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Fonte: L'Unità - 08 gennaio 2006

Uno spasso. Un autentico spasso. Ma si', credeteci. La relazione di
maggioranza della Commissione antimafia non e' solo una vergogna, come
avevamo detto un po' precipitosamente dopo averne consultato l'impianto e
afferrato il senso generale. Non e' solo il certificato di innocenza
politica di Andreotti, non e' solo una coltellata alle spalle della procura
di Palermo o la beatificazione di Toto' Cuffaro, questo vispo erede di Maria
Teresa d'Austria e Leopoldo di Toscana. Ma e' anche una spumeggiante, comica
sintesi di tic professionali, di amene teorie "scientifiche", di
argomentazioni che vorrebbero essere euclidee e sono al tatto friabili come
meringhe. Basta avere la pazienza di navigare tra le cinquecento pagine
dedicate ai rapporti tra mafia e politica (ossia, in definitiva, al processo
Andreotti) per imbattersi in perle strepitose. Perle che illuminano -
partendo dai dettagli - cultura e intenti, psiche e manie dell'estensore. Il
quale puo' essere uno o bino o trino. Ma una cosa e' con scandalosa
certezza: un signore estraneo alla commissione antimafia. Che, investito da
un altro estraneo del compito supremo di scrivere sui rapporti tra mafia e
politica, ha dato libero sfogo a tutto cio' che gli passava per la testa,
come quei maestri un po' frustrati a cui per una botta di fortuna sia messa
in mano, senza controlli, la terza pagina di un quotidiano di provincia.
Volete sapere qual e' la perla piu' grossa, la "sparata" da capodanno del
nostro misterioso estensore (magistrato o forse avvocato, non si scappa)?
Che la mafia non ha mai avuto alcuna rilevanza nell'orientare il voto, e
nemmeno le elezioni. Avete letto bene. Testuale: "ne deriva finalmente una
lettura dei fatti storici che affranca uno dei miti piu' a lungo e
pervicacemente sostenuti sul preponderante potere mafioso nel decidere gli
esiti elettorali siciliani". E ancora: "La sostanziale incapacita' di Cosa
Nostra ad incidere significativamente sul voto e' un dato assai importante".
Lasciamo perdere la sintassi (ahime', una volta contava anche quella...) e
andiamo al sodo. Qui, nella Relazione ufficiale della Commissione
parlamentare d'inchiesta sulla mafia, si sostiene - nascondendosi dietro
quel "preponderante" - che la mafia non e' in grado di orientare la
politica. Che la mafia non condiziona il voto. E quindi, in definitiva, che
la mafia non ha rapporti significativi con la politica. E d'altronde come
potrebbe averli se non e' in grado di conferire alla politica le sue
(presunte, millantate) specifiche risorse, ossia voti e finanziamenti per le
campagne elettorali? E perche' mai i politici, per quel che li riguarda,
dovrebbero promettere favori alla mafia se essa non da' prima loro qualcosa
in cambio?
No, il condizionamento elettorale non esiste. Insomma ragazzi, chiudiamo la
Commissione. Che sciocchi Franchetti e Sonnino, parlamentari agli albori del
Regno. Che sciocchi Napoleone Colajanni o Bernardino Verro, repubblicano e
socialista dei decenni successivi. Che sciocchi Li Causi e La Torre. Che
sciocchi Carlo Alberto dalla Chiesa ("la famiglia politica piu' inquinata
del luogo", riferendosi a quella andreottiana) o Giovanni Falcone, che aveva
stimato in 180.000 i voti controllati da Cosa Nostra nella provincia di
Palermo. Custodi insensati e testoni di "uno dei miti piu' a lungo e
pervicacemente sostenuti"; tanto che se fossero ancora vivi meriterebbero
qualche lezione privata, magari con bacchettate e scapaccioni, dal geniale
estensore della Relazione. E non e' finita. Perche' la mafia, sempre secondo
quest'ultimo, cercherebbe e avrebbe cercato rapporti con la politica solo
per avere appalti in sede locale ma non ha mai avuto "la volonta' di
incidere ad alto livello nello scenario politico generale". Siamo alla gag
dialettica. Come si spiega infatti che la mafia non sia stata mai
sbaragliata in un secolo e mezzo, che abbia avuto appoggi, sostegni,
coperture ovunque, dal delitto Notarbartolo a Sindona, dal delitto
Mattarella alle impunita' processuali e alle latitanze dorate, con in mezzo
Portella delle Ginestre e quaranta sindacalisti uccisi senza una condanna?
Che al momento giusto ci sia sempre il vento utile a rimetterla in sella?
Tutto grazie agli appalti spartiti localmente con qualche assessore birbone?
*
A questo punto vorrete conoscere le motivazioni che sorreggono questa teoria
copernicana. E avete ragione. Eccovi dunque quella cruciale. Che in un caso
(era l'87) Cosa Nostra, pur avendo indicato di votare Psi, non ha svuotato
la Dc! Tranne a Caltanissetta. Fantastico. Ma perche', c'e' mai stato
qualcuno che ha pensato che tutti i siciliani votassero come voleva la
mafia? Forse qualche leghista lo pensa. Ma chi ha una minima consapevolezza
storica sa che la forza elettorale della mafia e' fatta di investimenti
selettivi sui candidati giusti, su una singola corrente, sulla conquista dei
differenziali elettorali decisivi (nelle preferenze o nei singoli collegi).
Suggestivamente il collaboratore Antonino Giuffre' dichiara che Riina era
si' il numero uno sul piano militare ma che politicamente era un dilettante.
Per tanti aspetti e' vero. Ma questo conferma che l'idea di spostare i voti
sul Psi per punire una Dc resa prudente dalla catena dei delitti eccellenti,
non poteva funzionare proprio perche' da troppo tempo la Dc, o meglio alcuni
suoi leader, erano il punto di riferimento di interessi mafiosi o
paramafiosi consolidati. L'insuccesso (parziale) dell'indicazione elettorale
estemporanea di un capo temuto ma poco rispettato politicamente fu cioe' il
segno del radicamento storico dei voti mafiosi, non della loro volatilita'.
Tanto che, riferendosi alle elezioni europee di due anni dopo, Angelo Siino
racconta (sempre e inutilmente a verbale) "Ci fu un plebiscito per Lima...
tutta la parte della vecchia mafia che aveva votato sempre per Lima
continuo' a votare per Lima". Anche questo, ovviamente, e' a disposizione
della mente del geniale estensore. Che pero' non capisce, e sembra proprio
non in grado di capire ("si applica ma non rende", si sarebbe detto una
volta).
Per compenso egli bacchetta furiosamente a destra e a manca come quel
maestro di provincia diventato improvvisamente elzevirista. Dall'alto della
sua prosa caricaturale: "Tale meccanismo di abreazione delle fonti dirette
di prova (...) nell'impianto inferenziale della Corte d'Assise di Appello di
Perugia, poi inevitabilmente caducato in Cassazione"; o "gli aspetti
leggermente piu' risalenti della delibazione del predetto evento criminoso".
Dall'alto del suo pensiero pacato e sereno: "Questo rinvia agli effetti
mediatico-politici del processo sui giudici di secondo grado di Palermo, a
non voler pensare ad una parziale volonta' di recupero delle tesi
accusatorie onde evitare la loro disfatta completa" (insomma, quei giudici,
invece di applicare le leggi, hanno solo pensato a tirare una ciambella di
salvataggio ai pm). Dall'alto della sua sapienza. Che e' davvero notevole,
perche' l'estensore ha anche qualche velleita' accademica. E infatti, cosa
un po' anomala in un rapporto parlamentare, invece di citare - che so - gli
atti del processo Dell'Utri o di qualche inchiesta sulla mafia in Lombardia,
cita Goethe, cita Hegel, cita Junger, e offre perfino note bibliografiche.
Una delle quali merita di essere ricordata, per lo spasso del lettore. Egli
vi consiglia di documentarsi meglio sulla "critica dell'esistenza nella
storia di leggi ineluttabili, che vanno nel verso del miglioramento della
condizione umana". E di leggersi in proposito due saggi, uno di Karl Popper
e uno di Massimo Fini. Ora, sono amico ed estimatore di Massimo Fini. Ma
come si fa ad abbinare i due nella stessa nota, sacripante d'un genio? E'
come dire Max Weber e Nando dalla Chiesa. Come dire Aristofane e Travaglio.
Roba da pazzi. Roba da ridere. Che spiega tutto. A Milano questi casi umani
li liquidano con una battuta: ofelee fa' el to meste'. Panettiere, fai il
tuo mestiere. La storia, la filosofia, l'analisi politica (e anche la bella
prosa) falla fare a qualcun altro. O rischi di trovartela "caducata"...

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