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Dopo l'eccidio di studenti

Una strategia nonviolenta nella Repubblica Democratica del Congo. Intervista a Chiara Castellani

Chiara Castellani racconta la protesta nonviolenta della popolazione di Kinshasa, la capitale. "Viene attuata la strategia della 'città morta': nessuno esce di casa per protesta".
2 febbraio 2005
Daniele Marescotti
Fonte: © Copyright Redattore Sociale - 31 gennaio 2004

ROMA – Chiara Castellani, dottoressa dell’Aifo impegnata in Congo, è arrivata in Italia per un ciclo di incontri che durerà fino agli inizi di marzo. L’abbiamo intervistata.

Come comunica con le persone che conosce in Italia?

“In Congo non vi sono postini e non c’è il telefono. Dal 2003 abbiamo attivato una comunicazione basata sull’email via onde radio. Praticamente abbiamo un computer alimentato con un gruppo elettrogeno in quanto a Kimbau non arriva l’elettricità. Da questo computer le email vengono inviate tramite onde radio a Kinshasa. Qui vengono trasformate in email normali che viaggiano su Internet e con questo sistema posso comunicare quasi ogni giorno con mio padre e con gli amici. Avremmo bisogno di un computer portatile e di un pannello solare per limitare il consumo di carburante del gruppo elettrogeno. Abbiamo lanciato sul nostro sito Internet un appello per vedere se qualcuno ci fa una donazione…”.

Informazione e povertà: cosa ci dice a questo proposito?

“Occorre un’informazione di base. Non si parla di episodi molto importanti sui quali, invece, regna il silenzio. Nel 1997 le stragi compiute da Kabila sono state completamente ignorate per assenza di informazione. Se avessimo avuto l’email allora forse avremmo potuto evitare una strage preannunciata come quella di Kenge, almeno trecento morti. Io ero lì ma non potevo comunicare con nessuno”.

E oggi?

“Dal 30 giugno 2004 vengono ritardate le elezioni nella Repubblica Democratica del Congo poiché, secondo il governo, formato da persone che si sono macchiate di crimini di guerra, non vi sono ancora le condizioni per indirle. Per questo motivo il 10 gennaio 2005 c’è stata una protesta da parte degli studenti. Sono intervenute le forze armate. Secondo l’informazione ufficiale sono stati uccisi quattro giovani. Ma in realtà è avvenuta una strage che non è stata mediatizzata. Io ho visto arrivare le forze armate che portavano dei corpi che secondo loro erano feriti ma secondo me erano morti. Ed erano più di quattro. Per giustificare questa strage hanno diffuso la voce che gli studenti erano violenti e avevano attaccato un supermarket. Ma sicuramente non sarebbe stata una giustificazione sufficiente per sparare sugli studenti e ammazzarli. Di tutto questo in Italia non si è detto niente”.

Come ha reagito la popolazione?

“Attuando la “ville morte” che vuol dire “città morta”. Immaginatevi Kinshasa: sei milioni di abitanti ufficiali, dieci milioni probabilmente tenendo conto di tutti gli slums periferici. Più del 90% della popolazione vive di espedienti, esce di casa al mattino e vive di piccolo commercio, coltivando le aiuole delle strade per riuscire a portare qualcosa a casa la sera. In questa città, già ai tempi di Mobutu, è stata attuata la strategia nonviolenta della “città morta”: nessuno esce di casa per protesta. L’ho vista attuata di nuovo. Riesci ad ottenere che tutta la popolazione non si muova di casa e questo significa che quel giorno non mangia. “Ville morte”: nessuno si muove nella totalità di ventiquattr’ore. E’ un modo nonviolento ma enormemente incisivo di esprimere al governo il proprio disgusto per quello che è avvenuto. Il 14, come forma di protesta generalizzata, mi hanno detto che c’è stata un’adesione totale contro l’uccisione degli studenti ma in Italia di questo non si è saputo niente”.

Note: Ringraziamo l'agenzia stampa Redattore Sociale (http://www.redattoresociale.it) per averci autorizzato a pubblicare questa intervista.

In questi giorni Chiara Castellani è in Italia. Per partecipare agli incontri con Chiara Castellani contattare l'AIFO: tel. 051 433402

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