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La sabbia nera di Masina

Il nostro furgone percorre una strada dissestata di dossi e buche. Le automobili producono ininterrottamente un fumo nero che entra nei polmoni, negli occhi, nel naso e a cui tuttavia ci abitueremo nei giorni seguenti. Automobili senza fari, senza frecce, senza finestrini, senza porte, senza sedili, raschiate, sverniciate, ammaccate, sfondate, tra le quali all’improvviso, come un evento, sfrecciano inaspettati un pick-up fiammante delle Nazioni Unite o, semplicemente, un’auto nuova.
9 ottobre 2005 - Fabiana D'Ascenzo

Neanche il tempo di capire chi e come è riuscito a riappropriarsi della mia valigia praticamente sequestrata e sepolta da pacchi e voci nell’ufficio di controllo dell’aeroporto internazionale di Kinshasa, né di osservare i visi che si accalcano sul furgone nel quale entriamo quasi fossimo una specie protetta e nel quale resteremo per ore e ore di strade, durante questa permanenza nella capitale della Repubblica Democratica del Congo. Neanche il tempo di chiedersi dove si va, quando si arriva. Non c’è tempo per i nostri pensieri di bianchi, per le nostre poverissime categorie logiche non c’è spazio qui che di spazio ce n’è tanto. Dall’aeroporto verso non si sa ancora dove, Kinshasa è un’enorme strada infinita ai cui bordi scorrono fiumi lenti di persone. Chilometri di persone a piedi e tanti bambini: che frantumano pietre, che puliscono scarpe, che vendono di tutto. Impossibile non notarli immediatamente, in questa popolazione giovanissima dove l’infanzia prevale biologicamente ma concettualmente non esiste più.
Il nostro furgone percorre una strada dissestata di dossi e buche. Al di là, verso destra e verso sinistra, immense distese di arbusti radi. Da lì spuntano le sagome di altre persone: da dove vengono? Isolati dai finestrini, osserviamo lo svolgersi della pellicola di un film e pochi di noi hanno qualcosa da dire. Le automobili, i nostri rottami importati, producono ininterrottamente un fumo nero che entra nei polmoni, negli occhi, nel naso e a cui tuttavia ci abitueremo nei giorni seguenti. Automobili senza fari, senza frecce, senza finestrini, senza porte, senza sedili, raschiate, sverniciate, ammaccate, sfondate, tra le quali all’improvviso, come un evento, sfrecciano inaspettati un pick-up fiammante delle Nazioni Unite o, semplicemente, un’auto nuova. Camion stracolmi di persone, pacchi, sacchi, insieme, quasi fossero un’unica merce; furgoni come il nostro già inzeppati di corpi e ancora qualcuno che salta su all’ultimo momento perché un po’ di spazio si trova sempre ed entrano tutti quelli che riescono a entrare. La gente strizzata ci osserva, ci grida qualcosa in lingala. Non capire, a volte, è meglio. Il traffico non rispetta alcun tipo di norma o quantomeno non quelle che noi consideriamo tali. Le corsie non sono segnate e ci si ritrova spesso in contromano. Eppure tutti fanno in modo che le cose funzionino alla meno peggio e i codici ci sono: basici, condivisi, funzionanti, sufficienti. Quasi tutto si comunica con il clacson o direttamente a voce, da un finestrino all’altro.

Kinshasa per strada (foto di Fabiana D'Ascenzo - 11/08/05)

Ovunque è un vendere. Questa città è un enorme mercato. Pane, buste d’acqua, sigarette, borchie d’auto, catadiottri, frutta, un paio di scarpe, una maglietta. Bastano due alberi e un filo per mettere su una bancarella. La strada è un susseguirsi di baracche colorate, tutte decorate a mano: sono negozi di telefonia, sartorie, agenzie immobiliari, piccole botteghe di generi alimentari. Poche cose fuori, poche cose dentro. Soprattutto, a sera, poca luce, insufficiente per identificare i prodotti. O meglio: insufficiente per noi.
Verso l’interno si sviluppano i quartieri, aree infinite strutturate su reticolati di vie che si intersecano. Strade di sabbia, faticose da camminare per i nostri passi abituati al piano; strade di occhi che ti fissano senza tregua e ti interrogano in silenzio. Si potrebbe andare avanti e ancora perdersi da una zona all’altra senza arrivare mai da nessuna parte che non sia ancora una periferia. Sono tutte periferie, senza inizio né fine, strade che s’intrecciano su strade, cubi di abitazioni, una dopo l’altra, una dietro l’altra. E ovunque gente ferma a vendere qualcosa o a parlare; gente che si sposta carica di sacchi, pacchi, figli; frotte di bambini che svolazzano intorno mentre il più grande getta gli occhi sul più piccolo, corre a riprenderselo all’improvviso, lo trascina via con sé.
Una di queste periferie sterminate e polverose è Masina. Si sviluppa nella zona orientale della città, appena a sud-est dell’area di Limeté. Uscendo dal centro, dalla Kinshasa dei vecchi palazzi del governo, della sede della Monuc, della banca centrale e dei pochi hotel, boulevard Lumumba, Piccolo mercato in periferia (foto di Fabiana D'Ascenzo - 16/08/05) la strada che conduce all’aeroporto internazionale della capitale, separa nettamente i due comuni di Masina, a nord, e di N’djili, a sud: è da quest’ultimo che l’aeroporto prende il nome. Masina è strutturata in quattro ampie sezioni denominate numericamente. A guardarla su carta, appare come un continuo intersecarsi di strade parallele, un reticolato fitto che fa pensare alle piante di certe città nordamericane. Niente del genere, evidentemente. Entriamo a Masina III vogando in una delle innumerevoli strade di sabbia. Da un lato giovani donne vendono arachidi, farina di manioca, qualche frutto, una o due piante di verdura; parlano tra loro, ci guardano, ridono, tornano a parlare senza più toglierci gli occhi di dosso. Dappertutto ancora bambini: spuntano con le piccole teste dagli angoli della strada, dalle mura, da dietro i profili degli adulti o dei fratellini maggiori, curiosi, a volte un po’ spaventati, sempre bellissimi.

Qui, su rue Mama Yemo, Abbé Jean-Pierre Makamba ha dato vita a una prima struttura di accoglienza per i bambini orfani che non si occupa solo dei ragazzi che riesce a ospitare – purtroppo pochi – ma cerca di rivolgersi anche ai tanti rimasti fuori da quelle mura. Bambini di Masina che ci guardano dal muro di cinta dell'orfanotrofio in rue Mama Yemo (foto di Fabiana D'Ascenzo - 19/08/05)

Rue Bumba interseca questa prima via, e a poche centinaia di passi dal primo centro ecco un’altra casa, tutta da ristrutturare, acquistata non appena ce n’è stata l’opportunità e che oggi ospita qualche operatore e due o tre adolescenti. Bumba è una strada di sabbia antracite nella quale le scarpe affondano e in cui si allargano, improvvisamente, latrine di acqua scura. Una di queste diventerà un punto di riferimento: avanti a sinistra e si arriva alla seconda struttura. Nella casa di Bumba non c’è luce, non c’è acqua, non ci sono ancora porte né finestre. Solo mura color grigio scuro, come la sabbia sotto i piedi, più battuta in certi punti, più compatta che per la strada. Non ha senso, né etico né logico, descrivere l’estrema povertà di questo luogo: nessuna descrizione potrebbe veicolarne la concretezza. Ha invece senso parlare del folle e coraggioso volo che Abbé Makamba e la sua gente hanno da tempo intrapreso, cominciando da niente e andando avanti irremovibili. Nei primi anni novanta la casa in rue Mama Yemo era stata appena acquistata. Abbé Makamba, da sempre impegnato nel sociale attraverso l’aiuto economico alle famiglie e il reinserimento al loro interno dei ragazzi orfani e di strada, coltiva il desiderio di poterla un giorno ristrutturare e accogliervi un primo nucleo di orfani. Non ne avrà il tempo: dall’oggi al domani più di venti bambini occuperanno la sua struttura completamente vuota e priva delle necessarie condizioni di abitabilità. Li ha portati lì un’operatrice sociale nell’impossibilità di sostenere tutti quelli che le venivano affidati. In macchina, sotto l’ombra di un enorme albero di mango, Abbé Makamba racconta e nella serenità delle sue parole si snoda una delle storie più belle che si possano ascoltare, con i buoni, i cattivi e con tanti bambini, ma che non è una favola: è la vita che ha scelto. Da quel giorno, ogni momento della sua esistenza è consacrato alla ricerca di nuove maniere per andare avanti, che nella sua prospettiva vuol dire cibo e scuola per tutti. Se a oggi quelle condizioni minime di vivibilità non sono state ancora raggiunte e le due strutture versano ancora in uno stato di degrado è perché le priorità, purtroppo, continuano a essere altre: mangiare, appunto, pagare i “debiti” contratti con le istituzioni scolastiche, iscrivere alla scuola primaria i nuovi arrivati e permettere ai più grandi di continuare gli studi.
Calare quella che potrebbe sembrare la solita retorica umanitaria nel suo contesto non è mai inutile. Per quanto la nostra opinione pubblica voglia ritenersi informata sul mondo, per quanto la nostra buona coscienza voglia tenerci in pugno e la nostra buona volontà ci costringa a un’informazione sana – sempre più difficile ma non impossibile – è di qualcosa di molto lontano da noi che si sta cercando di parlare. Questo fattore della distanza sembra fondamentale per non naturalizzare le storie, le situazioni, per non anestetizzare le parole, che già di per sé sono rappresentazione sbiadita di una realtà che non è la realtà di un giorno.
A Kinshasa quasi la metà della popolazione è costituita da bambini e adolescenti tra gli 0 e i 14 anni. La città pullula di orfani. I più fortunati vengono accolti da qualche parente, la maggior parte abbandonata a se stessa. Anche chi ha una famiglia, spesso, subisce la sorte della vita di strada: si tratta dei cosiddetti shegué, circa 30.000 nella sola capitale, ragazzi che vivono di elemosine, piccoli furti, lavoretti di fortuna. Sono nient’altro che i meravigliosi bambini che ti ronzano intorno, con pile di cartoni di uova lesse o elaborate impalcature di caramelle, cerotti, sigarette o quant’altro sulla testa; con boccette di smalti colorati in mano, ceste di arachidi sotto il braccio, magliette appese a un ramo. Una delle principali cause dell’abbandono dei minori è l’accusa di stregoneria: li chiamano ndoki e li considerano portatori di sventure quali malattie, fame, disoccupazione, sventure che vengono da ben più lontano, dall’alto del mondo, non dal basso. L’accusa di stregoneria è appena un retaggio tradizionale che oggi serve come escamotage socialmente condiviso per liberarsi dal peso di una prole in esubero alle cui esigenze non si riesce a sopperire. Il risultato è una città di bambini che non giocano ma vendono o rubano e al passaggio di un bianco, inevitabilmente, mendicano. Quale scuola per questi bambini? Nessuna, ovviamente, che non sia quella della balabala, la strada. Ma anche per gli altri, per quelli che riescono a studiare, che hanno alle spalle una famiglia o un centro che si occupano della loro formazione, il percorso è difficile. Nella Repubblica Democratica del Congo l’educazione non è gratuita: la legge impone alle famiglie degli studenti un contributo per lo studio che, di fatto, dà luogo a un sistema scolastico privatizzato. A ciò va aggiunta la carenza di insegnanti e l’insufficienza di materiale didattico che comportano scuole senza banchi, sedie o lavagne e aule sovraffollate da alunni di livelli differenti.
A Kinshasa est sono circa dodicimila i ragazzi in situazione difficile, a rischio o senza alcun sostegno. Nell’inverosimile contesto appena delineato, l’associazione di Abbé Jean-Pierre Makamba muove i suoi piccoli grandi passi cercando di penetrare dentro le maglie della società nel tentativo di contrastare le cause del problema oltre che di arginarne gli effetti. L’A.O.E.S. (Assistance aux orphelins et enfants sinistres) manda avanti i suoi orfanotrofi cercando, nel contempo, di tenere sotto controllo la situazione di circa duecento ragazzi orfani e di strada che non può ospitare nelle sue precarie e insufficienti strutture; si occupa della formazione dei babateli, educatori di strada il cui ruolo è quello di catalizzare l’attenzione dei bambini a rischio e di porsi come mediatori con le famiglie e le comunità, proponendo un’informazione mirata sia alla prevenzione dell’abbandono dei minori che alla loro accoglienza, in vista di un reinserimento che si configuri come alternativa alla permanenza fino all’età adulta in orfanotrofio. L’A.O.E.S. s’impegna anche a sostenere le famiglie d’accoglienza attraverso le offerte, nelle situazioni più urgenti, o con il sistema del microcredito nella maggior parte dei casi; controlla l’effettivo andamento dell’inserimento in famiglia dei bambini, il proseguimento degli studi e che i loro bisogni fondamentali vengano assolti.
La distanza diventa allora una lente fondamentale: non è tanto la distanza chilometrica – che purtroppo c’è – a separarci da questa gente, quanto una subdola distanza che fa sì che quelli che per noi sono dati, siano per loro fatti e che una reciproca presa d’atto al riguardo porta noi qui, generalmente, a pensare che non c’è rimedio e limitarci a questo e loro, semplicemente, ad agire, quotidianamente, necessariamente, perché in loco la rassegnazione equivarrebbe alla morte. Perciò Abbè Makamba manda tutti a scuola, alla faccia del sistema, e se non ha soldi garantisce come può, paga l’anno dopo sperando di riuscire a saldare il conto in tempo utile, affinché ognuno dei suoi bambini possa frequentare un nuovo anno scolastico. In una realtà dura come quella di Kinshasa portare avanti questi compiti è arduo ma non farlo vorrebbe dire arrendersi agli eventi e aspettare inerti il collasso sociale. I bambini di Masina invece sprizzano vita dagli occhi e il 12 settembre, ancora una volta, le porte della scuola si sono aperte anche per loro.

Abbé Stephan di scuola ne ha costruita una: in mezzo alla brousse, tra villaggi sperduti che le mappe non chiamano. Villaggio (foto di Fabiana D'Ascenzo - 15/08/05)

La sua scuola non ha aule né mura: è un’area rettangolare di terra battuta, delimitata agli angoli e al centro di ogni lato da pali alti e robusti che reggono un tetto di foglie di banano intrecciate. Banchi e sedie non sono necessari qui: necessaria è una struttura che convogli i bambini dei villaggi circostanti, alcuni lontani decine di chilometri, anche quaranta; necessario è un perimetro che li faccia sentire insieme, in un posto creato per loro; necessario è un tetto, che li ripari dalle piogge. La vediamo in un’indimenticabile giornata di agosto la sua scuola e, mentre lui parla, quello spazio vuoto si riempie di senso. A settembre poi, si riempirà di voci, di piccole vite che impareranno a scrivere e di fronte a tutto questo cosa sarà mai il senso che le nostre menti avranno creduto per un attimo di afferrare?
Per raggiungere il plateau des Bateke partiamo poco prima dell’alba. Bisogna tornare a Kinshasa in giornata e viaggiare preferibilmente di giorno per via dei posti di blocco disseminati lungo il percorso. Superiamo Menkao. Fino a Mutiene la strada è un susseguirsi di camion carichi di sacchi, persone, capre. Non l’una o l’altra cosa: tutte insieme. Molti si fermano ai bordi della strada, rimangono lì per ore, a volte giorni. Alcuni vanno a piedi aspettando un trasporto di fortuna. La maggior parte di questi braccianti lascia le proprie case per raggiungere i campi e poi, a raccolto avvenuto, cerca di arrivare alla capitale per venderlo. Il ritorno sarà lo stesso: affidato al caso, agli eventi, a un camion di passaggio. Entriamo nella provincia di Bandundu. Nella brousse (foto di Fabiana D'Ascenzo - 15/08/05) Attraversiamo sentieri di terra e di sabbia schiacciati da un cielo pesante di nuvole basse. Mbankana, Buantaba, Busira-Dimi. Qui un ambulatorio vale più di un policlinico e la piccola Santa Gemma più di una cattedrale. Al nostro passaggio la gente dei villaggi esce dalle abitazioni, ci sorride benevola e un po’ stupita. Piccole case di pali e fango, case di rondini, dalle quali arrivano le grida festose dei bambini – mindele, mindele! –. A lungo quello squillo rimarrà nelle orecchie – mindele, mindele! – tra gli arbusti, per le vie di Kinshasa, la sera, da chissà dove, ancora le loro vocine che annunciano il passaggio dei bianchi. Li vediamo scomparire in lontananza, dietro la nuvola di sabbia alzata dal pick-up lungo il sentiero della brousse. Sulla strada compare Kinta, un villaggio di soli bambini. Escono tutti, all’improvviso, in uno scoppio di polvere e di gioia. Corrono, inciampano, si rialzano, ridono. I più grandi stringono i più piccoli sul fianco o li tengono per mano. Sono tutti bambini. A quest’ora i genitori sono ancora lontani, al lavoro nei campi. Li vedremo al ritorno, verso l’imbrunire, fuori delle loro case: qualcuno raccoglie da un lato gli arbusti per il fuoco, una donna trasporta una tanica d’acqua sul capo, intorno qualche capra, qualche gallina, ma tutto, mentre passiamo, si ferma per un attimo. Poi di nuovo chilometri di brousse. Colori (foto di Fabiana D'Ascenzo - 15/08/05) Irrompiamo nel paesaggio come un dispetto: cosa ci facciamo tra i mille verdi differenti della vegetazione africana? Nel giallo caldo, nel nero bruciato che ricopre superfici sterminate, tra gli alberi secchi che si alzano come tizzoni spenti contro un cielo quasi viola noi siamo una stonatura di colore e di senso.
Nei villaggi gli anziani ci sono e sono belli da ammutolire anche un mondele; a Kinshasa, invece, la popolazione è così giovane da occultarne la presenza. Un giorno però, dietro un muro diroccato, uno dei tanti muri scuri di Rue Bumba, sotto un piccolo albero giovane, li vedo giocare a dama con i tappi della birra. Il giorno dopo sono di nuovo lì, concentrati sulle mosse, sereni e seri, dentro il loro angolo di paradiso tra le mura e la sabbia di un grigio-nero quasi uniforme, dove il verde brillante di poche foglie sulla testa e una manciata di tappi di bottiglia colorati risaltano come scintille.
Limeté, Selembao, Mont-Gafula: altri luoghi, altri centri di accoglienza, tenuti in vita ora da laici ora da religiosi. Qualcuno, negli anni, è riuscito a crescere e oggi può offrire condizioni discrete ai suoi giovani ospiti. Qualcun altro sopravvive a stento in uno stato di assoluta precarietà. In uno, in particolare, arriviamo e rimaniamo seduti e in silenzio per interminabili minuti. Decine di bambini, tutti piccolissimi, ci osservano senza un sorriso, senza un movimento, senza una parola. Il loro quotidiano fatto di niente è sottoscritto nei loro sguardi adulti e tristi di una tristezza sconosciuta. Rimaniamo così, a guardarci a vicenda.
Dopo la decolonizzazione Kinshasa è cresciuta in maniera esponenziale e, nell’ultimo ventennio, si è espansa smisuratamente. Solo l’area politico-amministrativa conserva un imprinting europeo, con strade disposte a raggiera che si dirigono verso il fiume per immettersi successivamente nella direttrice che lo costeggia. Est commerciale, ovest industriale, sud residenziale. Ma Kinshasa è tutta intorno, tutto il susseguirsi di aree nate una dopo l’altra, strutturate ortogonalmente in vie di sabbia che si intersecano e brulicano di gente. Confluiscono qui tutti coloro che decidono di lasciare i villaggi per i tanti diversi motivi che nascono poi dallo stesso. Finiscono nelle periferie, che si riempiono e si allargano innescando un meccanismo ingovernabile, un processo di crescita fuori controllo che mira solo a rispondere, quando ci riesce, ai bisogni immediati di chi arriva. Non si conosce l’esatto numero di abitanti a Kinshasa. Otto, dieci, dodici milioni? Non c’è ancora un censimento esaustivo, difficilissimo da realizzare, e ciò comporta un disagio di prim’ordine in materia elettorale. A tutt’oggi le attese elezioni, i cui continui rimandi hanno causato diffusi episodi di disordine nei mesi scorsi, non ci sono state.
Eppure quant’è bella Kinshasa! Nel suo caos è una regina. In certi pomeriggi il sole rimane alto, enorme, quasi rosso. Riempie tutto. Il furgone avanza e sembra quasi che galleggi verso l’orizzonte. Pensandoci bene – al sole, ai corsi d’acqua, al sottosuolo, alle foreste del Congo – c’è da impazzire, perché non si riesce a trovare un filo logico, un filo che spieghi la matassa dell’insensatezza del nostro mondo miope, del nostro benessere che fa male a tutti quanti, dell’umana stupidità che di tutti gli altri mali è sovrana.

Un sole altro (foto di Fabiana D'Ascenzo - 21/08/05)

L’aereo che si stacca da terra è uno strappo dentro. Non bisogna dimenticare niente: l’automobile piena di persone con un cadavere steso nel mezzo, diretta all’obitorio; il poliziotto sul retro di una vecchia jeep che regge la flebo a un malato; i piccoli orti circondati da spazzatura, irrigati con un bicchiere d’acqua; l’esercito per strada, armato di pale, a pulire i canali di scolo; le generose risate della gente, che possono durare minuti interi; i pulmini carichi di persone, con oblò artigianali ritagliati sulle fiancate dai quali si intravedono occhi, bocche, mani; i mercati, i mille mercati di grida che si aprono all’improvviso nella città come macchie colorate; i clacson e il fumo nero del pazzo traffico serale, dal quale sembra non esserci via d’uscita ma che lascia uscire sempre tutti. I bambini di Masina, Selembao, Limeté, Mont-Gafula, quelli dei villaggi del plateau des Bateke. I bambini di Kinta che corrono, il pick-up che si allontana, le vocine sempre più distanti, le sagome sempre più piccole, la polvere alta.

Note:

I.R.E.D. AFRICA onlus

Ired Africa (Innovazione e Rete per lo Sviluppo) è un’associazione che cerca di promuovere l’innovazione e lo sviluppo attraverso il teatro, la musica, la danza e altre forme artistiche.
Nasce in Congo nel 1992 dall’incontro di sei attori laureati all’Istituto nazionale d’arte di Kinshasa, che si servono della musica e del teatro per fare informazione e controinformazione dove i media non arrivano e, nel 1997, approda in Italia. Qui Jacques Kabongo, Pegas Ekamba e Romain Mambu Lau, con il patrocinio della Comunità europea, frequentano un corso di formazione per operatori interculturali e danno vita all’Ired Africa Italia, che dedica le sue attività e i suoi progetti ai bambini orfani e a quelli di strada di Kinshasa con l’obiettivo di accompagnarli attraverso un percorso di emancipazione che li porti fino alle soglie dell’inserimento nella società. Nell’agosto del 2005, nove volontari hanno effettuato un viaggio in Congo che li ha visti impegnati personalmente in visite e attività negli orfanotrofi delle periferie della capitale. Da questo viaggio muovono le iniziative che oggi Ired Africa Italia propone, nella speranza di sensibilizzare le persone ai problemi dell’infanzia e, più in generale, di una città che vive una situazione al limite della sostenibilità. Il suo impegno cardine, è quello di monitorare e sostenere i centri di accoglienza selezionati seguendoli nel difficile cammino verso uno sviluppo armonico e stabile.

Info:
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