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Le Avventure di Bush l'Illuminato

27 maggio 2004 - Carlos Fuentes - trad. Melektro
Fonte: Le Monde


"Aprile è il mese più crudele". Ecco ci siamo; 1 Maggio, poco più di un anno fa sul ponte di una portaerei attraccata vicino alla costa della California, George W. Bush, vestito come un aviatore dichiarava: "Missione Compiuta". Un anno dopo, è possibile rifarsi alla famosa apertura del 'Wasteland' di T.S. Eliot. Il mese di Aprile appena trascorso è stato il più crudele di una " selezionata presidenza" (per usare l'espressione di Susan Sontag) che deve la sua elezione più alla Corte Suprema che agli elettori.

Mentre era governatore del Texas, secondo Richard A. Clarke nel suo best-seller 'Against All Enemies ', Bush aveva dichiarato: "E' Dio che vuole che io sia Presidente". Guidato dall'Onnipotente dal più alto dei cieli, Bush ha recentemente confermato il suo Messianesimo asserendo di non obbedire a suo padre, l'ex presidente George H. W. Bush, ma a quello che sta più in alto: Dio in persona.

Poiché Dio non dispone di un canale attraverso cui rispondere verbalmente alle assurdità di Bush, lo fa attraverso i fatti. Un anno dopo aver proclamato la conclusione delle maggiori operazioni militari in Iraq - "Missione Compiuta" - Bush si trova a confronto con la brutale, nuda realtà della guerra che lui di propria iniziativa ha inutilmente scatenato. In Iraq regna il caos. Il governo di Bush non era preparato per la guerra che è seguita alla guerra: la pace violenta in un paese occupato e resistente.

Il Proconsole Nordamericano in Iraq, Paul Bremer, ha finito per aggravare gli errori iniziali. Ha allontanato 30.000 funzionari del regime di Saddam, per la maggior parte membri del partito ufficiale Baath. Così da quel momento in poi, fin quando non è stata sostituita, la burocrazia ha cessato di funzionare, con conseguenze caotiche per la amministrazione del paese.

Quello avveniva il 16 Maggio 2003. Poi il 22 Maggio del 2003, Bremer ha proceduto a sciogliere l'esercito Iracheno, persuaso che le forze "di coalizione" dominate dagli Stati Uniti avrebbero imposto l'ordine del dopoguerra che lui si aspettava. Risultato: mezzo milione di Iracheni disoccupati, armati e pronti a combattere, dovesse presentarsi l'occasione, come parte delle forze reclutate contro l'occupante.

Bremer ha commesso un altro errore colossale quando ha diviso il clero della maggioranza Sciita che si era opposto al regime Sunnita di Saddam Hussein.

Questa è l'immagine sommaria dell'Iraq del dopoguerra: una forza Nordamericana di occupazione che sta confrontandosi con una insurrezione tribale e religiosa. La guerra tecnologica dal cielo, l'asso di picche dell'offensiva lanciata da Bush, si è trasformata in quello che noi Messicani, Centro Americani, Vietnamiti, Algerini, Centro Europei e tutta la gente che ha sofferto il rigore ed il disonore di un'occupazione straniera conosciamo bene: il combattimento strada per strada, casa per casa che comporta perdite crescenti per l'invasore. Oggi, bande occupano interi vicinati di Bagdad.

Gli invasori hanno creduto di essere dei liberatori, ma la gente occupata non vuole "essere vista come alleata degli Stati Uniti", questo secondo il Ministro della Difesa Polacco. Questo avvantaggia il caos, poiché quegli Iracheni che non si uniscono ai guerriglieri pure non li combattono. In tali circostanze, il programma politico Nordamericano ha perso tutta la sua credibilità.

Un uomo senza alcun sostegno politico a livello locale, Ahmed Chalabi, una pura marionetta degli Stati Uniti, è stato richiamato indietro dall'esilio. Le forze reali sul territorio - Sciiti, Sunniti e Kurdi - non hanno messo da parte la convinzione che senza di loro non ci sarà nessun nuovo governo in Iraq. Impotente e spinto ai margini, anche Chalabi ha finito per rivoltarsi contro gli Stati Uniti. L'occupazione stessa è diventata indifendibile. Adesso gli Stati Uniti non possono fare nient'altro se non mangiarsi il cappello; in altre parole: ammettere che hanno commesso un errore.

Una arroganza senza freno, "hubris" in Greco, è costosa. "Prendetelo o lasciatelo", ha dichiarato Bush come ha lanciato la guerra contro l'Iraq. "Con noi o contro di noi. Non conta. Gli Stati Uniti possono e agiranno da soli". Mezzo secolo prima un altro imperialista rabbioso, John Foster Dulles, aveva detto: "Gli Stati Uniti non hanno amici. Hanno interessi". Oggi, la Consigliera Condoleezza Rice lo echeggia. A sentire lei dirlo, gli Stati Uniti si occupano dei propri interessi e non di quelli "di una illusoria comunità internazionale". Questo orgoglio trova espressione in atti che sono mortali per la "illusoria" comunità internazionale.

Le politiche che puntano alla deterrenza e al contenimento sono state abbandonate. Il principio barbarico dell'attacco preventivo è stato istituito. L'autorità competente (il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite) è stata trattata con disprezzo. Gli Stati Uniti hanno schioccato le dita al principio della guerra come ultima possibilità liberando i suoi cani Shakespeariani senza alcun tipo di autorità legale. Il requisito del giusto motivo è stato scansato a favore del petrolio e la 'largesse' contrattuale è stata fatta inondare sugli amici di Bush.

Un motivo dopo l'altro che aveva giustificato lo scatenarsi della guerra si è dissolto nel nulla. Saddam non aveva, non aveva avuto e non avrebbe mai avuto armi di distruzione di massa. Queste, come ha ammesso lo sconcertante Delegato del Segretario alla Difesa Paul Wolfowitz, sono state invocate per "motivi burocratici" allo scopo di cominciare la guerra. Una volta che quel pretesto è stato scoperto, ne è stato inventato un secondo: rovesciare l'infame Saddam Hussein, il mostro di Frankenstein degli Stati Uniti stessi. Tuttavia, perchè Saddam e non qualche altra dozzina dei tiranni grandi e piccoli che infestano il nostro mondo: Mugabe nello Zimbabwe, la giunta militare della Birmania, il despota Coreano Kim Jong-Il, il brutale Khadafi, esperto nell'arte di buttare giù aeroplani pieni di civili e oggi figlio prediletto di Washington come Saddam lo era ieri...?

È una guerra per il petrolio in cui gli appetiti strategici sono prevalsi su ogni altra considerazione. Senza sorpresa, Bechtel, la compagnia di George Schulz, ha ottenuto il primo contratto di ricostruzione in Iraq. Una guerra ingiusta ed inutile che ha condotto ad un dopoguerra lungo e costoso: quasi 800 Americani sono morti nella battaglia; dai 4.000 agli 11.000 civili Iracheni sono stati uccisi, tutto questo unito al mostruoso regime di umiliazione e tortura esercitata da cittadini degli Stati Uniti nelle prigioni che erano una volta le prigioni mortali di Saddam Hussein. Evocherò quindi le parole di Kurtz nel libro di Joseph Conrad 'Heart of Darkness': "L'orrore... l'orrore".

Come uscire da questo disastro? Se non mangiando il proprio cappello. Le disprezzate Nazioni Unite offrono una nuova via, incerta, ma unica. La politica estera della Francia, elaborata da Jacques Chirac e messa in movimento da Dominique de Villepin, ha proposto una via d'uscita politica che è legale e razionale. Gli Stati Uniti da soli non possono assicurare una transizione politica in Iraq. Questa operazione spetta alle Nazioni Unite e consiste nell'istituire un governo provvisorio tecnocratico che sostituisca il presente fantoccio rappresentato dal Consiglio Governante, convochi un'Assemblea Costituzionale e permetta che in essa le forze reali dell'Iraq, religiose e secolari, tribali e nazionaliste, si esprimano.

La Conferenza Nazionale Irachena proposta da Chirac è realistica. Non esclude i poteri occupanti. Tuttavia, richiede agli Stati Uniti un alto livello di quell' "umiltà" di cui G. W. Bush fece il suo slogan elettorale nel 2000. L'operazione non è facile. L'unità dell'Iraq è in gioco. Per conservarla, le Nazioni Unite come pure gli Stati Uniti devono ritornare al percorso tracciato dal diritto internazionale, oggi così manipolato, e riconoscere che mentre ci può essere unilateralismo militare, sul fronte legale ed economico invece non ci può essere salvezza senza multilateralismo.

Questo era il messaggio che con chiarezza vigorosa venne dato dall'ex Presidente del Messico, Ernesto Zedillo, a Harvard nel 2003. Questo era il messaggio dell'ex Presidente Brasiliano Fernando Henrique Cardoso all'Assemblea Nazionale Francese: il terrorismo può essere sgominato soltanto tramite una cooperazione globale che sia sensibile a quelle ferite che servono come al suo più importante mezzo di sviluppo. Questo era il messaggio di Dominique de Villepin, per quale "soltanto il rispetto per la legge dà forza alla legittimità e legittimità alla forza". Questo era il messaggio pronunciato da Harry Truman quando aveva fondato le Nazioni Unite a San Francisco: "Dobbiamo tutti riconoscere che quantunque grande è il nostro potere, noi dobbiamo rifiutare la libertà di fare qualunque cosa desideriamo". Questo era il messaggio di Bill Clinton nel 1999: "Abbandoniamo l'illusione che possiamo riservare per sempre a noi stessi quello che rifiutiamo agli altri".

E facendo riferimento alla saggezza al di fuori del tempo di Pascal - incapaci di rendere che cosa è giusto, forte; rendiamo qualunque cosa è forte, giusta.

Attaccando un tiranno che non aveva connessioni ad Al-Qaeda o a Bin Laden, Bush ha messo da parte rinviando la lotta contro i terroristi e dandogli così la possibilità di diventare più forti e di colpire in Marocco e in Spagna. Ha conquistato facilmente un Iraq indebolito, messo in ginocchio dalle sanzioni e dall'embargo che provengono dalla Guerra del Golfo. Inoltre, ha permesso che i fondamentalisti islamici guadagnassero forza proprio mentre li spingeva verso le moschee. Poiché i regimi autoritari sostenuti dagli Stati Uniti avevano monopolizzato il potere politico locale, i fondamentalisti hanno avuto ben pochi competitori.

Il paradosso più grande di tutti è che la vittoria Nordamericana ha trovato espressione in un indebolimento degli Stati Uniti sia dentro che fuori l'Iraq. Le sue alleanze più solide sono state spezzate, la sua politica è stata rifiutata da una grande maggioranza del mondo e dovrà pagare un conto economico enorme per le avventure di George W. Bush, l'Illuminato.

Le spese militari Nordamericane sono aumentate fino a 350 miliardi di dollari annuali, il 36% delle spese militari del mondo e più della somma dei budget delle seguenti nove nazioni che si trovano al top della lista dopo gli Stati Uniti. Ciò nonostante, tali somme sono insufficienti per sottomettere e governare un paese, l'Iraq, e tanto meno per aprire nuovi possibili e probabili fronti.

Chi sta pagando per la guerra? Una politica economica di classe, questo secondo l'economista Paul Krugman. Un Keynesianismo di destra che converte un'eccedenza di bilancio in un deficit attraverso l'aumento delle spese militari, la riduzione di imposta, il protezionismo e il salvataggio di aziende che stanno fallendo.

L'unilateralismo danneggia politicamente ed economicamente gli Stati Uniti. Danneggia il livello di vita poiché il paese è troppo dipendente dalla energia e dal capitale stranieri. Le richieste interne della società sono troppo grandi per permettere spese infinite per la dominazione militare.

Il candidato Democratico, John Kerry, si sta avvicinando a questi argomenti in maniera tardiva e solo molto lentamente. Al di là di tutto il senatore del Massachusetts rappresenta un'occasione importante per la diplomazia Nordamericana: fornire gli Stati Uniti della credibilità che le politiche sbagliate di Bush le hanno fatto perdere. Chi potrà ancora credere a Bush la prossima volta che griderà: "Al lupo!"
Note:

Traduzione di Melektro - djm@melektro.com a cura di Peacelink

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