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Una speranza per il popolo dei diseredati

Il carcere nelle parole del Papa in Parlamento

L’attenzione che Giovanni Paolo II ha voluto riservare, nel suo discorso alle Camere, al mondo dei detenuti è coerente con una visione della Politica più volte già affermata: un servizio al bene comune perché a tutti, nessuno escluso, sia concesso l’accesso alla speranza, ai diritti realmente esigibili e al vivere decoroso. Nemmeno la pena detentiva può interrompere questa dimensione fondamentale della vita — sottolinea il Papa — e perché le parole non suonino stanche, logore o svuotate di senso propone "un atto di clemenza mediante la riduzione della pena".
30 novembre 2003 - Don Luigi Ciotti
Fonte: Gruppo Abele - www.gruppoabele.org - 14 novembre 2002

Nove parole più chiare di qualsiasi discorso, proclama, appello o altro ancora.

Nove parole per non dimenticare che la maggioranza dei detenuti è composta dal "popolo dei diseredati" che, dopo aver trovato miseria, povertà e privazioni, ha anche fatto esperienza di galera e di sovraffollamento in carcere.

Nove parole perché la scorciatoia del punire (gli altri, solo e sempre gli altri) venga sostituita da una cultura della legalità capace di creare le condizioni perché chi è meno tutelato non debba conoscere come unico sostegno sociale quello del carcere.

Nove parole che chiedono il coraggio del governare anche le pene e non solo dell’invocarle prima e del dimenticare poi i "puniti" nel corso della loro detenzione. Governare le "pene" significa fare in modo che lo Stato costruisca le premesse reali perché si possa evitare il carcere e diventi possibile non rientrare in carcere dopo un’eventuale prima condanna. Solo a queste condizioni si "governa" la pena; in caso contrario si è governati dalla "pena".

Nove parole perché la clemenza esprima il volto umano della giustizia e perché un reale progetto costruisca la speranza necessaria affinché alla "clemenza nella pena" segua una clemenza delle risposte sociali in grado di garantire casa, lavoro e relazioni significative a chi — uscendo dal carcere — chiede aiuto per non rientrarvi.

Nove parole per ricordarci che la severità sugli altri e il perdonare troppo se stessi crea diseguaglianze, ingiustizie e rabbia. Solo la severità su di sé e la bontà verso chi ha sbagliato permettono a ciascuno di riappropriarsi delle proprie responsabilità per costruire un reale cambiamento.

Nove parole che ci ricordano da un lato la grande fretta, nel corso dell’ultimo anno, nel costruire leggi in grado di tutelare pochi "forti" ed evitare loro percorsi giudiziari, dall’altro un mondo di detenuti inascoltati.

Nove parole che assumeranno sempre di più il valore della profezia per costruire quella leggera e responsabile libertà saldata alla giustizia che Giovanni Paolo II non si stanca di proporre. Anche ai politici.

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