Il Green New Deal per l'ILVA prevede di allungare i tempi di messa a norma degli impianti

Quando la decarbonizzazione nasconde la fregatura

Sentirete parlare di un nuovo stabilimento siderurgico "green" per Taranto, con un nuovo piano ambientale ambizioso e all'avanguardia. Non vi fate abbindolare. Il vero scopo del nuovo piano è quello di dare altri due anni di tempo per la messa a norma degli impianti. Intanto la gente muore.

L'accordo che Commissari ILVA e ArcelorMittal si accingono a firmare prevede che venga riscritta l'AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). In meglio? In peggio? Ovviamente in peggio. L'attuale AIA infatti aveva scadenza nel 2023 mentre la nuova AIA avrà una scadenza posticipata al 2025.

Ma poiché una fregatura di questo tipo non si può scrivere in termini così crudi, ecco allora la parola magica: "green". Con la scusa di fare un'AIA "green" si concedono altri due anni di tempo. Due anni in più non perché riconoscono che sono in colpevole ritardo ma perché vogliono fare meglio. Vogliono la decarbonizzazione.

Va in scena una mediocre replica di "Aspettando Godot".

Ormai si potrebbe scrivere un libro su questa recita insicera di cui è prevedibile il copione.

Il copione è infatti sempre lo stesso.

Anche in passato hanno promesso miglioramenti, e intanto rimandavano, rimandavano, rimandavano.

Spuntavano le tecnologie "green" per migliorare l'AIA dell'ILVA. Il risultato è stato solo quello di allungare i tempi di realizzazione dell'AIA.

Si scrive "migliorare", si legge "rimandare".

E' come il lavoro di costruzione di una casa che non arriva mai a termine. Invece di dire "siamo inadempienti", la ditta ti dice che vuole fare delle "migliorie". E così si prende altro tempo. E così si ritarda la consegna.

Ma in questo caso ogni anno di ritardo è costellato da danni sanitari.

Sapete quando dovevano finire i lavori di messa a norma dell'ILVA? Nel 2015.

Poi sono stati spostati nel 2016, poi nel 2017. Poi nel 2023. E adesso si posticiperà, con un nuovo accordo "green", al 2025.

Ma tutto questo è stato fatto non dicendo: scusate, stiamo facendo un ritardo.

No, no. Per carità. Ogni ritardo è stato pudicamente giustificato con la promessa di migliorare l'AIA, annunciando un piano ambientale più ambizioso affidato a "esperti".

La Corte Costituzionale aveva ingoiato il rospo del primo decreto salva Ilva a condizione che il bilanciamento fra salute e lavoro sarebbe stato indolore, perché garantito da tempi veloci nell'esecuzione dei lavori di messa a norma.

Del tipo "tarantini trattenete il respiro per qualche mese".

Del tipo: mica moriranno delle persone se nel frattempo che fumano i vecchi camini, arriveranno i nuovi filtri supermoderni che prenderanno velocemente il posto dei vecchi.

E invece sapete cosa è successo? Hanno rinviato persino l'obiettivo di abbattere la diossina con i filtri più avanzati.

Il filtro antidiossina Meros (quello che hanno nell'acciaieria di Linz in Austria) sapete quando doveva essere installato? Nel 2016, entro l'8 marzo.

E invece è stato rimandato al 2021.

Ma con il nuovo piano è probabile che ci sarà una nuova proroga.

I ritardi sono tanto clamorosi che se li passano di mano in mano i governi, come una scomoda staffetta, senza che un governo dica al precedente: vergogna. Tanto lo fanno tutti il ritardo.

L'ILVA è diventata la staffetta della vergogna.

E così è successo che - di slittamento in slittamento - si si concederanno ben dieci anni di ritardo rispetto all'AIA originaria che doveva concludersi nel 2015. Dal 2015 al 2025.

E se qualcuno muore?

Sarà morto di vecchiaia, o di crepacuore.

"Ilva is a killer", manifestazione di studenti a Taranto

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