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«Ormai gli israeliani ci guardano come fossimo spie. E a Ramallah ci hanno dato fuoco all’auto»

Walid al Omari, direttore di Al Jazeera a Gerusalemme
20 luglio 2006 - Francesca Marretta
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

Nell’ufficio in fondo al corridoio al terzo piano del numero 208 di Jaffa Street a Gerusalemme, il telefono squilla in continuazione. Le risposte in arabo, ebraico ed inglese sono sempre le stesse, «non abbiamo fatto niente, eravamo lì come tutti gli altri». A parlare è Walid Al Omari, direttore dell’emittente televisiva basata in Qatar Al Jazeera. Non dorme da un paio di giorni, ed oltre alla stanchezza dipinta sul volto pieno e baffuto, il sudore sulla camicia blu non sembra avere tempo di asciugarsi, nonostante l’aria condizionata nella stanza che Omary lascia in continuazione per andare alla finestra e registrare servizi.

Cosa avete mostrato di diverso rispetto alle altre stazioni televisive per essere arrestati?

Niente di diverso da quello che hanno mostrato gli altri. Abbiamo due troupe, una che si occupa delle storie delle persone e l’altra concentrata sul conflitto. Domenica il nostro corrispondente Elias Karam si trovava ad Acre ed aveva ha cominciato a parlare in video dal vivo dall’Hotel Hof Hattmarine. Mentre trasmetteva sono caduti dei razzi. Stesse immagini passate davanti alle telecamere di Ap e Channal 2, che tra l’altro erano nella zona del Monte Karmel, dunque più vicini all’area colpita dagli ordigni. Io seguivo il programma dallo studio. Mentre scorrevano le immagini lo speaker della radio israeliana Reshet Bet, Miki Gurdus, urla dal microfono che Al Jazeera sta mostrando ad Hezbollah dove colpire e che grazie a noi non hanno bisogno dei satelliti. Ho chiamato subito i nostri avvocati, contemporaneamente i membri del nostro staff sul campo sono stati raggiunti dalla polizia, che gli ha chiesto cosa facessero lì. Dato che erano in possesso di regolari tessere stampa, nonché di passaporto israeliano e di visibile attrezzatura, hanno risposto che gli arabi non raccolgono solo la spazzatura, ma fanno anche i giornalisti e che dunque stavano facendo semplicemente il loro lavoro. Sono stati fatti accomodare in un auto della polizia dove sono rimasti per un’ora. Dopodichè sono stati rilasciati, scusate c’è stato un errore gli hanno detto. E’ successo per tre volte.

E tu con quale accusa sei stato arrestato?

Io dopo il primo fermo di domenica al mio staff sono partito per la Galilea e mi sono messo a lavorare. Eravamo al villaggio di Kfar Yasif, colpito dai missili di Hezbollah. Si da il caso che lì abiti un mio amico, dal quale siamo andati a prendere un caffé. Mentre eravamo lì mi hanno chiamato dalla sede per una diretta sulla situazione nel nord di Israele. Quindi abbiamo chiesto al mio amico di andare sul tetto e da lì abbiamo fatto il servizio. Sulla strada del ritorno siamo stati affiancati da un’auto della polizia che mi ha comunicato che c’era un’indagine in corso su di me. Sono stato accusato di aver detto che Kfar Yasif si trova ed est di Acre. Ora dimmi se questa non è una stronzata! Kfar Yasif sta effettivamente ed est di Acre. Dunque stavo dando informazioni ad Hezbollah. Se questo è vero, allora i nostri corrispondenti in Libano quando mostrano le immagini danno le coordinate all’esercito israeliano.

In questo momento in Israele vige la censura militare sui media. Voi eravate nelle zone colpite come le altre emittenti, quello che è accaduto è un atto intimidatorio o è legato alle regole vigenti?

Guarda che quello che è successo ad Al Jazeera è solo l’inizio. Vedrai che accadrà anche con altri. Non era mai successo, ma credo che in questa fase Israele sia determinata ed ottenere il controllo sui media. Nel nostro caso sono riusciti ad impedirci di esercitare il nostro diritto a fare informazione. A parte Nazareth, dalle altre zone colpite da Hezbollah abbiamo dovuto ritirare lo staff. Come fai a lavorare se ti fermano in continuazione? Perdi solo tempo, noi siamo una televisione, abbiamo dei tempi ben precisi. Inoltre, la campagna denigratoria lanciata nei nostri confronti, assolutamente falsa dato che noi siamo sempre bilanciati nella presentazione dell’informazione, ci ha esposto al rischio di essere attaccati in strada. Lo leggevi negli occhi della gente. Anche in albergo abbiamo avuto questa sensazione, tipo che eravamo le spie. Non avevamo mai provato tanta ostilità nei nostri confronti. Eppure siamo andati a far vedere la sofferenza di chi è stato colpito dai missili di Hezbollah. La differenza tra i media israeliani e noi in questo momento è che, fin ché non siamo stati bloccati, avevamo tre troupe in Libano e tre in Israele, e mostravamo quello che succedeva da una parte e dall’altra. Dimmi un po’ se alla televisione israeliana scorrono le immagini di quello che stanno passando i civili in Libano. Parliamo di oltre 300 morti e migliaia di persone in fuga.

Questa situazione mira ad ottenere un giornalismo “embedded”, come è accaduto in Iraq?

Sì, stanno controllando i media. Modello Usa. Noi eravamo tenuti d’occhio anche prima, ma non eravamo mai arrivati a questi livelli.

Avete avuto problemi anche nel mondo arabo?

Certo, come sempre. Siamo stati accusati di fare da cassa di risonanza per la propaganda israeliana, dato che diamo sempre il microfono a politici e ministri israeliani. Per esempio domenica avevamo Shimon Peres, giovedì avevamo Avi Dichter (ministro degli interni di Israele ed ex capo dello Shin Bet). Un mese fa a Ramallah ci hanno incendiato due veicoli.

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