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Risposta a Marco Revelli

Nazionalizzare l’Ilva è il solo modo per fermare la macchina assassina?

La nazionalizzazione è l'ultima pericolosa carta che sta giocando una sinistra priva di prospettiva e di conoscenza. Nazionalizzare l'ILVA non guarisce i tumori. Non ridà salute ma prolunga illusioni puramente ideologiche, prive di base scientifica.
17 novembre 2019

Ilva "Nazionalizzare l’Ilva è il solo modo per fermare la macchina assassina". Questo è il titolo con cui appare oggi sul Manifesto un articolo di Marco Revelli (vedere file allegato a questa pagina web).

E' un articolo molto bello all'inizio. Cita dati e si schiera dalla parte giusta, ossia dalla parte delle vittime dell'inquinamento.

Ma arriva a conclusioni prive di ogni cognizione tecnologica ed economica, auspicando una "nazionalizzazione" che non fermerebbe la "macchina assassina" ma che le consentirebbe anzi di proseguire nella produzione. Revelli non fa alcun riferimento alla valutazione preventiva del danno sanitario, senza la quale si consentirebbe la prosecuzione di una produzione pericolosa, anche se nazionalizzata. E il titolo è brutto: non esiste un solo modo e una sola soluzione nel problem solving.

Revelli vuole "nazionalizzare"? Ma dica chiaramente due cose:

1) quali impianti fermare subito prima di provocare altre vittime;

2) quale piano industriale consentirebbe - in queste condizioni di mercato - di produrre gli utili?

La "nazionalizzazione" avrebbe senso se producesse utili. Ma senza il raddoppio dell'attuale produzione non vi sono gli utili per un loro uso sociale. Il mercato oggi non consente questo. E' strutturalmente caratterizzato da un eccesso di capacità produttiva. E ILVA arriva al punto di pareggio costi/ricavi solo a 7 milioni di tonnellate/anno, un livello che impossibile da raggiungere oggi. 

Adesso Ilva produce perdite gigantesche perché è ferma a 4,7 milioni di tonnellate/anno. Non ha ordini sufficienti e il mercato è in fase di rallentamento e di stress per via dei dazi. E perché dovremmo usare i soldi dello Stato per ripianare le perdite di una "fabbrica assassina"? Tanto vale usare i soldi pubblici per la riconversione dei lavoratori. 
Mentre ripianare le perdite di una fabbrica "nazionalizzata" è vietato dalle regole del Trattato di Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE), riconvertire i lavoratori e l'economia verso progetti di sostenibilità non solo è consentito dall'Europa ma è anche finanziato dalla Commissione Europea.
In tutta questa storia della nazionalizzazione si agitano pulsioni autolesionistiche da cui la sinistra non si è emancipata. Si scambia l'industria pesante con un "bene comune" a cui poter destinare risorse pubbliche in virtù di un non bene chiarito interesse strategico.
Nazionalizzare l'industria pesante non risolve i problemi economici di una sovrapproduzione che non va alimentata ma anzi contenuta per ragioni ecologiche. Aumentare la produzione siderurgica significa sventrare la Foresta Amazzonica per le miniere di ferro, pompare l'industria dell'auto e il consumismo, aumentare ulteriormente l'ipertrofia delle grandi opere che richiedono acciaio. Significa incrementare i cambiamenti climatici invece di fermarli; ILVA con le sue centrali di gas AFO e COKE è la prima fonte in Italia di CO2, ma non vedo nessuna grande mobilitazione ecologista su questo, salvo poi andare tutti ai Fridays for Future e agli appuntamenti di Extinction Rebellion.
E poi - per tornare a Taranto - nazionalizzare l'ILVA non guarisce i tumori. Non ridà salute ma prolunga illusioni puramente ideologiche, prive di base scientifica. 
La nazionalizzazione è l'ultima pericolosa carta che sta giocando una sinistra priva di prospettiva e di conoscenza della realtà industriale, compiendo un grande regalo ai suoi storici avversari, che puntano sul soccorso statale nei momenti di crisi per poi privatizzare i profitti nei momenti migliori.
Caro Revelli, il tuo articolo è molto bello all'inizio, ma la proposta finale ci riporta al secolo scorso e non serve alla nostra causa. 

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