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Media invadenti, politica impotente

1 giugno 2006 - Franco Berardi
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Negli ultimi quindici anni l’Italia ha subito una forma avanzata di dominio postmoderno che va inquadrato entro la forma generale del Semiocapitalismo: la produzione di segni è il ciclo trainante della sua economia, ma anche il paradigma generale del suo funzionamento.

Quel che è accaduto in Italia a partire dal 27 marzo del 1994 non è un fenomeno di perversione o di arretratezza. Non si tratta di un provvisorio deficit di democrazia, ma di una mutazione profonda che investe il cervello collettivo e la produzione sociale. Si tratta di un esperimento (purtroppo riuscito) di costruzione di un nuovo modello di dominio che integra potere finanziario, mediatico e culturale per realizzare una forma di conformismo disattento. Il conformismo attento è quello che impone il rispetto di valori conformi e repressivi. Chiamerei disattento il tipo di conformismo che consegue alla pervasione mediatica della coscienza, e alla paralisi dell’attenzione cosciente.

L’attenzione è l’oggetto principale del potere postmoderno. L’intero sistema economico immateriale ruota intorno alla conquista dell’attenzione collettiva. Il sistema pubblicitario e televisivo è impegnato a mobilitare ogni istante dell’attenzione sociale, a sottometterlo alla sfera economica.

Il processo produttivo è sempre più definibile come sfruttamento intensivo dell’attenzione umana, come sostengono Davenport e Beck nel loro libro del 2001 The Attention Economy. Anche il processo di realizzazione delle merce comporta una mobilitazione dell’attenzione: il consumo immateriale è essenzialmente occupazione di tempo mentale. Il sistema nervoso collettivo viene aggredito, non solo l’opinione degli individui, e nel caso italiano il processo di sottomissione dell’attenzione sociale a una macchina di potere si è realizzato con una tale invadenza e pervasività da tradursi in una forma di cieco consenso politico.

La creazione di un complesso mediatico finanziario (Fininvest-Mediaset) ha potuto giungere alla conquista del potere politico e della macchina legislativa, grazie al monopolio del sistema televisivo e pubblicitario, il mixer nel quale si iniettano le sostanze neuroattive che modellano l’immaginazione, il desiderio, la percezione di sé.

Contrariamente a quel che pensano coloro che attribuiscono ai caimani la crisi morale e sociale di questo paese, non si tratta affatto di una temporanea perversione della democrazia, ma di una mutazione che il semiocapitalismo induce nell’organismo sensibile e cosciente della società. E questa mutazione non è un fenomeno solamente italiano. Certo l’Italia è il luogo ideale per l’affermazione di un modello di questo genere, se non altro perché questa è la patria della Controriforma e della commedia dell’arte, ma ciò non significa che il semiocapitalismo è una forma esclusivamente italiana. Il semiocapitalismo inserisce il suo codice semiotico entro ogni cultura del nostro tempo adeguandosi alle specificità locali.

Dal 27 marzo del 1994 noi viviamo nella sfera del dominio barocco di una corporation dell’imagineering (imagineering è la tecnica di costruzione dell’immaginario collettivo, l’ingegneria mediatica che modella gli scenari condivisi dalla società), e la novità di questa situazione sfugge alle categorie del pensiero politico. La politica italiana ha cercato di interagire goffamente con questa nuova realtà nell’illusione di poter contenere l’invadenza politica dei media con regolamentazioni cavillose del tutto inefficaci: lottizzazione del sistema televisivo pubblico, par condicio e simili tentativi di arginare l’inondazione mediatica con il secchiello della legge.

A poco serve d’altronde il richiamo alla Costituzione, che all’articolo 21 prevede il rispetto della libertà di espressione. Gli estensori della Costituzione non conoscevano e non potevano prevedere la formazione dell’Infosfera elettronica, della televisione e della rete telematica globale, e quando parlano di “libertà di espressione” pensano alla scrittura, alla stampa, pensano all’Infosfera rarefatta della produzione alfabetica.

Le Costituzioni moderne non hanno pensato l’Infosfera densa della comunicazione elettronica, non hanno pensato la simultaneità, la rete, la proliferazione degli agenti comunicativi, la comunicazione pervasiva. Perciò la politica ha finito per perdere la propria autonomia, mentre i media elettronici occupavano tutto lo spazio dell’attenzione sociale, e della formazione del consenso.

Perciò oggi la questione mediatica pone un problema costituzionale gigantesco che la politica dovrà affrontare se non vuole definitivamente scomparire. Il processo costituzionale d’altronde va considerato aperto non a livello italiano, ma a livello europeo.

Il disastro della democrazia italiana (forse irrimediabile) può spingere al rilancio della costruzione costituzionale europea, che il referendum franco-olandese del 2005 ha rimesso in gioco. La crisi politica italiana va letta in questo quadro, e suggerisce di conferire alla questione mediatica il peso di una questione di rifondazione costituzionale.

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