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L'impegno concreto che deriva dalle parole del Papa

Ridurre la pena per fare autentica giustizia

"Riduzione della pena": le parole del Papa alla Camera dei deputati sono suonate forti, alte e generose. E inequivocabili. Non è stata invocata semplicemente la "clemenza", non è stata chiesta una sospensione della pena, non sono state proposte genericamente misure e provvedimenti migliorativi, comunque utili e necessari per ridare dignità e speranza a chi vive nelle carceri, ma anche a chi ci lavora o vi svolge attività sociali e di volontariato.
Don Luigi Ciotti
Fonte: Articolo originariamente pubblicato su "Famiglia Cristiana" - 08 dicembre 2002

È stato chiesto di ridurre la pena. Di consentire cioè un rientro anticipato nella società da parte di chi sta scontando una condanna. Perché questo è il senso autentico della giustizia: restituire a chi ha sbagliato le sue responsabilità senza mai dimenticare le tante (troppe) vittime di questi reati e — allo stesso tempo — costruire le condizioni affinché chi è entrato nella illegalità possa realmente uscirne.
Impedire alla giustizia di diventare "ritorsione sociale", per usare di nuovo le parole del Papa in occasione del Giubileo, è compito e responsabilità anche della Politica, se non si vuole trasformare la pena detentiva in una "scuola di violenza" che umilia tanto chi la riceve come chi la amministra.
Detto in altri termini, per Giovanni Paolo II il valore della condanna è dato dalla sua capacità di rendersi flessibile, in grado cioè di costruire percorsi differenziati e rispettosi non solo dell’entità del reato, ma anche della storia della persona che ha commesso la colpa. Il linguaggio giuridico ha già recepito questi aspetti e li ha espressi con quelle misure alternative alla detenzione (affidamento sociale, semilibertà, detenzione domiciliare) che hanno davvero contribuito a rendere la pena più flessibile (e meno vendicativa), ma che purtroppo riguardano ancora una minoranza dei detenuti a causa degli irrigidimenti normativi, delle poche opportunità di reinserimento lavorativo all’esterno e dalla carenza del personale socio-educativo.
A fronte di 42.781 addetti alla polizia penitenziaria, gli assistenti sociali sono solo 1.235 (su 1.630 previsti), gli educatori sono solamente 588 (dovrebbero essere 1.376). Se a queste cifre si aggiungono i numeri di quell’intollerabile e crescente sovraffollamento (per cui oltre 55.000 persone devono coabitare in uno spazio che ha 41.798 posti), non è difficile spiegare perché il Presidente Ciampi, in occasione di una visita a un istituto di pena, ha avvertito il dovere di denunciare che le condizioni materiali di vita in molte prigioni sono concretamente e manifestamente lesive della dignità delle persone.
Riportare a numeri accettabili la popolazione detenuta attraverso una misura di indulto è, insomma, la pre-condizione per ridare fiato al sistema e dignità alle persone, ma anche per attribuire un senso diverso alla pena, rivolto al cambiamento e capace di promuovere le persone, anziché schiacciarle.
Una proposta che Giovanni Paolo II ha ritenuto doveroso avanzare affinché le autorità competenti ne colgano tutta l’urgenza e la priorità che la questione carcere esprime. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a velocità impressionanti per costruire leggi deboli con i forti e forti con i deboli. Ora che la posta in gioco è la sofferenza di tanti, troppi, detenuti a cui è negata la dignità dell’essere persone (e dei loro familiari), non ha senso barattare la questione carcere con le logiche del consenso elettorale per paralizzare un dibattito e renderlo inconcludente.
Se non vogliamo svuotare di senso anche gli applausi che il Parlamento ha indirizzato ai contenuti proposti da Giovanni Paolo II, è necessario che gli "atti di clemenza" auspicati, assumano la forma concreta della legge e non restino pia illusione. Ci piacerebbe che dalla maggioranza di governo e dal Parlamento tutto arrivasse ora eguale determinazione, fretta ed efficacia per un provvedimento a favore dei più deboli.

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