Storie di cui non si parla abbastanza: la palazzina LAF a Taranto

Quei diritti che non hanno respiro

Le condizioni di lavoro nelle nostre industrie meritano di avere più spazio nelle aule parlamentari per combattere pericolose violazioni dei diritti individuali. Ma ci sono anche interrogazioni senza risposta
4 gennaio 2011

Un capitolo che non è quasi mai stato scritto nelle nostre aule parlamentari è quello che riguarda la condizione degli operai nell'acciaieria che attualmente è la più grande d'Europa: l'ILVA di Taranto di proprietà della famiglia Riva.

Se i danni per l'ambiente e per gli abitanti di quella città sono stati e continuano ad essere pesanti a causa delle emissioni nell'aria di sostanze tossiche, come diossine e benzo(a)pirene - vedi la sintesi delle interrogazioni parlamentari tra il 2007 e il 2010 fatta su queste pagine:  http://www.peacelink.it/ecologia/a/32728.html  -  non è difficile immaginare quanto possano essere pesanti le condizioni di lavoro e i rischi per la salute all'interno di quegli impianti.                                                                                                                       Immagini dal film documentario "La svolta. Donne contro l'Ilva" di Valentina D'Amico, presentato al festival del Cinema di Venezia 2010.

Qualche anno fa se ne occupò la trasmissione di La7 "Malpelo" (andata in onda il 23 ottobre 2008).

Davanti ai cancelli dell'impianto siderurgico molti operai affrettavano il passo davanti alle telecamere e al saluto dei giornalisti. Le parole più intense, i racconti più dettagliati su quello che i loro cari avevano affrontato o che man mano avevano scoperto li abbiamo ascoltati soprattutto dalle voci di mogli e di genitori rimasti soli, per i quali quella consapevolezza è dolore che si aggiunge al dolore.       

Ne ha scritto anche il giornalista Carlo Vulpio nel libro "La città delle nuvole".

Citando quest'ultimo libro, un'interrogazione parlamentare descrive una delle tante vicende dolorose e incredibili di questi anni, svoltasi nel periodo successivo alla privatizzazione dell'azienda.

Le conseguenze per gli operai e per gli impiegati che l'hanno vissuta sono state gravissime e pesanti anche per la loro salute.

Il fenomeno del bossing

Il bossing rappresenta una variante del più generico e diffuso mobbing. Non è ancora previsto in modo specifico dalla legislazione o dai contratti collettivi di lavoro.                                                         E ' invece descritto dalla giurisprudenza formatasi a partire da casi concreti: un fenomeno che si concretizza in atti e comportamenti con carattere sistematico e duraturo, quali la violenza e la persecuzione psicologica posti in essere dal datore di lavoro o dai suoi preposti con l'intento di danneggiare il lavoratore al fine di estrometterlo dal lavoro.

E se questa particolare vicenda non fornisce informazioni dirette quanto alle condizioni di salubrità dell'ambiente di lavoro da altri punti di vista e all'applicazione di tutte le possibili cautele e misure di sicurezza (a partire in primo luogo dall'obbligo di valutare la presenza e la consistenza delle sostanze tossiche legate ai cicli di produzione), riesce a dare conto del silenzio in cui per tanti anni è rimasta immersa un'intera città. Useremo le parole dell'Interrogazione per descriverla.

 

SINTESI DELL'INTERROGAZIONE n. 4-05936 del 2.02.2010, sed. 276  (Camera Deputati - ZAZZERA, PALADINI, PORCINO al Ministro del Lavoro e delle politiche sociali)

[...] Il polo siderurgico non fa parlare di sé solo per l'elevata capacità inquinante.   

La magistratura ha accertato che i dipendenti della fabbrica sono stati vittime di vero e proprio "bossing", termine con cui si indica la strategia aziendale finalizzata alla riduzione del personale o all'allontanamento di un determinato lavoratore senza incorrere nei vincoli di legge.

Il bossing viene attuato da un vertice aziendale nei confronti di un subordinato, attraverso abusi psicologici, vessazioni, emarginazione e umiliazioni, che perpetrati nel tempo arrecano gravi danni psicofisici.

Presso l'Ilva di Taranto esisteva un capannone chiamato Laf, acronimo di laminatoio a freddo, ove venivano destinati i dipendenti che rifiutavano le dequalificazioni professionali; era una struttura fatiscente, con scarsi servizi igienici, fredda e disagiata.

La permanenza nel Laf dipendeva dalla soglia di resistenza individuale dei dipendenti, costretti alla «quarantena» sino all'accettazione della retrocessione illegale.

Un dirigente aziendale sottoponeva periodicamente i «confinati» ad un colloquio per stabilire la disponibilità dei dipendenti ad accogliere la novazione del rapporto di lavoro proposto dall'Ilva, e se questi continuavano a rifiutare, la permanenza nel Laf aumentava.

Nonostante l'Ilva sia stata condannata per bossing, all'interrogante risulta che la società continui ad utilizzare strategie di dubbia conformità alla normativa vigente in materia di riduzione di personale. In particolare, un dipendente dell'Ilva sarebbe stato vittima di gravi vessazioni psicologiche prima del licenziamento.


A POCHI METRI DALLE NOSTRE CASE

Chi abita nelle nostre città più grandi si accorge poco di quanto lo circonda e interessa veramente la sua vita. Non è abituato a farsi domande.

"Cosa succede tra le impalcature del vicino palazzo in costruzione?"                                              

"E nel carcere della mia città?"                                                                                                       

"Dove finiscono i rifiuti che produco? Cosa deciderà e mi risponderà l'amministratore che ho votato?"   

E chi mi convincerà che quello che è successo non sarà dipeso in qualche modo anche da me...


Note: Ecco il testo integrale dell'interrogazione parlamentare al Governo, ancora senza risposta:
http://parlamento.openpolis.it/atto/documento/id/39334

Il film documentario presentato a Venezia nel 2010
http://lasvoltadonnecontroilva.wordpress.com/foto/palazzina-laf-gruppo-44/

La sentenza di condanna della Corte di Cassazione (stralci sent. n. 31413/06, VI sez. pen.)
Nel 2001 il tribunale di Taranto (n.d.r.: sent. n. 2948/01, II sez. pen.) accertò i fatti denunciati, condannando il presidente del consiglio di amministrazione Emilio Riva, il direttore e altri dirigenti aziendali. I giudici di merito hanno chiarito «cosa rappresentasse in concreto la palazzina Laf e come venisse percepita dai lavoratori ivi destinati», dilungandosi sulla sua totale assenza di attività lavorativa, sulla sua globale fatiscenza, sulle sue condizioni di abbandono, squallore e disdoro, che la rendevano “una specie di lager” (v. deposizioni delle parti lese; testimonianza Lieti; cure neuro-psichiatriche alle quali si erano dovuti sottoporre i dipendenti sfortunatamente ad essa inviati).

Ben poteva, quindi, secondo la Corte di appello (n.d.r.: Corte Appello Lecce, 10.8.05) parlarsi di vis compulsiva con riferimento all’effettivo invio presso la citata palazzina, «allorché si era tentato sia implicitamente (tramite la assoluta prolungata inerzia lavorativa in assenza di qualsiasi prospettiva) sia esplicitamente con sistematica e fredda reiterazione della proposta ad opera del Greco, di indurre i «prescelti» ospiti alla novazione del rapporto di lavoro». In realtà tutti i lavoratori avevano via via nella loro prolungata permanenza in palazzina preso coscienza del fatto che la loro destinazione non era affatto temporanea e che la stessa poteva essere rimossa solo con la accettazione della novazione che veniva prospettata in alcuni casi (Cardarlo) prima dell’invio alla Laf e in altri dopo un congruo periodo di “macerazione” (La Bua; Chiffi; Spatri; Margherita …).

La destinazione alla Laf rappresentava una minaccia per l’allontanamento dal mondo reale del lavoro che comportava e per le sue caratteristiche di anticamera del licenziamento..... . Nei fatti si era trattato di una collocazione sine die, in quanto i dipendenti avrebbero lasciato la palazzina solo se accettavano le condizioni del datore di lavoro (v. testimonianza Altavilla).

3.3. La Corte di merito ha poi escluso che la valenza coartatoria della palazzina Laf potesse essere vanificata dalla offerta di rimanere a casa con il mantenimento del livello retributivo. [...]

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