ILVA, a Taranto il “bilanciamento” è finito
La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione che ha respinto i ricorsi di Ilva e AdI non è solo una vittoria giudiziaria: è la fine di un paradigma. A dirlo, da prospettive diverse ma convergenti, sono l’avvocato Maurizio Rizzo Striano, legale dei cittadini tarantini ricorrenti, e il costituzionalista Michele Carducci, docente di Diritto Costituzionale all’Università del Salento.
Rizzo Striano: “Il lavoro tutelato è quello salubre”
Il legale dei Genitori Tarantini ha affidato ai social la trascrizione del passaggio delle motivazioni che ritiene «degno della massima riflessione». I giudici scrivono che «diritto alla vita e alla salute (oltre che all’ambiente sano) e diritto al lavoro non possono essere contrapposti e non devono entrare in conflitto, poiché non sarebbe nemmeno meritevole di tutela un lavoro svolto in condizioni degradanti o pericolose: il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro, non già sottoposto a condizioni inaccettabili per salvaguardarne il mantenimento, che va tuttavia sostenuto e perseguito con appropriate politiche economico-sociali».
Il passaggio più incisivo è il seguente: «Ad essere contrapposto è invece il diritto allo svolgimento di attività imprenditoriale, che la stessa Carta fondamentale, come visto, perimetra in modo che non contrasti con l’utilità sociale, né rechi danno ai diritti preminenti alla salute e all’ambiente, oltre che alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana».
Da qui l’appello di Rizzo Striano, che è insieme richiesta di giustizia e invito all’unità: «Allora, vogliamo finalmente unirci contro i padroni e contro l’arroganza del potere? I responsabili dello scempio devono pagare e risarcire, allo stesso modo, cittadini e lavoratori. Questo dovrebbe essere l’unico argomento di chi ai vari tavoli farneticando soluzioni improponibili».
La sua non è una posizione isolata. La sentenza arriva al termine di una lotta durata anni, iniziata quando pochi cittadini – quelli che oggi la Cassazione riconosce come parti lese – decisero di non accettare più il ricatto “lavoro o salute”. Come ha commentato PeaceLink, che ha seguito fin dall’inizio il percorso legale, «i cittadini vincono» e ora occorre «costruire un’alleanza fra i cittadini e i lavoratori per rivendicare un nuovo lavoro: dignitoso, pulito e umano».
Carducci: “Chiusa la stagione dell’ipocrisia del bilanciamento”
Il costituzionalista Michele Carducci va alla radice teorica di quella che definisce una stagione definitivamente chiusa. «Con la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di cassazione – scrive – si chiude la stagione dell’ipocrisia del “bilanciamento costituzionale”, inaugurata dalla sentenza n. 85/2013 della Corte costituzionale, redatta dal giudice Gaetano Silvestri e cavalcata con cinismo da politica e imprenditori».
È un riferimento preciso, quello del docente. La sentenza 85/2013 della Consulta aveva sancito la legittimità costituzionale del decreto “salva-Ilva”, stabilendo che il diritto alla salute e quello al lavoro dovessero essere “bilanciati” e che, in nome dell’interesse nazionale, si potesse sacrificare la salubrità dell’ambiente a Taranto. Una decisione che aveva aperto la strada a un decennio di deroghe, proroghe e commissariamenti, durante il quale il “bilanciamento” è diventato la parola d’ordine per giustificare l’ingiustificabile.
Per Carducci, «salute e ambiente non possono essere sacrificati sull’altare della produzione economica fossile. Né la natura può essere ridotta a un “valore assiologico” astratto, da ponderare con il “valore” – pretesamente concreto – degli interessi economici, prescindendo dai limiti biofisici del sistema terrestre e dalle morti causate dalle emissioni fossili». È una critica radicale alla tecnica giuridica che per anni ha permesso di mettere sul piatto della bilancia, da un lato, la vita e la salute dei cittadini e, dall’altro, la produzione di acciaio. Un’operazione che, secondo il costituzionalista, ha ignorato volutamente i dati scientifici: le emissioni, le polveri sottili, i tumori, le morti.
Il docente riprende anche la definizione che dell’area ionica aveva dato l’ONU: «Taranto non è più la “zona di sacrificio”, come l’ha definita l’ONU, degli interessi “strategici” dell’economia». Il riferimento è ai rilievi internazionali che per anni hanno classificato Taranto tra i siti più inquinati d’Europa, con conseguenze sanitarie documentate. Una “zona di sacrificio”, per l’appunto: un luogo in cui il diritto alla salute poteva essere compresso in nome di un interesse superiore, quello della produzione nazionale.
La sentenza delle Sezioni Unite, secondo Carducci, spezza questo meccanismo. E lo fa con una formula che il costituzionalista riprende e rilancia con forza: «I bambini di Taranto sono “non bilanciabili”, anche quando si orpellano le sentenze – che ne legittimano “costituzionalmente” la morte – con l’aggettivo “ragionevole”». È una critica diretta a quella giurisprudenza che, con l’avverbio “ragionevole”, ha di fatto reso accettabile l’inaccettabile: la morte di bambini in nome dello sviluppo. Un ossimoro giuridico che ora, secondo il docente, non ha più diritto di cittadinanza.
La conclusione è netta: «Non c’è più spazio per le finzioni giuridiche e per quei giuristi, loro sacerdoti, che per oltre un decennio hanno avallato la riduzione delle condizioni di vita dei Tarantini a variabile della produzione economica».
Un nuovo paradigma
La riflessione del costituzionalista si salda con quella dell’avvocato Rizzo Striano e con il dispositivo della Cassazione. Se le Sezioni Unite scrivono che «non sarebbe nemmeno meritevole di tutela un lavoro svolto in condizioni degradanti o pericolose» e che il diritto d’impresa va perimetrato «in modo che non contrasti con l’utilità sociale, né rechi danno ai diritti preminenti alla salute e all’ambiente», Carducci ne trae la conseguenza teorica: il “bilanciamento” tra salute e produzione non è più un metodo legittimo.
Non si tratta più, dunque, di trovare un punto di equilibrio tra due diritti contrapposti. Si tratta di prendere atto che uno dei due – la produzione fossile che avvelena – non è un diritto meritevole di tutela. E che l’altro – la vita, la salute, l’ambiente sano – non è negoziabile.
Il quadro giuridico, da oggi, è inequivocabile. Per Taranto, per i suoi bambini, per i suoi lavoratori, è una rivoluzione copernicana. Dopo oltre un decennio di “ragionevolezze”, finalmente qualcuno lo scrive nero su bianco: non tutto è bilanciabile.
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