drammatico rimpasto di governo si nasconde una crisi molto più profonda: il rifiuto popolare di una strategia militare che sta costando troppi morti.
Prima di queste proteste c'erano state quelle delle mogli e dei parenti dei soldati tenuti al fronte dall'inizio della guerra, senza ricambio. Non vanno dimenticate anche le proteste del luglio 2025 contro la legge che indeboliva gli organismi anticorruzione.
Due visioni opposte: la tecnologia contro la logica del logoramento
Il conflitto interno che ha portato alla rimozione del ministro della Difesa Fedorov (35 anni) rappresenta uno scontro non solo generazionale, ma di paradigma.
La linea Fedorov
Architetto della digitalizzazione dell'esercito e fautore della "guerra dei droni", l'ex ministro ha cercato nei suoi sei mesi di mandato di imporre una dottrina chiara: preservare le vite umane attraverso l'asimmetria tecnologica, automatizzando i reparti per non esporre la fanteria in prima linea.
La linea Syrskyi
Generale sessantenne cresciuto nelle accademie sovietiche, Syrskyi è accusato dalla piazza e da numerosi comandanti sul campo di applicare una dottrina dogmatica basata sull'attrito, sulla difesa posizionale ad ogni costo e sulla mobilitazione di massa.
L'ex ministro Fedorov ha denunciato pubblicamente come il capo dell'esercito abbia sistematicamente ostacolato le riforme e i tentativi di sradicare la corruzione negli approvvigionamenti militari, preferendo proteggere le vecchie gerarchie burocratiche anziché adattarsi a una guerra tecnologicamente mutata.
Il peso emotivo delle perdite: l'ombra del "Generale 200"
Ma l'elemento più significativo di queste proteste è l'emegere in forma pubblica del dolore e del malcontento per l'altissimo tributo di sangue pagato dai soldati ucraini.
A scendere in piazza sono soprattutto giovani, medici militari, reduci e madri. Nella memoria collettiva pesa enormemente la condotta strategica di Syrskyi, tristemente soprannominato dalle truppe "il macellaio" o "Generale 200" (dal codice militare utilizzato per indicare i caduti in azione) durante la logorante difesa frontale di Bakhmut, costata la vita a migliaia di soldati per difendere una città ormai ridotta in macerie. I soldati sono evidentemente stanchi di vedere la fanteria mandata a tenere linee indifendibili. Ritengono che sia perdente combattere una guerra simmetrice di logoramento contro un avversario numericamente superiore.
La crisi della mobilitazione forzata
Il siluramento di Fedorov ha fatto crollare l'ultimo argine di fiducia rispetto a una delle questioni più spinose e laceranti dell'Ucraina odierna: la mobilitazione forzata. Le piazze oggi danno voce alla rabbia contro i metodi sempre più duri degli uffici di leva e contro l'invio al fronte di reclute scarsamente addestrate ed equipaggiate.
Senza una nuova strategia militare la leva obbligatoria viene percepita da una fetta crescente di popolazione come una condanna senza appello ad un logoramento perdente di lunga durata, alimentando una crisi sociale e umanitaria che il governo non può più nascondere sotto il tappeto della propaganda bellica.
Il costo insostenibile della guerra d'attrito
La richiesta di dimissioni di Syrskyi da parte dei cittadini ucraini nasconde il disperato tentativo della società civile di porre un freno alla logica del tritacarne e di rimettere il valore della vita umana al centro della discussione pubblica. La gente non è scesa in piazza per avere più droni ma per salvare la pelle.
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