Processo Ilva

Come mai attorno all'ILVA si trovano anche i PCB oltre alla diossina?

Quell'esplosione notturna nell'ILVA di Taranto con la nebulizzazione del fluido cancerogeno

Il 16 agosto 1997, dentro lo stabilimento siderurgico di Taranto, esplodeva un trasformatore elettrico contenente olio a base di PCB (policlorobifenili), denominato “apirolio”. Gli operai l'inalarono i vapori cancerogeni. Questo è il racconto dettagliato che ne fanno i magistrati.
16 luglio 2021
Redazione PeaceLink
ILVA di notte Il 16 agosto 1997, alle ore 1,16 della notte, all'interno del reparto "produzione lamiere n.2" (d'ora in poi "PLA 2") dello stabilimento «I.L.V.A.» di Taranto, esplodeva un trasformatore elettrico con isolante in olio dielettrico a base di policlorobifenili (comunemente denominato “askarel” od “apirolio”). Il trasformatore, identificato con il n° matr. "T24", era situato, al pari di altri 28 apparecchi simili, all'interno dello scantinato del capannone adibito a sala motori del reparto.
L'esplosione determinava lo sversamento di un gran quantità di apirolio all'interno della sottostante vasca di cemento, la dispersione di tale liquido anche su altre parti del pavimento dello scantinato, nonché la diffusione dei vapori anche all'esterno del locale.
Non soltanto, infatti, Capuano Vincenzo, ovvero l'operaio precipitatosi nello scantinato al momento dello scoppio e costretto, a causa della precaria visibilità dovuta ai fumi dell'olio dispersosi, a dismettere il dispositivo autorespiratore di cui si era munito, ma anche altri tecnici ed operai accusavano malori conseguenti all'inalazione dei vapori, benchè
costoro al momento si trovassero in altri locali del reparto, separati dallo scantinato e distanti anche varie decine di metri dal trasformatore.
La causa dell'incidente veniva individuata verosimilmente in un corto circuito, successivo alla riattivazione degli impianti, resasi necessaria in conseguenza di un'interruzione dell'erogazione di energia elettrica da parte dell’E.N.E.L., protrattasi sino alle ore 15.00 del giorno precedente.
Quanto allo stato dei luoghi e delle strutture, i rilievi effettuati dal dr. Giua nei giorni seguenti all'accaduto e, successivamente, dai consulenti tecnici del P.M. permettevano di accertare che: allo scantinato sì accedeva attraverso tre scale metalliche a gradini, "con pedata piuttosto piccola e spigolo irregolarmente eroso"; l'illuminazione all'interno dello stesso era "insufficiente"; esso permetteva una dispersione aerea di fumi e vapori nocivi verso l'esterno e non era provvisto di un idoneo sistema artificiale di aerazione, con dispositivi di arresto e chiusura delle bocche di ventilazione e con filtri adeguati; mancavano cartelli od altri segnali che prescrivessero ai lavoratori il divieto assoluto, in caso di esplosione effettiva o sospetta di un trasformatore, di entrare nello scantinato privi dei necessari mezzi di protezione individuali; mancava qualsiasi dispositivo tecnologico di controllo visivo a distanza del locale di allocazione dei trasformatori, così che gli operai ed i tecnici addetti, in caso di disfunzioni, erano costretti necessariamente a portarsi nello scantinato per verificarne l'effettiva esistenza, la natura e quant'altro.
I dispositivi di protezione individuale (maschere, respiratori, guanti, tute, etc.) erano presenti; essi, tuttavia, non risultavano assegnati in dotazione personale ai singoli lavoratori, bensì riposti a loro disposizione nei magazzini del reparto ed in alcuni pulpiti dislocati nell'area interessata.
In ogni caso, essi erano istituiti in misura assolutamente insufficiente rispetto al numero degli addetti al reparto, che, in caso di esplosione, sarebbero risultati esposti al rischio di inalazione di esalazioni di apirolio.
Al riguardo, basti rilevare che, in occasione dell'incidente del 16 agosto, Palumbo Giuseppe, addetto alla sala motori del reparto, ha operato senza autorespiratore, perché quello posto a sua disposizione era stato già prelevato da altra persona; mentre Giacobelli Leonardo, che prestava il proprio servizio all'interno della sala computer, non ha potuto munirsi di alcun respiratore, perché nessun dispositivo di protezione di tal specie era ivi installato: eppure anche gli, come Palumbo, Capuano ed altri addetti al reparto, ha inalato vapori di apirolio, tanto da essere costretto a ricorrere alle cure dell'infermeria dello stabilimento.
* * *
Quello dell'agosto '97 non era il primo incidente riguardante un trasformatore ad apirolio avvenuto all'interno dello stabilimento "ITALSIDER", e poi "I.L.V.A.", di Taranto.
A partire dal 1982, infatti, per lo meno altri tre apparecchi di quel tipo erano esplosi (18.9.1982, 19.4.1992, 31.1.1996), altri tre avevano subito rotture (29.7.1982, 10.12.1995 e 9.2.1996) ed almeno in un altro paio di occasioni si erano verificati fenomeni di cortocircuito (30.11.1983 e 6.9.1996). Gli estremi essenziali dì ciascun episodio sono indicati
nella relazione depositata il 22.6.1998 nella segreteria del P.M. dal c.t. dr.ssa Spartera, acquisita all'udienza del 9.6.2003, e non sono stati contestati dalle avverse difese.
E' pure pacifico tra le parti, tuttavia, che, ancora nell'agosto del '97, operavano all'interno dello stabilimento oltre 900 trasformatori di tal specie, peraltro in larghissima parte costruiti oltre vent'anni addietro. Si trattava secondo un'affermazione della dr.ssa Spartera, anche questa non contestata, di una concentrazione di simili apparecchiature con pochi eguali in ambito europeo.
Tali circostanze, con la progressiva presa di coscienza dell’estrema lesività dei policlorobifenili (cc.dd. 'pcb") per la salute umana e per l'ambiente, avevano portato la "questione apirolio" all'attenzione dei vertici aziendali: lo ha riferito il sindacalista Calcante; lo dimostrano i documenti tecnici ed i ritagli di stampa da lui raccolti e prodotti dal P.M. all'udienza del 7.4.2003; lo ha confermato in dibattimento l'imputato Capogrosso, che ne ha parlato come di un problema "all'ordine del giorno" dell'azienda ed a lui ben noto; ha contribuito a dimostrarlo la documentazione a più riprese prodotta dalla difesa di costui (verbali di deliberazioni aziendali e di incontri con le rappresentanze sindacali e degli enti territoriali, relazioni di organi di controllo, etc.), allo scopo di provare l'accelerazione da quegli impressa al processo di progressivo smaltimento di quelle apparecchiature.
E' un dato anche questo incontroverso, infatti, che, dal dicembre del 1996, data in cui Capogrosso è divenuto direttore dello stabilimento, sono stati dismessi circa 700 trasformatori ad apirolio.
Per quel che riguarda, invece, le procedure di controllo sulle condizioni strutturali di codesti apparecchi, lo stesso Capogrosso ha precisato che, consapevolmente discostandosi dalle indicazioni ricevute dai competenti organi della A.S.L., che disponevano dì eseguire periodicamente analisi chimico-fisiche e controlli dell'apirolio in relazione a tredici parametri, l'azienda si limitava a controlli periodici di soltanto cinque di quegli indici (colore, aspetto, umidità, tensione di scarica, fattore di dissipazione), salvo estendere l'indagine agli altri significativi qualora le prime avessero offerto risultati non conformi ai valori normali. Tanto era stato deciso di fare - ha spiegato apertis verbis l'imputato in dibattimento - nella convinzione che neppure mediante il costante controllo di tutti i parametri individuati dalla A.S.L. sarebbe stato possibile prevenire con certezza esplosioni od altri simili accidenti, e che l'unico rimedio atto a prevenire quei rischi era la dismissione di quei trasformatori.
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TRIBUNALE DI TARANTO
GIUDICE MONOCRATICO
2° SEZ. PEN. SENTENZA
(artt. 544 e segg., 549 c.p.p.)
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Giudice dott DR. M. ROSATI alla pubblica udienza del 5/7/2004 ha pronunziato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente
SENTENZA
nei confronti di:
1) CAPOGROSSO LUIGI
2) DEL VECCHIO SALVATORE
3) LESTO ANTONIO
4) COLUCCI MICHELE
IMPUTATI
Dei reati di cui agli artt.
a) 437 c.p. perché nelle rispettiva qualità di Direttore di Stabilimento il Capogrosso, di responsabile della produzione del reparto PLA/2 il Del Vecchio, di responsabile della manutenzione per l'area laminazione il Lesto, di responsabile della manutenzione del reparto PLA/2 il Colucci, omettevano in tutto o in parte i controlli e le verifiche previste dal DPR 216/88 e dalla normativa CEI per il corretto esercizio delle apparecchiature contenti fluidi a base N. di PCB (policlorobifenili) ovvero violavano costantemente le norme in materia di sicurezza e di prevenzione infortuni sul lavoro di cui ai successivi capi nonostante le ripetute disposizioni e segnalazioni impartite dalla ASL di Taranto così determinando in una situazione di concreto pericolo per la salute dei lavoratori e della intera collettività e per l'ambiente in seguito allo scoppio di un trasformatore elettrico contenente fluido elettrico costituito da PCB sito all'interno del reparto PLA/2 dello Stabilimento ILVA dì Taranto.
b) del reato di cui agli artt. 267, 389 DPR 547/55 perché nelle rispettiva qualità sopra indicate non provvedevano al corretto esercizio ed alla dovuta manutenzione dei trasformatori elettrici ad apirolio presenti nello stabilimento ILVA di Taranto al fine di prevenire il pericolo di scoppio.
c) del reato di cui agli artt. 4, 58 DPR 303/56 perché nelle rispettive qualità sopra indicata non informavano adeguatamente il personale addetto al reparto PLA/2 in merito ai rischi cui erano esposti né fornivano loro i necessari mezzi di protezione;
d) del reato di cui agli artt. 43. co.4, 89 DPR 626/94 perché nelle rispettive qualità sopra indicate non provvedevano ad una adeguata manutenzione dei dispositivi di protezione individuale.
In Taranto fino al 16/8/1997
Con l'intervento del Pubblico Ministero dott. MAURIZIO CARBONE
del difensore dì fiducia avv. C. Mattesi per il 1° presente e acc. F. Mucciarelli assente; Avv. Albanese per 2°, 3° e 4° di fiducia assente sost. con delega dall'avv. F. Nevoli.
SI COSTITUISCE PARTE CIVILE
-
COMUNE DI TARANTO ASS. B. DECORATO
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LA UIL NELLA PERSONA DI FRANCO SORRENTINO ASSENTE ASS. DALL'AVV. S. TORSELLA DIFENSORI PRESENTI
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CARCARINO, MANZI. – Ai Ministri dell’ambiente, della sanità e del lavoro e della previdenza sociale. – Premesso:
che in questi giorni all’ex Italsider di Taranto, oggi ILVA, si è verificata una fuga di apirolio, ancorchè PCV, sostanza altamente tossica;
che l’utilizzo di questa sostanza, che ha un effetto disastroso sull’ecosistema e sull’organismo umano, e ci si riferisce ai lavoratori dell’ILVA di Taranto ed ai cittadini, è stato vietato già dal 1975;
gli interroganti chiedono di sapere quali iniziative i Ministri in indirizzo intendano assumere per risolvere questa vicenda ai limiti della sicurezza e della legalità.
(4-08219)
(28 ottobre 1997)


RISPOSTA. – In riferimento all’interrogazione dei senatori Carcarino e Manzi, relativa all’esplosione di un trasformatore elettrico contenente olio dielettrico a base di PCB verificatasi nello stabilimento siderurgico ILVA di Taranto, si informa quanto segue.
Il luogo in cui si è verificato lo scoppio di cui sopra è situato nello scantinato del capannone del reparto PLA/2, e vi si accede attraverso due scale a gradini.
Nello scantinato, costituito da un lungo e vasto locale, sono situate le apparecchiature elettriche che provvedono alla trasformazione di distribuzione della tensione elettrica ai motori dei cilindri di laminazione e dei rulli che trasportano i laminati, per la parte del reparto PLA/2 che viene alimentata dalla sala motori n. 1 (nel reparto vi sono due sale motori).
Nello scantinato sono presenti 29 trasformatori elettrici a media tensione, tutti concernenti olio isolante a base di PCB e tutti dotati sul pavimento di un cordolo di cemento per il contenimento delle eventuali fuoriuscite di olio.
Il trasformatore scoppiato, denominato «T24D», operava la trasformazione della corrente elettrica trifase da una tensione di 10.000 Volt (10 KV) a 480 V, per una potenza elettrica di 540 KVA, e conteneva circa 500 chilogrammi di olio a base di PCB.

Al momento dell’incidente nella sala motori n. 1 si trovavano in servizio due elettricisti di turno di notte.
Prima dell’incidente gli impianti nel reparto avevano subito una fermata a causa di una interruzione di linea da parte dell’ENEL, interruzione terminata alle ore 15 circa. Gli impianti non erano stati subito riavviati, perchè la procedura prevede in questi casi la progressiva rialimentazione di elettricità e man mano la verifica della funzionalità dei vari macchinari.
Alle ore 1,16 i due lavoratori udivano un forte boato e notavano una interruzione di corrente elettrica della durata di alcuni istanti ed il successivo abbassamento di tensione agli impianti. Mentre eseguivano delle operazioni per ripristinare l’alimentazione elettrica, gli stessi avvertivano un fortissimo odore di PCB e si rendevano conto dell’avvenuto scoppio.
Uno dei due indossava una maschera dotata di bombola di ossigeno e si recava nello scantinato, mentre l’altro restava nella sala motori. Arrivato allo scantinato, l’elettricista era costretto a togliersi la maschera a causa delle condizioni di scarsa visibilità. Giunto nella sala dei
trasformatori, verificava lo scoppio del trasformatore, che era lesionato e circondato da fumo, vi era un fortissimo odore di PCB e si notava l’avvenuta proiezione di olio tutt’intorno.
L’altro elettricista provvedeva, subito dopo, a estrarre l’interruttore a 10 Kv che alimenta il trasformatore che si trova al secondo piano del capannone; per tale operazione non utilizzava maschere di protezione, essendo quelle in dotazione già state prelevate da altro personale.
In seguito all’allarme intervenivano i Vigili del fuoco dello stabilimento ILVA, che provvedevano ad effettuare un primo intervento di emergenza spargendo del materiale assorbente inerte a terra, nelle vicinanze del trasformatore.
In relazione al non puntuale uso di mezzi personali di protezione delle vie respiratorie si consideri che le procedure operative di stabilimento contemplano l’uso di mezzi di sicurezza dopo un’esplosione di questo tipo, ma l’applicazione pratica di tali procedure si è mostrata difficile; infatti, gli addetti alla sala motori non hanno in dotazione mezzi personali di protezione delle vie respiratorie; essi sono presenti nel reparto o nel relativo magazzino e la loro disponibilità in emergenza si è dimostrata insufficiente.
Inoltre, sulle scale d’ingresso allo scantinato sono presenti cartelli riportanti le norme di un primo soccorso in caso di intossicazione da PCB, ma non vi è un avviso che segnali chiaramente l’assoluto divieto di scendere nello scantinato in caso di scoppio o sospetto scoppio di un
trasformatore senza i necessari mezzi di protezione.
Dalle informazioni assunte dal servizio di prevenzione e sicurezza degli ambienti di lavoro dell’azienda sanitaria locale TA/1 della regione Puglia si apprende che l’esplosione del trasformatore T24D ha provocato la dispersione di una parte dell’olio contenuto, a base di PCB,
nell’aria e sul pavimento dello scantinato e lo sversamento dell’olio rimanente nell’interno del cordolo inferiore di contenimento.

Le analisi di contaminazione superficiale, effettuate dall’Azienda sanitaria locale TA/1 presso l’ospedale Testa di Taranto, hanno messo in rilievo valori di contaminazione superficiali da PCB inferiori al valore di riferimento indicato dall’EPA per zone «ad accesso ristretto », esterne
alle cabine elettriche (100/ug100 cm2), mostrando che la frequenza dello scantinato in condizioni normali da parte dei lavoratori addetti ai controlli ed alle manutenzioni dei trasformatori non è tale da provocare apprezzabile dispersione del PCB all’esterno.
L’analisi della polvere di cemento sottostante la parte rimossa del pavimento ha però mostrato, in tutte le zone circostanti il cordolo, un notevole contenuto di PCB, superiore al valore limite indicato dall’EPA per la contaminazione del suolo (50 mg/kg) e tale da avvicinarsi e, in un caso, superare la concentrazione limite che definisce un rifiuto tossico-nocivo (500 mg/kg). La concentrazione di PCB si è rilevata particolarmente alta nella polvere di cemento nella zona sottostante il trasformatore, all’interno del cordolo di contenimento, a causa della penetrazione nel pavimento dell’olio fuoriuscito dal trasformatore in notevolissima quantità.
L’olio spruzzato intorno al trasformatore e sversato nel cordolo di contenimento ha mostrato una notevole penetrazione nel pavimento, tale da non arrivare – verosimilmente – ad inquinare il terreno o la falda (dato lo spessore del pavimento stesso, ma sicuramente tale da creare un
grave problema per la futura gestione del capannone, ad esempio in caso di dismissione.
Lo scoppio, inoltre, si è verificato immediatamente dopo il riattivo degli impianti del reparto PLA/2, che erano rimasti in fermata per alcune ore in seguito all’interruzione di erogazione elettrica dell’ENEL.
È ragionevole, quindi, collegare il guasto sia alle condizioni di non buon funzionamento del trasformatore T24D che aveva già presentato inconvenienti; sia alla fase di rialimentazione elettrica del trasformatore, che può aver messo maggiormente alla prova l’apparecchiatura.
Va tenuto altresì presente che il decreto del Presidente della Repubblica n. 216 del 24 maggio 1988 prevede, all’articolo 4, comma 2, l’utilizzo degli impianti contenenti oli a base di PCB in deroga al divieto d’uso di tali sostanze «sino all’eliminazione o fino al termine della loro durata operativa», purchè tali impianti siano sottoposti ai controlli previsti dalle norme tecniche CEI.
Inoltre, lo stabilimento sopracitato risulta essere soggetto agli obblighi dell’articolo 6 del decreto del Presidente della Repubblica n 175 del 1988 (obbligo di dichiarazione), la cui autorità competente in materia di industrie a rischio di incidente rilevante (decreto del Presidente della
Repubblica n. 175 del 1988 e successive integrazioni e modifiche) è la regione, la quale ha compiti di controllo, vigilanza ed esame dei rapporti di sicurezza allegati alle dichiarazioni.
Per quanto concerne i compiti di indirizzo e coordinamento di questo Ministero, in attuazione al già citato decreto del Presidente della Repubbica n. 175 del 1988, così come modificato dalla legge n. 137 del 19 maggio 1997, il Ministero dell’ambiente di concerto con i Ministeri dell’interno e del commercio e dell’artigianato ha predisposto un decreto in merito a «criteri e metodi per l’effettuazione delle ispezioni agli stabilimenti di cui al decreto del Presidente della Repubblica del 17 maggio 1988 n. 175 e successive modifiche».
Comunque sull’incidente accaduto in data 16 agosto 1997 è in corso un’inchiesta da parte della procura della Repubblica presso il tribunale di Taranto.
Il Sottosegretario di Stato per l’ambiente
CALZOLAIO
(10 febbraio 1998)

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MANZI, MARINO. – Al Ministro del lavoro e della previdenza sociale. – Premesso:
che all’ILVA di Taranto da un po’ di tempo in qua fioccano gli incidenti; il 18 agosto 1997 è scoppiato un trasformatore contenente circa due quintali di apirolio, una sostanza simile alla diossina; quattro operai sono rimasti intossicati, di cui due in modo più grave, ma all’ILVA nessuno parla, il silenzio è d’obbligo, guai a parlarne con i sindacati o con la stampa, nessuno deve sapere: non una parola sul fatto che l’apirolio del trasformatore si è riversato per decine di metri contaminando l’area;
che le condizioni di lavoro all’acciaieria sono diventate insostenibili;solo una settimana prima era crollato un nastro trasportatore di decine di tonnellate;
che da quando il gruppo Riva è entrato all’ILVA i ritmi, la flessibilità e le condizioni di lavoro sono peggiorate; la prevenzione non si fa più; si aspetta ogni giorno che succeda qualche cosa; questo è quanto dicono i lavoratori dell’ILVA, si chiede di sapere se non si ritenga di verificare come stanno le cose e se sia il caso di intervenire con decisione per far rispettare le leggi, sia quelle sulla sicurezza che quelle sui diritti dei lavoratori.
È inammissibile che si imponga ai dipendenti il silenzio sugli incidenti con un contorno di ricatti e minacce, soprattutto per i lavoratori assunti con contratti a termine, per poter continuare a non rispettare le leggi.
(3-01248)


BETTONI BRANDANI, sottosegretario di Stato per la sanità.

Anche in questo caso il Ministero della sanità, nel silenzio delle autorità sanitarie della regione Puglia – che, pure, sarebbero titolari delle prevalenti attribuzioni di vigilanza in materia – risponde facendo affidamento sugli elementi di valutazione della direzione provinciale del lavoro di Taranto, pervenutigli attraverso il Commissariato del Governo.
Dagli accertamenti compiuti a cura di un ispettore di quella direzione provinciale è emerso che il giorno 16 agosto 1997 nello stabilimento della società ILVA spa di Taranto è andato in avaria un trasformatore elettrico contenente fluido dielettrico a base di policlorobifenile, comunemente chiamato apirolo oppure askarel, che si trovava installato nello scantinato adibito a sala motori n. 1 del reparto Treno lamiere n. 2, nel quale avviene la produzione di lamiere di acciaio partendo dalle bramme. Lo scoppio del trasformatore ha determinato la dispersione ambientale della miscela oleosa contenente il policlorobifenile sia nell’aria sia sul pavimento dello scantinato, con logico sversamento della quantità più consistente entro l’area delimitata dal cordolo in cemento armato realizzato al di sotto dello stesso trasformatore.
A causa di ciò, tre lavoratori subito dopo l’evento ed altri due dopo qualche ora hanno dovuto rivolgersi alle cure mediche dell’infermeria dello stabilimento per palesi sintomi di intossicazione legata all’inalazione di vapori di apirolo, ma risultano tutti rapidamente dimessi dopo aver
subito la visita medica di controllo, con spontanea ripresa dell’attività lavorativa, tanto che per nessuno di essi è stata presentata denuncia di infortunio sul lavoro.

Frattanto, comunque, poco dopo lo scoppio del trasformatore erano intervenuti sul luogo i vigili del fuoco di stabilimento e, a qualche ora di distanza, operatori e tecnici di un’impresa specializzata in operazioni di decontaminazione ambientale da policlorobifenile. Nello stesso giorno è intervenuto anche un funzionario dell’azienda sanitaria locale Taranto 1, che ha poi seguito, nei giorni successivi, tutte le operazioni di decontaminazione.
Alcuni giorni dopo l’incidente, poi, è intervenuta anche la magistratura, che, avviando l’inchiesta giudiziaria, ha disposto il sequestro cautelare della sala motori n. 1 dello stabilimento, ivi comprese anche le altre macchine in esercizio, affidandole in custodia giudiziale ad un tecnico dello stabilimento.
Sebbene fin dal 18 settembre 1997 il trasformatore elettrico danneggiato sia stato sostituito dalla direzione dello stabilimento con altro di uguali caratteristiche tecniche, fino alla data cui risale la memoria della direzione provinciale del lavoro pervenuta al Ministero (fine ottobre 1997) l’impianto non era stato ancora dissequestrato.
È essenziale rilevare come nello stabilimento ILVA laminati piani spa di Taranto operi, ai fini della vigilanza sulla sicurezza dei lavoratori e della salvaguardia ambientale, anche in attuazione del decreto legislativo n. 626 del 1994, un apposito servizio di prevenzione e protezione, composto ora da 35 tecnici specializzati, suddivisi in base allo specifico settore di intervento (sicurezza, igiene del lavoro, ecologia). Costoro operano nelle varie aree produttive con funzioni di controllo e di assistenza, sia in modo autonomo sia a seguito di specifiche esigenze di volta in volta segnalate dal personale di stabilimento, per far sì che le attività produttive vi si possano svolgere in condizioni di sicurezza e di idoneità ambientale.
Questo, ad esempio, spiega perchè tale servizio partecipi attivamente anche alla predisposizione di piani di formazione e di addestramento del personale. Per le sue caratteristiche tecnico-operative esso, quindi, è in grado di offrire valido supporto alle amministrazioni preposte ai compiti di controllo e vigilanza, quali azienda sanitaria locale, ISPESL e direzione provinciale del lavoro, in primo luogo nei sopralluoghi ispettivi eseguiti nei diversi luoghi di lavoro dello stabilimento e poi nel periodico espletamento delle ricorrenti verifiche di legge ad apparecchi di sollevamento, apparecchi a pressione, impianti di terra e contro le scariche atmosferiche e simili.

Nel coso del 1997 il servizio ispettivo della direzione provinciale del lavoro di Taranto ha effettuato con proprio personale tecnico presso gli impianti dello stabilimento siderurgico, su espressa delega dell’autorità giudiziaria inquirente, 10 sopralluoghi diretti all’accertamento delle
cause e delle circostanze in cui vi si sono verificati infortuni sul lavoro e particolari malattie professionali, non mancando ovviamente di riferire alla magistratura su ogni caso di riscontrata violazione delle prescrizioni sulla prevenzione degli infortuni e sull’igiene del lavoro.
Sebbene, come già detto, non siano a tutt’oggi pervenute comunicazioni della regione Puglia per gli aspetti d’interesse di quelle autorità sanitarie, dalla stessa direzione provinciale del lavoro si è potuto apprendere che nel corso del 1997 la competente azienda sanitaria locale di Taranto ha effettuato 36 sopralluoghi ispettivi nei diversi luoghi di lavoro dello stabilimento, seguiti – almeno secondo quanto attestato dalla direzione della società – dell’ottemperanza alle prescrizioni impartite.
Infine, nello stabilimento ILVA spa risulta da tempo nominato il responsabile del Servizio di prevenzione, in attuazione dello stesso decreto legislativo n. 626 del 1994 e – a cura delle organizzazioni sindacali – vi sono stati designati 9 rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Essi, insieme ai delegati della direzione dell’impresa, hanno tenuto la prevista riunione annuale il 29 aprile 1997, alla quale hanno partecipato anche il direttore dello stabilimento, il medico competente ed il responsabile del servizio di prevenzione e protezione. Vi sono stati trattati
temi della massima attualità, quali i dispositivi di protezione individuali, la formazione e l’informazione del personale, gli investimenti nel campo della sicurezza e della salvaguardia ecologica e l’andamento infortunistico.
Inoltre, nel corso dell’anno, il servizio di prevenzione e protezione ha tenuto altri otto incontri con i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, dedicati all’approfondimento di altre tematiche di particolare rilevanza, quali l’uso del policlorobifenile, lo smaltimento dell’amianto e
la normativa e la segnaletica di sicurezza. Nell’incontro svoltosi il 30 maggio 1997, poi, si è proceduto all’esame congiunto del documento di valutazione dei rischi adottato nello stabilimento in attuazione del decreto legislativo n. 626 del 1994.
È importante rilevare, infine, che, stando ai dati INAIL, la situazione infortunistica aziendale dello stabilimento ILVA spa di Taranto sembra presentare un andamento discendente nel corso degli ultimi anni: infatti, l’indice di frequenza degli infortuni sul lavoro indennizzati risulta
pari al valore di 36 nel 1996, contro un valore pari a 44 riscontrato nel 1995, un valore di 45 nel 1994 e, va sottolineato, un valore pari a 30 nel periodo tra gennaio e settembre 1997.
Lo stesso indice di gravità di tali infortuni, infine, risulterebbe sceso ora a 0,5 per cento, contro un valore di 0,6 per cento degli anni precedenti.


MANZI. Prendo atto con soddisfazione delle dichiarazioni della rappresentante del Governo, anche se i lavoratori dell’ILVA segnalano di ricevere pressioni da parte dei capi dell’azienda affinchè non denuncino tutti gli incidenti sul lavoro, proprio per cercare di far apparire la
situazione più accettabile. Per questo motivo, credo sia necessario che gli organi competenti mantengano un elevato livello di vigilanza, anche per garantire un minimo di serenità ai lavoratori.

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CONVERSANO. Signor Presidente, sono responsabile del dipartimento di prevenzione dell'Azienda sanitaria locale di Taranto. Insieme ai collabo ratori dei servizi incaricati della prevenzione e della sicurezza del lavoro ho preparato una relazione scritta che consegno alla Presidenza.
Vorrei evidenziare preliminarmente l'insufficienza del personale della ASL: nella provincia di Taranto gli ispettori della sicurezza sui luoghi dilavoro, sebbene siano fortemente motivati, sono soltanto quattro. Nel 1997 all'interno dello stabilimento dell'ILVA di Taranto sono stati effettuati
102 interventi per la verifica della sicurezza nei luoghi di lavoro; sono stati redatti 80 verbali; adottate 50 prescrizioni e inviate 50 segnalazioni all'autoritaÁ giudiziaria. Le violazioni piuÁ evidenti riguardano la mancata o inadeguata manutenzione, la mancanza di verifiche degli impianti di sollevamento e interventi effettuati da un solo lavoratore con pregiudizio per
la sua salute.
Per quanto riguarda gli ambienti di lavoro ci siamo soffermati su due pericoli, l'amianto e l'apirolio a base di policlorobifenili (Pcb); quest'ultimo presente in moltissimi trasformatori elettrici dell'ILVA, già rilevato nel 1995 da una commissione d'indagine istituita dalla ASL. Questa aveva riscontrato perdite nel 18 per cento degli apparecchi contenenti apirolio e un posizionamento dei trasformatori che non garantiva la sicurezza; la sostanza era sparsa accanto ai macchinari con grave pericolo per la salute dei lavoratori e per l'ambiente. Si tratta di una fonte di forte inquinamento, ma purtroppo la legislazione nazionale, a differenza di quella europea, non obbliga le aziende ad eliminare entro il 2010 tutto il Pcb presente in uno stabilimento.
Abbiamo riscontrato che l'ILVA non ha messo in funzione alcun sistema di monitoraggio e non ha elaborato un progetto per la progressiva eliminazione di questo fattore di rischio. Abbiamo sollecitato l'istituzione di una commissione a livello regionale per l'elaborazione di linee guida in
modo da garantire una gestione corretta degli inventari delle apparecchiature e la programmazione di periodiche campagne di verifica di tutti i trasformatori contenenti apirolio.

(...)

Per quanto riguarda i dati relativi alla diminuzione degli infortuni, ribadisco quanto è stato già affermato: stiamo verificando i casi sulla base del registro esistente. Bisogna però considerare che alcuni lavoratori hanno dichiarato di essere stati medicati e poi subito rimandati a lavorare
nei reparti; in tali casi sul registro viene indicata soltanto la medicazione e la ripresa immediata dell'attività.
Un caso di questo genere è avvenuto nel 1997: è scoppiato una trasformatore contenente apirolio in un reparto dello stabilimento e nell'immediatezza del fatto sono intervenuti tre operai del reparto per verificare l'accaduto. Tutti e tre hanno poi fatto ricorso alle cure del sanitario presso l'infermeria perché avevano accusato malori: sono stati medicati e poi rimandati ad operare. La mattina dopo altri due operai, anch'essi intervenuti nell'immediatezza del fatto, hanno accusato malori ed anche loro sono stati visitati dal medico che si è espresso favorevolmente alla ripresa del lavoro: quindi sono tornati tranquillamente ad operare.
Senza discutere la professionalità del medico, sulla quale non ci pronunciamo, stiamo verificando se questi poteva esprimere effettivamente un parere sulle condizioni dei lavoratori, anche in relazione all'articolo 5 dello Statuto dei lavoratori, che vieta gli accertamenti «da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente».

Note: Si allegano a questa pagina web anche due pagine dell'Unità che evidenziano come era ben conosciuta la pericolosità dell'apirolio e dei PCB.

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    Processo per la morte del piccolo Lorenzo Zaratta, deceduto con un tumore al cervello. Chiediamo giustizia per i cittadini di Taranto e del mondo! Udienza preliminare e costituzione delle parti civili: chiesto il processo per omicidio colposo per nove dirigenti dell'ex Ilva.
    9 ottobre 2021 - Fulvia Gravame
  • Aiuti di Stato, Alitalia e ILVA
    Economia
    Il Trattato di funzionamento dell'UE vieta gli aiuti di Stato

    Aiuti di Stato, Alitalia e ILVA

    Per il Financial Times l'Antitrust Ue avrebbe deciso di ritenere aiuti illegali i 900 milioni incassati nel 2017 da Alitalia. Per i restanti 400 del 2019 bisognerà attendere. La questione riguarda anche la più grande acciaieria italiana e il M5S per il finanziamento da 705 milioni di euro all'ILVA.
    10 settembre 2021 - Alessandro Marescotti
  • Edoardo Bennato: "Mio padre ha lavorato nell’Italsider e mi sento vicino alla vicenda ILVA"
    Cultura
    "Vendo Bagnoli" è la canzone dedicata alla chiusura del polo siderurgico napoletano

    Edoardo Bennato: "Mio padre ha lavorato nell’Italsider e mi sento vicino alla vicenda ILVA"

    "L'Italsider di Bagnoli - ha detto a Taranto - poi fu chiusa e si disse che si sarebbe valorizzato il turismo in quell’area perchè si poteva fare. Anche Taranto è una bella città che ha potenzialità turistiche e io mi auguro che si possa delineare un futuro migliore per tutti voi”.
    Redazione PeaceLink
  • Gli interferenti tiroidei e la compromissione nello sviluppo intellettuale e fisico del feto
    Ecodidattica
    Aumenta anche il rischio di malformazioni congenite

    Gli interferenti tiroidei e la compromissione nello sviluppo intellettuale e fisico del feto

    Nel gruppo degli interferenti tiroidei rientrano pesticidi organofosforici, bisfenolo A, ftalati, PCB e diossine; questi ultimi possono oltrepassare la barriera placentare. Alcune sostanze possono avere potenziali effetti teratogeni sulla progenie e alterare lo sviluppo neurocomportamentale.
    Istituto Superiore della Sanità
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