Otto anni di benzene in aumento a Taranto nel quartiere Tamburi
Otto anni di benzene in aumento. Dal gennaio 2016 al dicembre 2023. L’elaborazione più aggiornata resa nota sinora. E anche la più emblematica, a parere di Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink – che ha commissionato l’osservazione dei valori –, per evidenziare il fallimento "dell’ambientalizzazione" di Taranto.

Lo studio parte dall’analisi dei dati registrati nella centralina di Arpa più vicina allo stabilimento ex Ilva. Quella di via Orsini, affidata al data analyst Antonio Poggi. E il risultato, la retta di interpolazione statistica ottenuta con l’utilizzo del software Omniscope, è netto: una concentrazione del benzene nel quartiere Tamburi con andamento crescente nel periodo considerato. Come detto, dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2023. Un trend preoccupante. Che rimarca, a parere di Marescotti, il fallimento delle politiche sinora attuate per la gestione del siderurgico.
«Dall'evidenza del grafico – afferma il presidente di Peacelink - si ha la netta conferma dell'aumento del benzene nel quartiere Tamburi di Taranto negli ultimi 8 anni. È la conferma che la cosiddetta "ambientalizzazione" dell’Ilva è fallita». Come il tentativo di saltare a piè pari – e dissimulandone, anche linguisticamente, la portata – i danni legati all’inquinamento. «La parola ambientalizzazione – spiega - è un termine che abbiamo sempre contestato perché non esiste sul dizionario di italiano ed è stato creato appositamente per gestire linguisticamente il conflitto ambientale dell’Ilva. Hanno cambiato i nomi perché le parole si trasformano in pensieri. Le parole – continua Marescotti - cambiano la nostra percezione delle cose. E la parola ambientalizzazione serviva a sostituire la parola inquinamento. Oggi possiamo dire che la parola ambientalizzazione ha cercato di "camuffare" l’Ilva per renderla accettabile. Ma anche la parola ambientalizzazione si è usurata di fronte all'evidenza dei dati statistici ed è diventata sinonimo di fallimento. Di fronte a questo fallimento anche i sindacati dei lavoratori Ilva ora ammettono un aumento dell'inquinamento per carenze di manutenzione. La lunga marcia dell'ambientalizzazione si è conclusa con un bluff».
Bluff disvelato dal trend in aumento del benzene, cancerogeno associato alle leucemie. Che impone, a detta di Marescotti, una virata nella direzione di una "transizione giusta". Come? «PeaceLink – dice - si dichiara disponibile a collaborare con i sindacati per un confronto finalizzato alla riconversione del sito e per ogni altro approfondimento su questa complessa situazione. Da anni, PeaceLink aveva sollevato l'allarme sulla produzione in perdita e l'insostenibilità del gigantismo dello stabilimento Ilva, non solo dal punto di vista ambientale e sanitario ma anche economico».
La soluzione, per Marescotti, è nell’utilizzo dei finanziamenti europei del Just Transition Fund e si deve basare sugli obiettivi dell’Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile. Oltre alle disposizioni per le zone di crisi industriale. «Vi è una casistica europea di riconversione e salvataggio del lavoro in queste situazioni. Questi punti di riferimento – precisa - offrono la possibilità di riconvertire le aree inquinanti e di crisi in progetti diversificati e sostenibili, garantendo un futuro migliore per i lavoratori e la comunità».
L’appello è dunque a un fronte comune tra cittadini e lavoratori. Utilizzando gli strumenti introdotti dall’Unione Europea e dall’Onu. Perché, chiude Marescotti, «ora è il momento giusto perché ambientalisti, cittadini e lavoratori Ilva si guardino in faccia e dialoghino per scrivere un piano B condiviso, inclusivo e sostenibile».

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