L'Iraq nel quadro dell'amministrazione Bush

24 maggio 2004
Ivan Jutzi

Entrato in carica il 20 gennaio 2001, George W.Bush — 43° presidente degli Stati Uniti — tenterà di ottenere un secondo mandato alle elezioni che si svolgeranno il prossimo 7 novembre. Questo è dunque il momento più appropriato al fine di analizzare la strategia politica da lui adottata, propugnata ed imposta a livello internazionale ma, soprattutto, iracheno.

Genericamente, tre sono gli avvenimenti che — sino ad ora — hanno caratterizzato la presidenza Bush :

  • Gli attentati dell'11 settembre 2001
  • La guerra in Afghanistan (7 ottobre — 7 dicembre 2001)
  • La guerra in Iraq (20 marzo 2003 - …)

In merito, è opportuno chiedersi se vi è un legame di causalità che unisce l'offensiva terroristica sul suolo statunitense alle due campagne belliche in medio-oriente. Il sottoscritto ritiene che i due conflitti — ed in particolare il primo — si configurino quale veemente reazione ad un attacco eversivo, ma essi sono stati strumentalizzati affinché il governo americano potesse concretizzare un disegno teorizzato prima degli attentati a New York e Washington.

In quest'ottica, la guerra riveste una funzione militare, strategica ed economica o — se si preferisce — la proclamazione dell'esistenza del terroristico Male, che sostituisce nell'immaginario collettivo il decaduto nemico comunista, consente agli Stati Uniti di giustificare azioni di mero colonialismo tendenti ad appropriarsi o assicurarsi nuove risorse nonché a fiaccare preventivamente la resistenza di un presunto antagonista-oppositore : qual'è, in particolare, il nesso diretto che lega l'11 settembre a Saddam Hussein e come si può giustificare l'intervento armato in Iraq ?

Da un parte, ampliando il significato del sostantivo "male", non più rappresentato dall'individuo Bin Laden o dall'organizzazione di cui è il leader (al Qaeda), ma definito quale generico "asse del male" internazionale che trascende l'individuo o l'associazione sovversiva per assumere tinte astratte.

Dall'altra, annunziando al globo intero l'estrema pericolosità di un regime dittatoriale che possiede inesistenti armi di distruzione di massa. A tale proposito, è opportuno menzionare il seguente passaggio tratto dal discorso di Bush del 7 novembre 2001 alla Conferenza di Varsavia :

Al Qaeda operates in more than 60 nations, including some in Central and Eastern Europe. These terrorist groups seek to destabilize entire nations and regions. They are seeking chemical, biological and nuclear weapons. Given the means, our enemies would be a threat to every nation and, eventually, to civilization itself. So we're determined to fight this evil, and fight until we're rid of it. We will not wait for the authors of mass murder to gain the weapons of mass destruction.  We act now, because we must lift this dark threat from our age and save generations to come.

Al Quaeda opera in più di 60 nazioni, di cui alcune situate in nell'Europa centrale ed orientale. Questi gruppi terroristici cercano di destabilizzare intere nazioni e regioni. Stanno cercando armi chimiche, biologiche e nucleari. Ciò vuol dire che i nostri nemici potrebbero essere una minaccia per ogni nazione e, eventualmente, per la stessa civilizzazione. Così, siamo determinati a combattere questo male, e a lottare sino a quando ce ne saremo sbarazzati. Non aspetteremo che i responsabili di omici di massa acquisiscano le armi di distruzione di massa. Noi agiamo ora, perché dobbiamo spazzar via questa minaccia oscura dalla nostra epoca e salvare le generazioni future. (1)

I due elementi sopracitati permettono quindi di "legittimare" il massiccio invio in medio-oriente di forze invasive, la cui presenza s'inscrive però nel quadro di una strategia ad ampio raggio che va oltre la questione terroristica e che è stata concepita dalla Casa Bianca prima dell'11 settembre. In merito, si consideri il rapporto del National Energy Policy Development Group, redatto dal vice-presidente Richard Cheney e reso di pubblico dominio il 17 maggio 2001(2).

In materia di approvvigionamento di risorse petrolifere, il documento in questione parte dal presupposto che — nei vent'anni a seguire — il consumo statunitense "aumenterà del 33 per cento" (3). Tale massiccio incremento non può che ripercuotersi negativamente sulla dipendenza americana dalle importazioni di greggio estero, un problema percepito come "seria sfida a lungo termine" (4), poiché "senza un cambiamento di strategia, il fabbisogno nazionale [di petrolio proveniente da altri paesi] è destinato ad aumentare, passando dal 52% del 2000 al 64% del 2020"(5). Così, il NEPD Group raccomanda al presidente di considerare "la sicurezza delle importazioni di greggio come una priorità della politica commerciale ed estera" (6).

A tale proposito, due sono le linee di condotta più appropriate: da una parte, diversificare le fonti di rifornimento ed evitare la concentrazione di produzione petrolifera in una sola regione del mondo, ciò che costituirebbe "un potenziale fattore d'instabilità del mercato"7, soprattutto se si tratta di una zona precaria a livello socio-politico.

Dall'altra, accrescere le importazioni provenienti dalle nazioni del golfo persico, che detengono circa il 75% delle riserve energetiche mondiali. A titolo prettamente informativo, va ricordato che dal 1995 al 2000 Richard Cheney è stato presidente ed amministratore delegato della Halliburton, un'azienda petrolifera alla quale ha poi affidato una parte della ricostruzione degli oleodotti iracheni. In merito occorre precisare che — secondo un articolo del Washington Post del marzo 2004 — la compagnia texana ha stipulato contratti in Iraq per 1.7 mio. di dollari, senza contare quelli conclusi dalle sue varie aziende, ciò che le ha permesso di passare da un passivo di circa 498 mio. registrato nel primo trimestre 2003 ad un attivo di 26 mio. un anno dopo. Legittima si profila una domanda: perché i soldati americani — appena giunti sul suolo iracheno — hanno creato dei perimetri di sicurezza attorno ai pozzi petroliferi?

I fatti svoltisi l'11 settembre hanno dunque consentito alle autorità statunitensi di concretizzare una strategia a carattere auto-conservativo precedentemente teorizzata, volta a salvaguardare l'egemonia americana ed il suo ruolo di unica superpotenza mondiale che — dopo il crollo dell'ex. Unione Sovietica — detta legge col denaro e col fucile.

 

 


(1) Trad. e grassetto miei.

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(2) http://www.whitehouse.gov/energy/National-Energy-Policy.pdf

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(3) National Energy Policy Development Group, Washington DC, maggio 2001, p. 9. Trad. mia.

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(4) Ivi, p.27. Trad. mia.

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(5) Ivi, p. 130. Trad. mia.

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(6) Ivi, p. 132. Trad. mia.

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