L'offensiva militare ucraina dei 40 giorni quali effetti ha avuto?
Si è chiusa da una decina di giorni quella che veniva annunciata come l'ennesima svolta del conflitto in Ucraina: la "Campagna dei 40 giorni". Un'ampia operazione militare promossa dal presidente Volodymyr Zelensky, sostenuta dall'Europa, per colpire il cuore della macchina bellica ed economica russa. L'obiettivo dichiarato era costringere il Cremlino a sedersi al tavolo delle trattative per una tregua che desse alle truppe ucraine un po' di respiro.
Una serie di attacchi che hanno certamente causato danni significativi all'economia russa, ma che nei fatti sono stati quello che diversi analisti considerano un fallimento strategico. E, come sottolinea il direttore di Analisi Difesa Gianandrea Gaiani, un perfetto esempio di effetto "tafazziano".
Chi è Tafazzi e cosa significa "effetto tafazziano"
Per chi non lo conoscesse, Tafazzi è un celebre personaggio del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, interpretato da Giacomo Poretti, reso famoso dal programma "Mai dire Gol". La sua caratteristica distintiva è un marcato autolesionismo: indossa una tuta nera e un sospensorio bianco che colpisce ripetutamente con una bottiglia di plastica, infliggendosi dolore da solo. Nel linguaggio comune, l'aggettivo "tafazziano" è passato a indicare un comportamento controproducente, in cui chi colpisce finisce per danneggiare prima di tutto se stesso.
Ed è proprio ciò che sarebbe accaduto con l'offensiva dei 40 giorni.
Un'offensiva ad alto contenuto tecnologico
L'operazione si è basata su un salto qualitativo nelle capacità militari di Kiev. Per la prima volta, l'Ucraina ha affiancato ai droni a lungo raggio di nuova generazione i missili balistici a bassa quota FP-5 Flamingo, capaci di raggiungere bersagli fino a tremila chilometri di distanza. I raid si sono concentrati su tre direttrici fondamentali: raffinerie di petrolio, depositi e stazioni di pompaggio; le infrastrutture che collegano la Crimea alla Russia e la cosiddetta flotta ombra russa; i nodi logistici e commerciali della Russia.
Nel bilancio conclusivo diffuso dallo SBU (i servizi segreti ucraini), Kiev rivendica oltre cento attacchi riusciti. Sul piano prettamente tattico, l'offensiva ha quindi ottenuto alcuni risultati concreti. Ma la vera partita si giocava su un altro campo.
I danni all'economia russa: un danno reale ma circoscritto
I risultati più evidenti si sono registrati sul piano energetico. I droni ucraini hanno preso di mira le raffinerie russe, riducendone la capacità operativa di circa un terzo. La produzione di benzina nella Federazione Russa è scesa a circa il 65% della domanda stagionale, costringendo Mosca a bloccare le esportazioni di diesel, a razionare il carburante (tanto che in Crimea il prezzo alla pompa ha superato i 5 euro al litro) e persino a importare benzina raffinata dall'estero, per la prima volta dall'India, suo tradizionale cliente.
Tuttavia, è fondamentale sottolineare un aspetto cruciale: gli attacchi ucraini hanno colpito le raffinerie e non i pozzi di estrazione. La Russia ha quindi continuato a esportare grandi quantità di greggio non raffinato, mantenendo sostanzialmente stabile l'offerta globale di materia prima. Di conseguenza, il prezzo del greggio di riferimento globale (Brent) ha registrato un incremento contenuto di circa il 2,4% nell'ultimo mese, attestandosi intorno agli 81-84 dollari al barile. Pur avendo subito fiammate temporanee che hanno spinto le quotazioni fino alla soglia dei 90 dollari nei momenti di massima tensione, il mercato non ha vissuto un'esplosione dei prezzi.
Proprio qui si manifesta un primo effetto "tafazziano". La Russia ha saputo adattarsi, dimostrando una resilienza inaspettata. Il danno più significativo di questa operazione è ricaduto proprio sui suoi promotori europei. Gli attacchi alle raffinerie russe, uniti alle tensioni in Medio Oriente, hanno mantenuto elevato il prezzo della benzina alla pompa per i consumatori europei. In sostanza, l'Europa ha finanziato e sostenuto un'offensiva che, nel breve termine, ha contribuito a far pagare un conto salato ai suoi stessi automobilisti, senza però ottenere l'auspicato collasso del sistema energetico russo.
La crisi del grano: una guerra persa in partenza
Un secondo effetto "tafazziano" si è consumato nel Mar Nero. L'Ucraina ha colpito le navi e le infrastrutture russe per bloccare le esportazioni di cereali di Mosca. La risposta della Russia è stata immediata e speculare: ha intensificato i bombardamenti sui porti ucraini di Odessa e Izmail, colpendo sistematicamente i terminal per l'esportazione del grano e le navi cargo.
Il risultato è che le esportazioni di grano ucraine sono crollate del 76% rispetto all'anno precedente. Questa è una ferita grave per l'economia di Kiev, che dipende da questi porti per il 90% delle sue esportazioni agricole. Proporzionalmente, la crisi nel Mar Nero sta danneggiando molto più l'Ucraina che la Russia. La risposta simmetrica di Mosca, colpendo dove fa più male, ha invertito la pressione, costringendo Kiev a chiedere uno stop agli attacchi reciproci. L'Ucraina ha infatti proposto alla Russia un accordo per interrompere gli attacchi alle navi civili nel Mar Nero, un chiaro tentativo di porre fine a una spirale che sta mettendo in ginocchio la sua economia. La pace (o la tregua) imposta con la forza non è riuscita a Kiev, ma ha avuto effetti inaspettati e controproducenti.
L'intervento americano su Zelensky
Questi effetti collaterali hanno avuto conseguenze anche sul fronte diplomatico. Gli Stati Uniti sono intervenuti su Zelensky. Infatti gli attacchi ucraini al porto russo di Novorossiysk (vedere segnalino rosso) hanno colpito il terminale di un oleodotto in cui hanno quote importanti le società statunitensi Chevron ed ExxonMobil, danneggiando direttamente interessi americani.
Per la precisione gli attacchi ucraini al porto russo di Novorossiysk hanno colpito il terminale marino del Caspian Pipeline Consortium (CPC), in cui Chevron ed ExxonMobil detengono quote significative, e ciò ha danneggiato direttamente interessi energetici statunitensi.
Diversi report indicano che droni ucraini hanno colpito più volte proprio il terminale marino CPC (Caspian Pipeline Consortium) a Novorossiysk, danneggiando infrastrutture di ormeggio, carico e stoccaggio e interrompendo temporaneamente le operazioni di esportazione. In almeno un caso, un drone ha colpito una petroliera (la “Nelsa”, della flotta ombra russa) durante le operazioni di carico presso il terminal CPC, secondo quanto riferito dal consorzio stesso.
L'ambigua situazione nel porto russo di Novorossiysk
Il CPC trasporta greggio kazako, non russo, ma:
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passa attraverso la Russia e arriva a un porto russo nel Mar Nero (Novorossiysk);
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la Russia è il maggior azionista del consorzio CPC;
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alcune petroliere sanzionate (flotta ombra) hanno caricato al terminal CPC, creando una sovrapposizione tra interessi occidentali (Chevron/Exxon) e usi legati alla Russia.
Proprio per questa situazione delicata e ambigua, gli USA hanno chiesto a Kiev di non colpire le infrastrutture CPC per evitare danni a Chevron ed ExxonMobil e shock sui mercati petroliferi.
Perché questo tocca interessi USA
Poiché CPC trasporta principalmente petrolio kazako e Chevron ed ExxonMobil sono azionisti rilevanti del consorzio (e operano in joint venture come Tengizchevroil), gli attacchi al terminal hanno un impatto diretto sulle loro attività e sui flussi di greggio in cui hanno interessi economici. La preoccupazione statunitense è stata tale che, secondo il Financial Times e altre fonti, Washington ha chiesto a Kiev di cessare gli attacchi alle petroliere e alle infrastrutture CPC a Novorossiysk, temendo destabilizzazione dei mercati petroliferi e danni a compagnie americane.
La cosa curiosa è quindi che il CPC serve sia la flotta ombra russa sia le multinazionali americane. Da un lato trasporta il greggio kazako prodotto da consorzi in cui le multinazionali USA (soprattutto Chevron ed ExxonMobil) hanno quote maggioritarie; dall’altro, il terminal è usato anche da petroliere della flotta ombra russa per movimentare greggio (incluso CPC o miscele russe) aggirando le sanzioni.
Il fallimento strategico dell'offensiva di Kiev
Complessivamente l'offensiva ucraina - benché efficace nel colpire obiettivi a lunga distanza - sembra aver fallito il suo dichiarato scopo strategico.
In una guerra d'attrito come quella in corso in Ucraina, è un'illusione che la sola tecnologia possa alterare le sorti del conflitto.
Le forze armate russe hanno progressivamente adattato le proprie difese. La pressione al fronte non si è allentata: le truppe di Mosca continuano ad avanzare lentamente ma costantemente nella regione del Donbass. L'offensiva ucraina non ha cambiato gli equilibri sul campo e non ha costretto Mosca a trattare.
Il laboratorio ucraino per le multinazionali militari
C'è un aspetto inquietante che emerge da questa vicenda. Di fatto, nello schieramento pro-Kiev gli unici a vincere sono stati i colossi dell'industria militare che hanno potuto sfruttare ulteriormente l'Ucraina come laboratorio per testare nuove tecnologie e raccogliere dati di combattimento. Un cinico esperimento condotto a spese del sangue ucraino e russo.
Il conflitto militare in Ucraina è diventato un enorme “laboratorio a cielo aperto” per l’industria militare globale, dove nuove tecnologie, tattiche e sistemi d’arma vengono testati in condizioni reali, con costi umani enormi per ucraini e russi.
Diversi elementi confermano questa lettura.
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Test operativi in combattimento reale: aziende come Leonardo (Italia), Rheinmetall (Germania) e molte startup militari hanno annunciato o già effettuato test di nuovi sistemi d'arma direttamente sul fronte ucraino, perché solo lì possono raccogliere dati affidabili su efficacia, vulnerabilità e integrazione con altri sistemi.
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Piattaforme strutturate per il testing: l’Ucraina ha creato iniziative come “Test in Ukraine” (nell’ambito dell’ecosistema Brave1) che offrono alle aziende internazionali siti di prova, feedback dall’esercito e contatti con produttori locali per co-sviluppare e validare tecnologie in condizioni di guerra reale.
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Raccolta massiva di dati di combattimento: Kiev gestisce flussi enormi di dati (video da droni, feed radar, immagini satellitari, intercettazioni radio) e li usa per addestrare modelli di intelligenza artificiale, ottimizzare il ciclo “rilevamento–decisione–fuoco” e migliorare armi e tattiche. Si parla di oltre 12 terabyte di video grezzi al giorno usati a fini militari e di collaborazione con aziende come Palantir per la “Brave1 Dataroom”, un ambiente sicuro per addestrare AI su dati etichettati di combattimento.
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Apprendimento reciproco tra eserciti: le forze NATO (USA, Regno Unito, Svezia, ecc.) usano esercitazioni con operatori ucraini per capire come contrastare i droni e adattarsi alla “guerra dei droni”. In una recente esercitazione in Germania (Combined Resolve), unità ucraine hanno “messo fuori combattimento” un’intera brigata corazzata statunitense, spingendo il Pentagono a intensificare scambi e addestramento con Kiev.
Una prospettiva pacifista
Da un punto di vista pacifista la "Campagna dei 40 giorni" può essere considerata un triplice fallimento.
- Ha fallito il suo obiettivo dichiarato – porre fine al conflitto – dimostrando ancora una volta che la logica della pressione militare non produce aperture diplomatiche, ma solo una pericolosa escalation.
- Ha aggravato la situazione umanitaria, allargando il raggio degli attacchi e aumentando la sofferenza della popolazione civile, sia ucraina che russa.
- E ha prodotto un effetto "tafazziano", danneggiando proprio i suoi promotori europei e creando tensioni con gli Stati Uniti.
Chi non ha fallito è stato il complesso industriale militare occidentale che spinge perché la guerra duri tutto il tempo necessario per testare nuovi sistemi d'arma e per avere a disposizione uno stress test di lunga durata per migliorare l'efficacia delle forze armate della Nato. In questa strategia il complesso industriale militare occidentale trova in Putin uno splendido alleato in quanto il Cremlino è convinto di vincere e non ha alcuna intenzione di cedere a negoziati imposti obtorto collo.
L'avventurismo bellico ucraino e la risposta simmetrica russa non fanno che allontanare la prospettiva di un negoziato, trascinando il paese in una lunga guerra di logoramento.
L'offensiva dei 40 giorni si configura come un boomerang che ha colpito prima di tutto chi l'ha lanciata, dimostrando come la logica dell'escalation militare, lungi dal portare la pace, produca conseguenze inaspettate e dannose. La "Campagna dei 40 giorni" ne è la dolorosa e definitiva conferma. Ma si configura anche come il laboratorio per una nuova fase della guerra. Se fino a non molto tempo fa l'Occidente vedeva nelle forniture militari a Kiev l'occasione per liberare i magazzini dalla ferraglia di vecchie armi, ora la partita si fa più raffinata e cinica. Da parte russa la volontà di conquistare tutto il Donbass è considerata motivo d'onore e obiettivo dichiarato della guerra, da parte occidentale una guerra prolungata, anche se perdente, è comunque utile per migliorare la propria capacità militare. Alla fine della guerra tutti avranno vinto, in questa prospettiva militare. E tutti avranno perso dalla prospettiva opposta, quella che ci sta a cuore.
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