Derechos de autor, olè!
Sentenza complessa e quanto mai soggetta a libere interpretazioni da parte di entrambi gli schieramenti quella emessa il 29 gennaio scorso dalla Corte di Giustizia Europea che si è pronunciata sul caso spagnolo Promusicae – Telefonica. I fatti forse non sono noti e li riassumiamo brevemente: la Promusicae, associazione spagnola a tutela degli interessi degli autori ed editori di quella nazione, aveva intentato una azione giudiziaria nei confronti del provider Telefonica il quale si era opposto alla richiesta di fornire identità ed indirizzo fisico degli utenti accusati di scaricare contenuti protetti mediante il software KaZaA, al fine di tutelarne la privacy. La giustizia spagnola ha chiamato in causa l’Unione Europea che, con la sentenza ultima, avrebbe così chiuso la questione: “la comunità non impone agli Stati membri l'obbligo di comunicare i dati personali degli utenti dell'internet in caso di contenzioso civile. […] La comunicazione dei dati richiesti è autorizzata esclusivamente nell’ambito di un’indagine penale o per la tutela della pubblica sicurezza e della difesa nazionale.” Dunque, giustizia è fatta? I diritti individuali prevalgono sugli interessi economici? Apparentemente sembrerebbe di sì, ma a leggere tra le righe la sentenza, come ha fatto Punto Informatico, le cose non sono così cristalline. Non a caso, infatti, la Federazione Internazionale dell’Industria Fonografica, IFPI, ha accolto la sentenza rilasciando questa dichiarazione: “(…) conferma che gli stati membri possono continuare a richiedere che i dati degli utenti vengano rilevati nel corso di procedimenti civili. Sebbene la Corte statuisca che gli stati membri non siano tenuti a prevedere che i dati vengano rilevati in un processo civile, il giudizio li obbliga nondimeno a trovare un equilibrio tra il rispetto per la privacy e la protezione della proprietà privata (...) A nostro avviso, questo dovrebbe garantire ai detentori dei diritti la possibilità di ottenere le informazioni di cui hanno bisogno per far valere i propri diritti e ottenere soluzioni efficaci”. Perché mai l’IFPI interpreterebbe una sentenza a lei sfavorevole come un punto a suo favore? Perché in un altro passaggio la Corte di Giustizia Europea scrive: “Diverse direttive comunitarie sono dirette a far sì che gli Stati membri garantiscano, soprattutto nell'ambito della società dell'informazione, l'effettiva tutela della proprietà intellettuale e, in particolare, del diritto d'autore. Tuttavia, questa tutela non può pregiudicare gli obblighi relativi alla tutela dei dati personali. Peraltro, le direttive sulla tutela dei dati personali offrono agli Stati membri la possibilità di istituire deroghe all'obbligo di garantire la riservatezza dei dati sul traffico”. Punto Informatico così interpreta quelle due parole, “istituire deroghe”: “la Corte sta dicendo è che i singoli paesi membri possono in qualsiasi momento dotarsi di normative capaci di bilanciare il diritto alla privacy e quello alla protezione antipirateria e lo suggerisce affermando che queste eventuali normative non saranno un problema per l'ordinamento comunitario”. Insomma, in questo momento, almeno in alcuni Paesi comunitari come l’Italia, la Germania e la Spagna, le cose stanno così; ma non è detto che così debbano restare per sempre (come ad esempio sta accadendo in Francia con la nuova cosiddetta “Direttiva Sarkozy”), e soprattutto se qualcosa dovesse cambiare in favore degli interessi economico-commerciali che sottendono il copyright, beh… l’Unione Europea non avrebbe nulla da ridire in proposito. Non la pensa così Marco Pierani, Responsabile Relazioni Esterne Istituzionali di Altroconsumo, che in risposta all’articolo di Punto Informatico così scrive: “(…) è vero, la sentenza lascia spazio aperto ad una interpretazione in entrambe le direzioni e l'IFPI, ovviamente, ha colto subito la palla al balzo per cercare di occupare questo spazio con il proprio punto di vista. (…) A nostro avviso, la Corte di giustizia non ha affatto voluto incoraggiare gli Stati Membri a modificare le proprie normative per avvallare quella che viene ormai ribattezzata la Dottrina Sarkozy e che sarebbe deleteria per i consumatori ma anche per lo sviluppo del business online. Dunque, stante il tenore della sentenza, naturalmente ora la questione passa di nuovo ad ogni singolo Stato Membro. (…) Appare ormai evidente che il problema è un altro e cioè trovare finalmente un nuovo modello per distribuire legalmente i contenuti online, in modo che siano adeguatamente remunerati gli autori ma, allo stesso tempo, rispettati i diritti dei consumatori”. Luci ed ombre, dunque, visto che la Corte di Giustizia Europea non ha saputo (o non ha voluto?) mettere fine alla discussione con una sentenza chiara e, per quanto possibile, definitiva. Restano quindi ampi margini di incertezza, con una legislazione in materia, europea e dei singoli Stati comunitari, assolutamente inadeguata ai tempi e troppo soggetta a discrezionalità di parte.
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