A Bhopal la notte del 2 dicembre 1984 non è ancora finita
Ci troviamo in un’aula della Terza Università di Roma, facoltà di Economia. Amnesty International e Greenpeace, organizzazioni indipendenti attive nella tutela dei diritti umani e dell’ambiente, hanno organizzato un convegno a quasi venticinque anni dal più grave incidente industriale del secolo scorso, dopo una settimana di iniziative. L’invito degli economisti Introducendo il tema, due docenti della facoltà provano a segnare strade per riflettere su quanto si dirà. L’aula è piena soprattutto di giovani studenti. Nelle aziende - sottolineano i docenti – non esiste una figura di professionista che prenda in carico in modo trasversale materie come l’ambiente, la sostenibilità e la salute, in grado di operare analisi complesse e ricercare soluzioni in contesti in cui l’attività dell’impresa mette in pericolo quei beni. Questo vuoto di formazione non è facile da riempire, dato che nell’esperienza accademica docenti e ricercatori sono molto attenti a non farsi rimproverare straripamenti dai rispettivi settori disciplinari. E’ anche utile conoscere il paradigma di riferimento a cui viene collegato il valore sociale dell’impresa, e chiedersi quanto influenzi i comportamenti quando le attività vengono spostate in paesi nei quali i diritti ambientali o di proprietà sono più deboli. Bhopal

Dopo l’azzeramento dell’economia della zona, le gravi malattie croniche (da cui sono affette almeno 100.000 persone), la contaminazione dell’intera popolazione che si manifesta con disturbi insopportabili e la comparsa di anomalie genetiche, sono aumentate negli anni povertà e disperazione, aggravate dall’abbandono da parte del governo indiano e dall’umiliazione di non riuscire ad ottenere cure mediche adeguate, informazioni e un processo per i responsabili. L’impresa che nel 1999 ha rilevato la Union Carbide – Dow Chemical Company – minaccia anzi con richieste di danni la gente stremata che manifesta per chiedere la bonifica della zona, a segnare ancora l’orrore e il dolore di quella notte. Le emergenze di cui si sono occupati Greenpeace e Report La breve rassegna degli altri disastri ecologici e sociali oggetto delle campagne di Greenpeace riguarda imponenti operazioni di sfruttamento e inquinamento, come quello della Siberia da parte della Total, l’estrazione di petrolio dagli scisti bituminosi in Canada (che per ogni mezzo barile determina l’inquinamento di 15.000 litri d’acqua), il disboscamento di foreste in Amazzonia e in Africa e lo smantellamento e l’abbandono di relitti di navi. La situazione drammatica determinatasi nel delta del Niger viene descritta dal giornalista Giorgio Fornoni attraverso alcune sequenze della sua inchiesta, trasmessa il 6 giugno scorso dal programma Report; vi sono coinvolte le principali compagnie petrolifere, un governo incapace di provvedere ai suoi cittadini e gruppi di guerriglieri, mentre chi abita quella terra così preziosa, non avendo più nemmeno acqua potabile, deve pagare ai nostri prezzi di mercato il carburante necessario per trasportarla. L’impressione è quella di uno scenario senza controllo, impossibile da governare, e che i temi all’ordine del giorno nell’affrontare le questioni ambientali non occupino quasi mai una scala di priorità coerente rispetto alla gravità della compromissione della salute e dei diritti civili di grandi quantità di persone, non solo nei paesi in via di sviluppo. Difficile da eliminare dalla memoria l’immagine della mappa dei siti dove sarebbero stati immersi o “sparati” nei sedimenti dei fondali marini sommergibili e scorie nucleari, prima che a metà degli anni ‘90 intervenisse un accordo internazionale. Il resoconto di Greenpeace è per fortuna segnato anche da qualche buon risultato, sottolineato dall’invito a premiare con forme di consumo critico e consapevole le aziende che dimostrano attenzione all’ambiente e rispetto per i diritti umani. Grazie alle campagne di Greenpeace, Coca Cola e Geox non fanno più ricorso a frigoriferi molto inquinanti e a fornitori che disboscano le foreste in Amazzonia; anche i produttori di fazzoletti di carta e molte cartiere hanno incrementato il ricorso a materiali non provenienti dalla distruzione di foreste primarie, e i principali produttori di computer stanno cominciando a sostituire componenti che, alla rottura, liberavano sostanze pericolose. Emergenze ambientali e gravi rischi anche in Italia L’attenzione del pubblico non diminuisce quando si passa ai casi italiani, a partire dalle quantità fuori norma di fluoruri in una fabbrica di alluminio in Sardegna. E in effetti le immagini del cielo scuro e delle ciminiere di Taranto – città che ospita sei insediamenti industriali – danno i brividi, così come le altre diapositive presentate dall’ing. Biagio De Marzo (portavoce tarantino dell’associazione PeaceLink) che illustrano i grafici delle concentrazioni rilevate nell’aria di un idrocarburo policiclico aromatico cancerogeno, il benzo(a)pirene, con picchi verso l’alto che mostrano che in molti giorni, negli scorsi anni, sono stati superati i valori abitualmente riscontrati nelle maggiori città industrializzate del mondo, raggiungendo e qualche volta superando Taiwan. Una di quelle ciminiere ha anche depositato grandi quantità di diossina ad alcuni chilometri di distanza dalla città (il 90 per cento di quella industriale generata in Italia). Anche a Taranto sono state fatte scelte contro il territorio e la salute dei cittadini. E’ una valutazione difficile da contestare, dato che a pochi metri dall’abitato ci sono proprio i settori più nocivi dell’acciaieria Ilva (la più grande d’Europa, sorta come industria statale e privatizzata nel 1995), come i parchi primari (per lo stoccaggio di carboni e di minerali, in pratica immense colline di polveri alla mercé del vento) e le cokerie (impianti dove si raggiungono altissime temperature per il completamento del ciclo del carbone). Anche a Taranto sono mancati per anni controlli indipendenti, informazioni, sensibilità e interventi adeguati per poter verificare il nesso di causalità tra l’aumento di alcune patologie – innanzitutto polmonari e tumorali - e le fonti inquinanti, una situazione favorita dalle preoccupazioni di sempre per la situazione occupazionale a rischio nella regione. Solo l’impegno e le richieste serie e documentate delle associazioni la stanno cambiando. A sottolineare ancora il filo rosso che collega le vicende italiane a quelle di altri paesi è la relazione del dott. Raffaele Guariniello, Procuratore della Repubblica a Torino. In questa città sono in corso due importanti processi che vedono imputati in un caso dirigenti aziendali tedeschi (per la morte di sette operai in un incendio in una fabbrica Thyssen Krupp) e nell’altro svizzeri e belgi (per i danni derivati dall’esposizione all’amianto negli stabilimenti della società Eternit). In questo secondo processo le imputazioni di reato sono di omissione dolosa di cautele antinfortunistiche e “disastro doloso”: 2865 persone (lavoratori e loro familiari) morte per mesotelioma polmonare; ma il bilancio si aggraverà ancora, almeno fino al 2030. Anche in questo caso un documento agli atti del processo dimostra che la società raccomandava di nascondere le informazioni sulla pericolosità dei processi di lavorazione. Le conclusioni e le proposte di Guariniello e di Sarangi Alla fine del suo intervento il procuratore Guariniello fa constatare che è sempre difficile, a posteriori, recuperare i dati che servono per valutare il collegamento tra le patologie e i fattori inquinanti, e che quindi sarebbe utile creare un osservatorio sui tumori di origine ambientale. Riguardo al destino delle tante vittime di vere e proprie stragi e alla possibilità di ottenere giustizia, Sarangi dichiara apertamente di non essere ottimista; ci si accorge, infatti, che c’è un’unica novità: le imprese (la Daw Chemical Company, così come molte altre) hanno imparato a studiare il modo di rivolgersi ai loro interlocutori e ad assumere bravi professionisti della parola; preferiscono sostenere costi altissimi a questo scopo (così come per le consulenze legali) piuttosto che ridurre i rischi a cui sottopongono le popolazioni o pagare i risarcimenti. Senza mezzi termini, Sarangi considera criminali questi comportamenti e ritiene che i governi dovrebbero tenerne conto quando assumono le loro decisioni; ricordando numeri apocalittici (milioni di vittime nel mondo), non esita a chiamare assassini coloro che, in modo consapevole, scelgono di danneggiare le popolazioni dei paesi in cui delocalizzano le aziende. E’ molto difficile che i responsabili vengano processati e risarciscano i danni, quindi fino ad ora è mancato un qualsiasi deterrente. Nel caso della Union Carbide, solo dopo anni è stata avanzata una richiesta di estradizione nei confronti dell’amministratore delegato americano - peraltro negata - dopo una condanna penale tardiva da parte delle Corti indiane e una complessa serie di vicende procedurali; infine una transazione tra la società e il governo indiano ha comportato il risarcimento solo di una parte delle vittime, con somme risibili. Sarangi propone, quindi, di istituire una Corte internazionale indipendente che si occupi dei casi nei quali le imprese delocalizzano le aziende, soluzione che potrebbe far superare complessi problemi di giurisdizione e condizionamenti. All’uscita qualche scambio di commenti, qualche immagine più cruda che si riaffaccia e la percezione più profonda del solito che la mancanza di giustizia rende insopportabile il dolore.
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