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Africa

Il manifesto dei diritti dei migranti

Sempre più ai ferri corti con la Ue sulle migrazioniDa Rabat un no alla «fortezza Europa» Dal controvertice di organizzazioni e movimenti europei e africani la condanna delle politiche Ue di «esternalizzazione», che prevedono frontiere sbarrate e campi di internamento per migranti a sud del Maghreb
2 luglio 2006 - Cinzia Gubbini
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Il diritto alla «libera circolazione» rimane sovrano e intoccabile, ma mai come in questi due giorni a Rabat, Marocco, gli attivisti europei per i diritti dei migranti si sono trovati a fare i conti con concetti che generalmente vengono utilizzati con molta più passione in altri «settori»: neoliberismo, capitalismo, colonialismo. E' forse questo il risultato più interessante della «conferenza non governativa euroafricana sulle migrazioni, i diritti fondamentali e la libertà di circolazione» che si è chiusa ieri nella capitale marocchina. Associazioni, ong e singoli militanti, giunti dai principali paesi africani e europei, hanno lavorato gomito a gomito per due giorni.
Ne è uscito un manifesto che verrà inviato alla conferenza ministeriale euroafricana in programma il 10 luglio proprio a Rabat. Si tratta di un vertice capitale per le politiche migratorie che i governi metteranno in campo nei prossimi anni: l'obiettivo è sancire una volta per tutte la collaborazione tra nord e sud nella lotta all'immigrazione irregolare. Un progetto lungimirante, sponsorizzato principalmente da Spagna e Francia, che darà il via libera definitivo alla esternalizzazione delle frontiere della «fortezza Europa».
Le associazioni lo hanno capito, e l'annuncio della conferenza ha permesso la realizzazione di un obiettivo di cui si parla ormai da anni: mettere in relazione le società civili delle due sponde del Mediterraneo, visto che i governi se la intendono a meraviglia. Il «controvertice» ha subito assunto toni molto seri e quasi ufficiali, a partire dall'esclusivo club Yasmine in cui è stato ospitato, poco fuori Rabat, con ristorante, piscina, una splendida vista sul mare. Niente improvvisazione, poco «movimentismo» e una tabella di marcia curata sin nei minimi particolari, non fosse per l'assenza di traduttori che ha mandato in tilt qualche partecipante poco avvezzo al francese.
Il risultato è una «dichiarazione finale» che chiede di farla finita con la politica securitaria nei confronti dei flussi migratori e rivendica la regolarizzazione dei sans papiers. Ma non solo. Perché la presenza - non numerosa, ma rappresentativa - degli attivisti dei paesi dell'Africa, a partire dal Marocco, ha obbligato a tenere in considerazione il punto di vista di chi migra, piuttosto che quello di chi «accoglie».
Cosicché una prima stesura del manifesto da consegnare ai governi ha causato una piccola sollevazione da parte di diversi rappresentanti dei paesi africani. «Bisogna assolutamente mettere maggiormente in evidenza la responsabilità della politica europea nella causa delle migrazioni - ha detto per esempio Frèdric Bolele Bosenge, dell'associazione Asim, ivoriano residente in Marocco - bisogna scrivere con molta chiarezza che la causa delle migrazioni sta nella politica neoliberista, che uccide l'economia africana». L'economista marocchino Mehdi Lahlou ha sottolineato che oltre a chiedere ai governi di non siglare accordi di rimpatrio, è fondamentale chiedere «la revisione di tutti gli accordi commerciali tra Europa e Africa, tenendo conto degli interessi economici dei paesi africani».
Insomma, visto da sud, rimane fondamentale rivendicare il diritto a poter attraversare le frontiere e a scegliere liberamente il proprio progetto di vita, ma è altrettanto fondamentale richiamare l'Unione europea e i governi dell'Africa alle loro responsabilità politiche nei confronti del continuo impoverimento dei paesi africani. «Proprio in questo periodo l'Unione europea sta ricontrattando gli accordi di pesca con il nostro paese - spiega ad esempio Mamadou Diop dell'associazione senegalese Use - accordi che finora hanno distrutto la pesca artigianale senegalese, perché nonostante ci si metta d'accordo per rispettare certe regole, i pescherecci europei, tecnologicamente più evoluti, non lo fanno mai: usano le reti che catturano anche i pesci più piccoli, si spingono fino alla costa, dove non potrebbero pescare».
Risultato: i pescatori senegalesi si impoveriscono riempiono le barche dirette alle Canarie negli ultimi mesi. «E l'Unione europea che fa ? - continua Diop - appoggia il progetto Rava, che serve per rilanciare l'agricoltura senegalese. Ma i pescatori non sono contadini, non ne sanno niente di campi. E' una soluzione impraticabile, che però viene presentata come una risposta alla disoccupazione». Intanto, come «ringraziamento» per aver riaccettato diverse centinaia di emigrati sul suolo patrio, il presidente Wade ha intascato venti milioni di euro donati dalla Spagna, che certamente utilizzerà per la prossima campagna elettorale di fine anno. «Gli obiettivi del Piano Africa che verrà presentato alla conferenza interministeriale di Rabat sono molto chiari - spiega Lucile Daumas, una delle organizzatrici dell'incontro non governativo - imporre ai paesi africani di collaborare nella lotta contro l'immigrazione clandestina, permettere ai pescatori europei di pescare dove vogliono, posizionare la Spagna sul mercato petrolifero».
Come dire, sbandierando il fantasma dell'«invasione degli immigrati africani», i paesi europei mettono a posto i loro interessi. «L'immigrazione africana è solo il 2,5 per cento della migrazione in Europa - fa notare Victor Nzuzi della Repubblica democratica del Congo - la maggior parte dei migranti africani rimangono in Africa. Perché tanto allarme e tanta premura di collaborare con i paesi africani per fermare i flussi migratori? Il motivo è semplice: per continuare a influenzare le politiche dei nostri paesi. Si chiama neocolonialismo».
Aldilà delle analisi economiche sulle cause delle migrazioni - a cui gli attivisti europei sono poco affezionati - rimane, ovviamente, una critica feroce alla chiusura delle frontiere Schengen. Il grande imputato in questo momento, è la Francia e il concetto di « immigration choisie» sdoganato da Sarkozy, che rischia di infettare come un virus tutti i paesi europei. «Sarkozy ha avuto il coraggio di venire in Africa a promuovere la sua politica di esclusione, è stata una provocazione inaccettabile - tuona Hélène Yamta, dal Ciad - la legge francese, che vuole drenare le migliori risorse umane africane lasciando da parte i più poveri, perpetua la dominazione». Hèléne come molti altri partecipanti alla conferenza, intanto, l'esclusione la vive sulla sua pelle: abita in Marocco dove, dice «il razzismo è fortissimo e non esistono diritti per i migranti».
All'apertura della conferenza è stato dedicato un minuto di silenzio alla memoria di Lavia Macedo e Zikomba Kokodico, due congolesi richiedenti asilo in Marocco, i cui funerali si erano svolti soltanto due giorni prima: «Sono morti semplicemente perché erano malati e se sei nero gli ospedali pubblici non ti curano», spiega senza troppi giri di parole Abu Ben Sanogo, del Consiglio dei migranti subsahariani «qui in Marocco i richiedenti asilo sono meno di niente. Siamo giovani di talento, una risorsa per il nostro paese, eppure veniamo bloccati alle frontiere, muoriamo in mare. Può l'Europa rimanere indifferente?». Intanto gli stessi protagonisti della conferenza hanno delle chicche da raccontare su cosa significhi non avere la libertà di circolare. Momadou Bah, brillante studente universitario in Marocco e presidente dell'associazione degli studenti stranieri, non ha potuto partecipare al Forum sociale sulle migrazioni di Madrid che si è concluso sabato scorso. L'ambasciata spagnola gli ha rifiutato il visto.

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