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E' possibile una strategia di attacco dei movimenti contro l'informazione e l'ideologia di guerra?

28 gennaio 2006
  1. La convocazione di questo forum ha una gestazione lunga. La riflessione è partita da un articolo di Giulietto Chiesa comparso sul Manifesto del 6 febbraio (quasi un anno fa) nel quale, pochi giorni dopo le elezioni irachene, segnalava il problema dello "tsunami mediatico", un'onda dalla quale non sembra esserci più riparo. Ma in quello stesso articolo Chiesa tirava però per le orecchie anche il movimento pacifista e la sinistra radicale che cadono nelle imboscate mediatiche dell'avversario. Ce n'era abbastanza per aprire una discussione seria, che fino ad oggi non c'è stata e se c'è stata è rimasta ancora limitata mentre richiede di diventare una vertenza generale.
  2. In questi mesi come Comitato per il ritiro dei militari italiani dall'Iraq, ci siamo posti il problema: come resistere allo tsunami mediatico, particolarmente violento sulla guerra ma efficace anche in altri campi?
    In secondo luogo ci siamo chiesti: cosa c'è all'origine dello tsunami mediatico?
    Ed infine: oltre a resistere è possibile pensare ad una offensiva contro l'informazione di guerra?
  3. Dobbiamo ammettere che spesso ci appiattiamo in una posizione consolatoria. L'informazione è manipolata per cui la società è condizionata dalla propaganda di guerra e le nostre posizioni restano isolate. Le nostre lacune sarebbero dunque dovute alla cattiva o scarsa o manipolata informazione. Ma questa posizione va cambiata e i fatti ci dicono cose importanti.
    1. Possiamo dire che all'origine dello tsunami c'è il posizionamento della politica.
      Sulla guerra - o meglio - l'aggressione all'Iraq, più o meno profondamente o strumentalmente, la politica ed i governi si sono divisi. Questo ha creato dei problemi obiettivi all'informazione. Al contrario quando nel caso della guerra in Jugoslavia la politica e i governi non si sono divisi, lo tsunami mediatico ha sommerso tutto e tutti legittimando la tesi della guerra umanitaria (sulle cui menzogne ci riferirà ampiamente Jurgen Elsaesser che abbiamo invitato proprio per questo).
    2. Possiamo dire anche che all'origine dello tsunami mediatico ci sono i monopoli dell'informazione. Un intreccio sempre più stretto tra finanza e mass media dal quale è sempre più difficile tenersi fuori non solo sul piano economico ma anche su quello della struttura produttiva. La flessibilità e la competizione globale hanno trasformato anche il giornalismo. Quello che ieri era un lavoratore intellettuale dotato di margini più o meno ampi di autonomia, oggi - soprattutto per i giovani giornalisti - siamo in presenza di una precarietà diffusa e di un lavoratore intellettuale di massa in posizione di totale subalternità verso editori e poteri forti.
      Così come per gli insegnanti o i ricercatori universitari anche i giovani giornalisti sono diventati come i lavoratori dei call center: una formazione media-alta e forti aspettative che si scontrano con una autonomia, salari e gratificazione ridotta ai minimi. In queste condizioni l'autonomia del giornalista sul piano dell'elaborazione, dell'inchiesta e della comunicazione convive e soffre condizioni di subalternità totali
    3. Tornando alla questione dell'informazione di guerra, dobbiamo discutere di quale bilancio facciamo del fatto che per la prima volta la maggioranza dell'opinione pubblica ha condiviso le nostre posizioni contro la guerra e poi per il ritiro dei militari dall'Iraq nonostante agisse uno tsunami mediatico a favore della guerra e del mantenimento delle truppe in Iraq? Se si è prodotta questa divaricazione tra orientamenti della società, politica e informazione di guerra, come e quanto abbiamo saputo sfruttare al meglio come movimento contro la guerra questa condizione positiva?
    4. Il filmato su Fallujah. Gli attivisti del movimento sapevano più o meno ampiamente cosa era accaduto a Fallujah eppure non c'è stato verso di farne un obiettivo mobilitante. Gli attivisti conoscevano anche il video trasmesso coraggiosamente da Rai News, lo avevano proiettato in giro per l'Italia ma senza ricavarne spinte forti alla mobilitazione. E' stato necessario che quel video - arricchito dalle conferme emerse nelle interviste ai militari americani- arrivasse in una televisione anche a circuito limitato come Rai News perché la verità negata su Fallujah diventasse di dominio pubblico. Tra l'altro si è messo in moto un processo interessantissimo (sul quale vorremmo chiedere lumi e valutazioni a Maurizio Torrealta) per cui migliaia di persone hanno visto quel video in assemblee e riunioni più che in televisione. Ma se la realtà per essere reale deve per forza transitare in televisione, come ci attrezziamo per rendere note le altre Fallujah a cui abbiamo assistito o a cui ci toccherà di assistere?
    5. Come dobbiamo attrezzarci di fronte al fatto che governi europei e USA sembrano concordare e non dividersi nell'escalation contro l'Iran e la Siria o nella chiave di lettura della nuova situazione palestinese? Si sta formando l'epicentro di un nuovo tsunami mediatico che cavalcherà l'escalation in Medio oriente non sottolineando mai che l'unica potenza nucleare del Medio Oriente è Israele (e il Pakistan di Musharraf), i quali sono anche due paesi che non hanno mai voluto firmare il Trattato di non proliferazione nucleare mentre l'Iran lo ha firmato ed ha accettato le ispezioni dell'AIEA? Oppure che la Siria era l'unico paese dell'area che non aveva alcun interesse alla destabilizzazione del Libano e all'omicidio di Rafik Hariri? La "neutralità" o la timidezza che Chiesa rimprovera al movimento pacifista è adeguata a fronteggiare lo tsunami mediatico che prepara e accompagna una nuova guerra?
    6. Infine. Nelle riunioni delle scorse settimane dell'arcipelago pacifista, come Comitato per il ritiro dei militari dall'Iraq abbiamo posto il problema del "convitato di pietra": il rischio di attentati nel nostro paese simili a quelli avvenuti in Spagna e in Gran Bretagna. Molti ci hanno guardato come matti o come iettatori. Eppure su questo dovremo discutere per non farci trovare impreparati.
      In Spagna il movimento è riuscito a trasformare una situazione drammatica in una vittoria politica. In Gran Bretagna il movimento non si è ancora ripreso dallo shock degli attentati di luglio (la prima assemblea c'è stata a dicembre). Nei mesi scorsi siamo intervenuti disturbando le manovre antiterrorismo nelle varie città (con particolare successo qui a Roma) segnalando che le eventuali responsabilità sarebbero comunque del governo che ha trascinato il paese in guerra, ma essendo onesti sappiamo che questo ci salva l'anima ma non ha prodotto risultati significativi. Possiamo discutere preventivamente una strategia di iniziativa politica, informativa e di massa su questa minaccia che indebolisca i sostenitori della guerra e non i movimenti che vi si oppongono?

Di questo e su questo abbiamo voluto organizzare un forum di confronto tra attivisti del movimento contro la guerra, giornalisti, autori di libri e testi approfonditi sulla guerra e l'informazione di guerra.

Vogliamo fare un vero forum nel quale emergano le esperienze ma anche le possibili proposte per mettere in rete tutto quello che abbiamo già a disposizione e preparare il terreno per una offensiva politica, mediatica, etica che si opponga allo tsunami mediatico.

Invitiamo tutti a seguire con attenzione e propositivamente le idee e le proposte che verranno presentate con una raccomandazione. Dobbiamo avere delle ambizioni ma non possiamo mettere sullo stesso piano quello che vorremmo avere a disposizione, quello che dovremmo avere a disposizione e quello che abbiamo a disposizione perché altrimenti ci resta in mano solo la frustrazione o ipotesi consolatorie che non aiutano i movimenti a fare un passo in avanti. Di fronte abbiamo delle scadenze importanti: l'11 febbraio c'è una assemblea nazionale del movimento no war, il 18 febbraio la manifestazione nazionale per la Palestina, il 4 marzo l'assemblea generale dei movimenti, il 18 marzo la manifestazione internazionale contro la guerra. Come Comitato contiamo di voler portare a questi appuntamenti dei contributi significativi.

Comitato per il ritiro dei militari italiani dall'Iraq; Radio Città Aperta

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