l'opinione

Grandi manovre petrolifere per il bottino di guerra in Iraq

18 giugno 2006
Fabio Alberti (Un ponte per...)
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

La discussione sui tempi e i modi del ritiro delle truppe dall'Iraq rischia di riguardare più il posizionamento dei partiti sul mercato italiano della politica che la sostanza delle cose. Il movimento per la pace aveva chiesto un ritiro immediato, ma forse non ci si poteva attendere tanto sulla base dei risultati elettorali e del contesto internazionale. La sostanza è, però, che l'Italia si ritira. Ciò delegittimerà ulteriormente l'occupazione, costituisce un successo della mobilitazione popolare contro la guerra e, soprattutto, permetterà se lo si vuole, di cambiare politica. Il punto quindi è: quale nuova politica. È a questa che si deve guardare per giudicare il significato politico del ritiro delle truppe, più che ai tempi e ai modi. Molti possono essere gli aspetti a cui guardare, ma il primo è il petrolio. È questa una partita che si gioca a Baghdad nei prossimi mesi e condizionerà lo sviluppo del paese per decenni. Il nuovo ministro iracheno del petrolio Hussein Al-Shahristani ha dichiarato che intende redigere al più presto la nuova legge sullo sfruttamento petrolifero che: «garantirà alle compagnie internazionali eque condizioni». Usaid, l'agenzia statunitense per gli aiuti allo sviluppo, sta fornendo «consulenza» per la stesura del testo. È noto che le imprese multinazionali del petrolio, che hanno finanziato l'elezione di Bush alla Casa Bianca, premono per una sostanziale modifica della politica irachena sugli investimenti esteri nel settore petrolifero affinché si adottino contratti a lungo termine più vantaggiosi per loro, denominati «Production Sharing Agreement» (Psa). In breve, basti sapere che i Psa permettono alle imprese estere di iscrivere parte delle riserve petrolifere irachene nei propri bilanci, con grande beneficio delle quotazioni di borsa e di lucrare un maggior guadagno che può arrivare anche al raddoppio rispetto alla normativa precedente la guerra (per approfondimenti si veda il dossier «Truffa a mano armata» su www.osservatorioiraq.it). Contro questa ipotesi si sono pronunciati, i sindacati dei lavoratori del petrolio iracheni, che vedono nei Psa una svendita (o meglio rapina) delle ricchezze nazionali. Il cartello che le multinazionali del petrolio utilizzano in Iraq si chiama International Tax & Investment Center (Itic) ed ha tra i suoi fini statutari «consigliare ai governi politiche fiscali e economiche appropriate». L'Itic ha pubblicato nel novembre 2004 uno studio per sostenere che la adozione dei Psa «costituirebbe il miglior incentivo per spingere le imprese estere ad investire in Iraq». L'Eni è tra i membri fondatori dell'Itic, con Shell, Total, Halliburton, Chevron e Bp. Alla presentazione del documento al governo iracheno erano presenti due manager Eni: Roberto D'Amico e Ferdinando Cazzini. L'Eni, maggiore impresa petrolifera italiana, pubblica per il 32%, è dunque della partita. È noto che ha una prelazione per la concessione dei giacimenti di Nassiriya. Inoltre, proprio la settimana scorsa, l'amministratore delegato Paolo Scaroni ha dichiarato interesse per il petrolio del Kurdistan. È stato stimato che i maggiori profitti che l'Eni avrebbe da un contratto di Psa per il giacimento di Nassiriya potrebbero raggiungere i 6 miliardi di euro, che costituirebbero quindi un «dividendo di guerra», e che è una cifra enormemente superiore agli aiuti umanitari che l'Italia potrebbe inviare. Una diversa politica in questo settore dovrebbe vedere da parte italiana la rottura del cartello delle imprese petrolifere e la dichiarazione di disponibilità a trattative separate sulla base delle condizioni che l'Iraq proponeva prima della guerra. Se non si andasse in questa direzione si darebbe l'impressione che, nonostante il ritiro delle truppe, l'Italia intenda ugualmente lucrare sulle condizioni di miglior favore per le multinazionali del petrolio che si sono determinate a seguito della guerra. Una politica di «commercio equo» nel petrolio rafforzerebbe invece quanti in Iraq si battono per evitare la svendita delle ricchezze nazionali, contribuirebbe all'indipendenza e alla ricostruzione del paese in misura ben superiore agli aiuti umanitari di cui si parla in questi giorni. In un certo senso si tratta di recuperare, aggiornandola, la politica di Enrico Mattei. Se si ritirassero le truppe, anche immediatamente, e si facesse una politica di rapina economica davvero non sarebbe cambiato molto.

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