Alcuni analisti la considerano un boomerang "tafazziano"

L'offensiva militare ucraina dei 40 giorni quali effetti ha avuto?

La "campagna dei 40 giorni" è una strategia ad alta intensità che mirava a colpire in profondità il territorio russo con droni e missili a lungo raggio per paralizzare le infrastrutture energetiche e logistiche di Mosca e costringerla a un negoziato di pace.
14 agosto 2026
Redazione PeaceLink

Si è chiusa da una decina di giorni quella che veniva annunciata come l'ennesima svolta del conflitto in Ucraina: la "Campagna dei 40 giorni". Un'ampia operazione militare promossa dal presidente Volodymyr Zelensky, sostenuta dall'Europa, per colpire il cuore della macchina bellica ed economica russa. L'obiettivo dichiarato era costringere il Cremlino a sedersi al tavolo delle trattative per una tregua che desse alle truppe ucraine un po' di respiro.

Una serie di attacchi che hanno certamente causato danni significativi all'economia russa, ma che nei fatti sono stati quello che diversi analisti considerano un fallimento strategico. E, come sottolinea il direttore di Analisi Difesa Gianandrea Gaiani, un perfetto esempio di effetto "tafazziano".

Chi è Tafazzi e cosa significa "effetto tafazziano"

Per chi non lo conoscesse, Tafazzi è un celebre personaggio del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, interpretato da Giacomo Poretti, reso famoso dal programma "Mai dire Gol". La sua caratteristica distintiva è un marcato autolesionismo: indossa una tuta nera e un sospensorio bianco che colpisce ripetutamente con una bottiglia di plastica, infliggendosi dolore da solo. Nel linguaggio comune, l'aggettivo "tafazziano" è passato a indicare un comportamento controproducente, in cui chi colpisce finisce per danneggiare prima di tutto se stesso.

Ed è proprio ciò che sarebbe accaduto con l'offensiva dei 40 giorni.

Un'offensiva ad alto contenuto tecnologico

L'operazione si è basata su un salto qualitativo nelle capacità militari di Kiev. Per la prima volta, l'Ucraina ha affiancato ai droni a lungo raggio di nuova generazione i missili balistici a bassa quota FP-5 Flamingo, capaci di raggiungere bersagli fino a tremila chilometri di distanza. I raid si sono concentrati su tre direttrici fondamentali: raffinerie di petrolio, depositi e stazioni di pompaggio; le infrastrutture che collegano la Crimea alla Russia e la cosiddetta flotta ombra russa; i nodi logistici e commerciali del Paese aggressore.

Nel bilancio conclusivo diffuso dallo SBU (i servizi segreti ucraini), Kiev rivendica oltre cento attacchi riusciti. Sul piano prettamente tattico, l'offensiva ha quindi ottenuto alcuni risultati concreti. Ma la vera partita si giocava su un altro campo.

I danni all'economia russa: un danno reale ma circoscritto

I risultati più evidenti si sono registrati sul piano energetico. I droni ucraini hanno preso di mira le raffinerie russe, riducendone la capacità operativa di circa un terzo. La produzione di benzina nella Federazione Russa è scesa a circa il 65% della domanda stagionale, costringendo Mosca a bloccare le esportazioni di diesel, a razionare il carburante (tanto che in Crimea il prezzo alla pompa ha superato i 5 euro al litro) e persino a importare benzina raffinata dall'estero, per la prima volta dall'India, suo tradizionale cliente.

Tuttavia, è fondamentale sottolineare un aspetto cruciale: gli attacchi ucraini hanno colpito le raffinerie e non i pozzi di estrazione. La Russia ha quindi continuato a esportare grandi quantità di greggio non raffinato, mantenendo sostanzialmente stabile l'offerta globale di materia prima. Di conseguenza, il prezzo del greggio di riferimento globale (Brent) ha registrato un incremento contenuto di circa il 2,4% nell'ultimo mese, attestandosi intorno agli 81-84 dollari al barile. Pur avendo subito fiammate temporanee che hanno spinto le quotazioni fino alla soglia dei 90 dollari nei momenti di massima tensione, il mercato non ha vissuto un'esplosione dei prezzi.

Proprio qui si manifesta un primo effetto "tafazziano". La Russia ha saputo adattarsi, dimostrando una resilienza inaspettata. Il danno più significativo di questa operazione è ricaduto proprio sui suoi promotori europei. Gli attacchi alle raffinerie russe, uniti alle tensioni in Medio Oriente, hanno mantenuto elevato il prezzo della benzina alla pompa per i consumatori europei. In sostanza, l'Europa ha finanziato e sostenuto un'offensiva che, nel breve termine, ha contribuito a far pagare un conto salato ai suoi stessi automobilisti, senza però ottenere l'auspicato collasso del sistema energetico russo.

La crisi del grano: una guerra persa in partenza

Un secondo effetto "tafazziano" si è consumato nel Mar Nero. L'Ucraina ha colpito le navi e le infrastrutture russe per bloccare le esportazioni di cereali di Mosca. La risposta della Russia è stata immediata e speculare: ha intensificato i bombardamenti sui porti ucraini di Odessa e Izmail, colpendo sistematicamente i terminal per l'esportazione del grano e le navi cargo.

Il risultato è che le esportazioni di grano ucraine sono crollate del 76% rispetto all'anno precedente. Questa è una ferita grave per l'economia di Kiev, che dipende da questi porti per il 90% delle sue esportazioni agricole. Proporzionalmente, la crisi nel Mar Nero sta danneggiando molto più l'Ucraina che la Russia. La risposta simmetrica di Mosca, colpendo dove fa più male, ha invertito la pressione, costringendo Kiev a chiedere uno stop agli attacchi reciproci. L'Ucraina ha infatti proposto alla Russia un accordo per interrompere gli attacchi alle navi civili nel Mar Nero, un chiaro tentativo di porre fine a una spirale che sta mettendo in ginocchio la sua economia. La pace (o la tregua) imposta con la forza non è riuscita a Kiev, ma ha avuto effetti inaspettati e controproducenti.

L'intervento americano e il fallimento strategico

Questi effetti collaterali hanno avuto conseguenze anche sul fronte diplomatico. Gli Stati Uniti hanno dovuto intervenire su Zelensky. Il motivo è duplice. Da un lato, gli attacchi ucraini al porto russo di Novorossiysk hanno colpito il terminale di un oleodotto in cui hanno quote importanti le società statunitensi Chevron ed ExxonMobil, danneggiando direttamente interessi americani. Dall'altro, l'offensiva ha fallito il suo scopo strategico.

In una guerra d'attrito come quella in corso in Ucraina, è un'illusione che la sola tecnologia possa alterare le sorti del conflitto. Le forze armate russe hanno progressivamente adattato le proprie difese. La pressione al fronte non si è allentata: le truppe di Mosca continuano ad avanzare lentamente ma costantemente nella regione del Donbass. L'offensiva non ha cambiato gli equilibri sul campo e non ha costretto Mosca a trattare.

Un laboratorio per gli "alleati"

C'è un aspetto inquietante che emerge da questa vicenda. Lo hanno imparato i paesi occidentali anche in Afghanistan, ma sembra che la lezione non sia bastata. Di fatto, nello schieramento pro-Kiev gli unici a vincere sono stati i colossi dell'industria militare che hanno potuto sfruttare ulteriormente l'Ucraina come laboratorio per testare nuove tecnologie e raccogliere dati di combattimento. Un cinico esperimento condotto a spese del sangue ucraino e russo.

La prospettiva pacifista

Da un punto di vista pacifista la "Campagna dei 40 giorni" può essere considerata un triplice fallimento. Ha fallito il suo obiettivo dichiarato – porre fine al conflitto – dimostrando ancora una volta che la logica della pressione militare non produce aperture diplomatiche, ma solo una pericolosa escalation. Ha aggravato la situazione umanitaria, allargando il raggio degli attacchi e aumentando la sofferenza della popolazione civile, sia ucraina che russa. E ha prodotto un effetto "tafazziano", danneggiando proprio i suoi promotori europei e creando tensioni con gli Stati Uniti.

L'avventurismo bellico ucraino e la risposta simmetrica russa non fanno che allontanare la prospettiva di un negoziato, trascinando il paese in una guerra di logoramento che non avrà vincitori, solo vinti. L'offensiva dei 40 giorni si configura come un boomerang che ha colpito prima di tutto chi l'ha lanciata, dimostrando come la logica dell'escalation militare, lungi dal portare la pace, produca conseguenze inaspettate e dannose. PeaceLink continua a ribadire che non è con le armi che si costruisce la pace, ma con il dialogo. La "Campagna dei 40 giorni" ne è la dolorosa e definitiva conferma.

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