Repressione e televisione

In un'età dove le morali sono in crisi, dove le 'logiche' di tipo monetario, prevalgono sulle 'etiche', la televisione subentra come componente alienante. E l'essere umano, sempre meno essere, sempre meno umano.
16 novembre 2006

La logica televisiva dello share, dell’audience impone che la programmazione tv sottopassi, scarti, eviti, eluda il vaglio morale applicato a tutto ciò che è in procinto di essere sparato dal cannone elettronico dritto nelle nostre pupille. L’azione di intervenire da parte dell’Authority in certe circostanze in realtà è più un apparire, un fare scena, giusto per far credere che in effetti un confine etico ci sia e sia imposto a tutto ciò che guardiamo. In realtà è falso, nella misura in cui è difficile imporre dei limiti morali in un’epoca in cui la morale stessa è in crisi. La televisione è un esempio molto palese di questo malessere etico che imperversa nel nostro tempo, ma che colpisce soprattutto le nostre generazioni. E’ impossibile stabilire una causa scatenante, l’incipit primario che ha dato origine a questo stato di cose presenti. Il nostro è un mondo in continua espansione, su continui fronti, dal sociale all’economico, che con lo scorrere del tempo continua a divenire sempre più complesso e dove le maglie del relativismo si intrecciano con quelle delle false promesse, dei sogni ingloriosi, offerti dalla televisione. Tutto ciò è indubbiamente legato al nostro rapporto con la teknè, con la tecnologia e in modo particolare al concetto di “alienazione”:un’alienazione non intesa solo in senso marxista, legata dunque ad un estromissione della componente umana dal lavoro, ma anche mentale e, in modo particolare, spirituale. Qui ha senso parlare di spirituale, nel pieno significato del termine, perché “spirito” è strettamente connesso ad “anima” di animale. Questa nostra dimensione animale che è relegata nelle profondità remote dell’io, nell’inconscio, in cui si solidificano e si martoriano le barriere repressive che questa società impone, il prezzo da pagare per la nostra felicità. L’alienazione che si compie davanti ad uno schermo, e che non è più semplicemente assenza di lavoro dunque, bensì un’assenza di se stessi ed un bisogno di esternarsi, di “alienarsi” in un'altra figura, quella del proprio personaggio preferito, dell’eroe dei nostri sogni. Questo sacrificio, perché è un atto di rinuncia ad una parte dell’umano che ci contraddistingue, la ragione, non solo dal mio punto di vista indebolisce quest’ultima facoltà, ma colpisce i nostri agenti repressivi, mina le fondamenta stesse del nostro inconscio. L’intera società umana, come Freud ha descritto nel suo “Disagio della civiltà” e Marcuse in “Eros e civiltà”, si basa essenzialmente su una rinuncia essenziale da parte nostra: quella della felicità, quella offerta dai sensi. E questo non è un giudizio di tipo materialista, ma profondamente animale, profondamente umano. Il prezzo della rinuncia è pagato con un investimento: la cultura, la sicurezza, e il saper leggere tra le righe una forma di felicità che perlomeno sappia di qualcosa. L’avvento del denaro e della tecnica, ha ossidato il principio che governa il mondo civile, ovvero il principio di realtà, come principio di prestazione, dove denaro e lavoro giocano come componenti alienanti nella vita umana; il lavoro impedisce all’uomo di vivere le proprie felicità (al meglio per lo meno), il denaro commercia sentimenti, emozioni, passioni, ovvero ciò che rappresenta di più l’umano-animale, ma anche corpi in carne. La televisione rappresenta l’apice di incontro di questi due elementi ormai strutturali e strutturati nel nostro mondo. Ma è il denaro il vero nemico da combattere, in quanto anche il lavoro si è sottomesso ai suoi giochi irrisori nei confronti della vita. Il tramonto di una morale valida, di un’etica che spazi in ogni campo del sapere e dell’agire è anche frutto di una gestione errata di quel principio di prestazione atto solo a fornire, oggi come oggi, denaro e “fortuna” ai pochi eletti. La televisione è diventata uno strumento in mano a questi, con poteri per lo più economici e politici, sottomessi direttamente a delle logiche (non a morali, perché?) di mercato. La nostra dimensione inconscia viene continuamente alimentata dai raggi del tubo catodico, facendo crescere dentro di noi una potenza di tipo fondamentalmente animale che, o siamo in grado di reprimere e quindi esprimere sottoforma di arte, lavoro ma anche siti web, blog (per esempio eretti dai fan di una star), forum, oppure la lasciamo assopita, finchè improvvisamente si paventa come furia cieca, che noi etichettiamo come follia, come “pazzia disumana”, ma che alla base è essenzialmente umana, reazione ad uno stato intrapsichico ben preciso. E la cosa che oggi forse dovremmo renderci più conto è che la felicità, non è quella che viene incalzata da spot pubblicitari, telefilm, o quiz televisivi, che ci viene ipocritamente (perché chi fa televisione sa la verità) sbattuta in faccia con amori senza fine, o con scene di sesso violento, bensì trae origine nel mondo animale, prim’ancora che diventassimo uomini civili, quando i nostri sensi erano aperti al mondo e ricettivi. I passi successivi all’ingresso dell’uomo all’interno di una società civile sono stati frutto di una repressione, di una sublimazione, ovvero di una rinuncia di un bene per un altro. E' possibile quindi creare una sorta di civiltà in grado di permettere la liberazione sensuale(attenzione, non sessuale) senza che essa si trasformi in un Leviatano socialmente distruttivo?Ma ancora prima viene la risposta a quest'altra domanda: sarà stato davvero utile lo scambio, l'abbandono, l'uscita in toto (e quindi con un carattere maggiormente repressivo e sublimato del nostro inconscio) dallo stato di natura? A sentire la televisione pare di sì. C'è solo da chiedersi perchè.

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