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La strategia del ricatto

23 settembre 2006 - Stefano Rodotà
Fonte: La Repubblica (http://www.repubblica.it)

Non vi è soltanto la rivelazione di comportamenti illegali nell´ordinanza dei giudici milanesi che indagano sul traffico di informazioni personali nato all´interno di Telecom. Vi è una radiografia lucida e impietosa degli usi del potere oggi in Italia. Questa vicenda colpisce, allarma. Ma possiamo dire che sorprende? O in esse ritroviamo anche tenacissime continuità con una infinita storia italiana? Ecco, allora, servizi segreti eternamente "deviati". Sorveglianza sui dipendenti, che ci riporta alla scoperta delle schedature Fiat, nel 1971. Schedature di personalità, che rievocano quelle del Sifar. Ma vi sono pure novità, inquietanti, che nascono dall´intreccio di vecchie e tenacissime abitudini con tecnologie potenti, che ne moltiplicano gli effetti.Ecco, allora, la nascita di banche dati illegali e parallele rispetto a quelle pubbliche e private. Il passaggio ad agevoli schedature di massa, dalle quali non è al riparo nessun cittadino. L´amplificarsi delle opportunità di uso delle tecnologie a fini di lotta politica, rivelato ad esempio dal cosiddetto "Laziogate". Proprio questa nuova realtà giustifica la domanda posta da Ezio Mauro e ripresa da Gustavo Zagrebelsky: può un sistema democratico sopravvivere a queste aggressioni? E qual è il destino di una politica sulla quale si allunga l´ombra del ricatto? Il nuovo scandalo rivela come in questi anni sia cresciuta la vulnerabilità sociale senza che siano stati finora prodotti adeguati anticorpi istituzionali, sociali, culturali. La realtà rivelata dall´ultima inchiesta ci dice che i sistemi democratici sono ormai seduti su una polveriera. Le grandi raccolte d´informazioni costituite per finalità diverse, dalla sicurezza agli accertamenti tributari, si rivelano una miniera a cielo aperto nella quale possono entrare con facilità bande spregiudicate, impadronirsi di quel che serve e compiere azioni che mettono a rischio libertà delle persone, correttezza dell´attività economica, genuinità e trasparenza degli stessi processi politici ed elettorali. Scopriamo così che le informazioni personali costituiscono un bene prezioso, e che la loro difesa intransigente non è solo nell´interesse del singolo interessato, ma dell´intera società. La parola "privacy" non allude soltanto ad un bisogno d´intimità, ma individua una dimensione della nostra libertà, particolarmente significativa in un tempo non a caso definito come «l´età dell´informazione». Ci accorgiamo di quanto siano politicamente e culturalmente arretrate e pericolose le posizioni di chi si libera con un moto di fastidio di questo problema: o dicendo «raccolgano pure informazioni sul mio conto, tanto non ho nulla da nascondere»; o, peggio, ritenendo che la tutela dei dati personali debba sempre cedere il passo ad altre esigenze. Così viene spianata la strada a chi coltiva l´illegalità per fini privati e per inquinare la democrazia. Le disattenzioni di questi anni sono state infinite, ed oggi possiamo misurarne gli effetti. Le poche inchieste giornalistiche sono state sottovalutate dal mondo politico, o addirittura accusate d´essere espressione della volontà di mettere Telecom in cattiva luce. Le richieste spregiudicate dei servizi erano state ignorate. Si era tacitamente accettato il mercato dei tabulati telefonici: circolavano tariffari precisi su quanto bisognava pagare per avere i dati di traffico di una persona, e casi clamorosi di cronaca avevano rivelato la facilità con la quale ci si riusciva a procurare addirittura i contenuti dei messaggi telefonici che alcuni si erano scambiati. Di fronte a questa realtà, attenzione bassissima dei gestori telefonici, sensibilità istituzionale zero. Quando queste vicende hanno cominciato a venire alla luce, un intervento del Garante per la privacy ha fatto emergere l´inadeguatezza delle misure di sicurezza di Telecom (per evitare equivoci, ricordo ai lettori che ho lasciato quella istituzione da più di un anno). È solo il segno di una negligenza, o l´ulteriore conferma della disattenzione complessiva che ha accompagnato la crescita esponenziale delle banche dati? L´inchiesta milanese ha rivelato a chi già non lo sapesse la facilità con la quale era possibile avere informazioni da banche dati delicatissime come quelle delle forze di polizia o dell´amministrazione tributaria, e attingere a piene mani nelle gigantesche raccolte d´informazioni esistenti presso le società telefoniche. Questo vuol dire che ci si è abbandonati ad una deriva tecnologica, sfruttando la crescente facilità nella raccolta e nella conservazione dei dati, senza prevedere garanzie adeguate. Questo è avvenuto soprattutto perché le misure di sicurezza sono costose, creando così una situazione di pericolosità sociale che può essere avvicinata a quella che si determina in materia di lavoro. Anche qui le misure di sicurezza costano, gli imprenditori spregiudicati le trascurano, l´effetto è quella paurosa serie di incidenti mortali che giustamente preoccupa il Presidente della Repubblica. Ora sappiamo che libertà individuali e collettive, e lo stesso mantenimento delle caratteristiche proprie del nostro sistema costituzionale (lo hanno sottolineato i giudici di Milano), sono messe in pericolo da un inadeguato sistema di sicurezza. I privati spesso si difendono sottolineando che lo Stato impone loro lunghissimi tempi di conservazione delle informazioni personali senza dar nulla per coprire i costi aggiuntivi per la sicurezza (la questione è stata discussa nell´Unione europea in occasione proprio di una direttiva sulla conservazione dei dati del traffico telefonico). Ma è evidente che non si può trascurare questo aspetto della questione, dopo che tutti hanno potuto sapere che è sufficiente corrompere, con costi minimi, un piccolo funzionario pubblico o un dipendente di società telefonica per impadronirsi di dati delicatissimi. Vi è dunque un problema grave ed urgente di risposta istituzionale. I giudici, come sempre quelli di Milano, hanno fatto la loro parte. Ma non basta. Quando si ebbe consapevolezza che vi erano schedature dei lavoratori, non ci si fermò alla dimensione giudiziaria. Si inserì nello Statuto dei lavoratori una norma che vietava ai datori di lavoro di raccogliere informazioni sulle opinioni politiche, sindacali e religiose dei dipendenti, con una prima, significativa manifestazione della tutela della privacy. E oggi? Risposte istituzionali adeguate non vengono mai a freddo, non possono essere il prodotto di accorgimenti tecnici o alchimie politiche. Quella norma dello Statuto dei lavoratori non sarebbe stata possibile senza la spinta ideale e politica venuta dall´autunno caldo. E Gustavo Zagrebelsky ha opportunamente ricordato che dall´attuale situazione non si esce senza una nuova consapevolezza civile della necessaria distinzione tra interessi pubblici e privati. Un bene, questo, che sembra perduto, e troppi episodi si incaricano quasi ogni giorno di ricordarcelo. E tuttavia alcune scadenze sono prossime, e si dovrebbe affrontarle consapevoli proprio dell´emergenza democratica rivelata dall´inchiesta. L´immediata reazione del Governo nella materia delle intercettazioni telefoniche può essere considerata un buon segnale: importante, certo, ma solo un primo passo verso quelle più comprensive regole e garanzie, oggi assai deboli, che sono indispensabili di fronte alla enorme crescita di banche dati dove è chiusa la vita di ciascuno di noi. Le società telefoniche hanno già nelle loro banche dati più di mille miliardi di informazioni che riguardano tutti quelli che usano il telefono fisso e mobile e che rivelano quali siano i nostri rapporti personali, sociali, economici. La scala dei problemi è cambiata. A rischio di schedatura illegale non sono soltanto figure pubbliche di particolare rilievo. E´ la libertà di ciascuno e di tutti che può essere violata da qualsiasi spregiudicato incursore nelle grandi raccolte di dati. In pericolo, dunque, non è un´idea lontana ed astratta di democrazia, collegata al funzionamento dei meccanismi istituzionali. È la democrazia fatta persona che dobbiamo considerare. Spero che si parta da qui e che, ad esempio, Governo e Parlamento se ne ricordino quando, presto, dovranno trasferire nel nostro ordinamento proprio la direttiva europea che prevede la conservazione di massa dei dati sul traffico telefonico, sugli sms, sulla posta elettronica. Sulla nostra vita privata e pubblica, dunque.

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