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La mia opinione di insegnante

La Buona Scuola di Renzi e quella di don Milani

A stento nella Buona Scuola ci trovi la parola "cittadini" e "cittadinanza". Eppure la questione della "cittadinanza attiva" era uno dei punti importanti della Strategia di Lisbona che l'Europa proponeva a tutte le sue nazioni. Quella di Renzi è una scuola che non affronta il tema delle ingiustizie e del potere, ossia il tema fondamentale per cui le classi popolari hanno rivendicato alfabetizzazione, cultura e partecipazione civile.
11 novembre 2014 - Alessandro Marescotti

La Buona Scuola proposta dal Governo è una buona scuola? La "Buona Scuola"

Dirò la mia sulle questioni che meglio conosco della scuola. Mi riferisco alla didattica, al rapporto con gli studenti, al senso stesso per cui noi insegnanti facciamo scuola.

Chi, come me, si è ispirato al modello di scuola di don Lorenzo Milani, ha difficoltà a trovare ragioni di impegno nelle pagine colorate della Buona Scuola. Ci sono tanti spunti, tante cose belline, mica si può dire che è sbagliata la scuola di Renzi che cerca di far dimagrire i bambini o che invita a renderli produttori digitali. Ma è questa la scuola per cui dovremmo entusiasmarci? Quella di Renzi è una scuola che non affronta il tema delle ingiustizie e del potere, ossia il tema fondamentale per cui le classi popolari hanno rivendicato alfabetizzazione, cultura e partecipazione civile.

A stento nella Buona Scuola ci trovi la parola "cittadini" e "cittadinanza". L'impegno civile, culturale e umano per portare le classi popolari e i cittadini a "imparare a controllare" chi governa - la questione nodale del rapporto fra governati e governanti che era al centro della riflessione gramsciana - in quella proposta non esiste proprio. Eppure la questione della "cittadinanza attiva" era uno dei punti importanti della Strategia di Lisbona che l'Europa proponeva a tutte le sue nazioni. Attraverso la cittadinanza attiva venivano proposte competenze di pregio, per favorire quella "coesione sociale" che consente ai cittadini di sentirsi pertecipi della sovranità popolare. Nulla di nulla: nella "buona scuola" di Renzi la cittadinanza attiva viene rimossa, cancellata, nonostante faccia parte delle competenze che noi insegnanti siamo tenuti a promuovere a scuola, perché ce lo chiedono le linee guida europee. Alcune cose sull'educazione alla cittadinanza le ho scritte in queste slides http://www.peacelink.it/sociale/a/40188.html

E non le trovo nella Buona Scuola di Renzi.

La "buona scuola" di Renzi dimentica infatti la vera ragione per cui molti di noi fanno scuola: educarsi alla sovranità popolare. E' un esercizio antico che è nato nel Settecento con l'Illuminismo. L'educazione alla sovranità popolare ha generato nel Settecento l'Enciclopedia, la quale sapeva inquadrare la scienza e la cultura in una ambiziosa prospettiva di trasformare i sudditi in cittadini. Quando Gramsci scriveva che non c'è conquista del potere senza conquista dell'egemonia culturale, pensava ad una vasta opera - sullo stile dell'enciclopedia illuministica - che elevasse le classi popolari al rango di classi dirigenti: da governati a governanti. Educare alla partecipazione, al controllo, alla proposta alternativa. Penso alla scuola delle 150 ore, quella che avrebbe dovuto dare ai lavoratori gli strumenti culturali per controllare l'organizzazione del lavoro e dei fattori di nocività della fabbrica. Penso alla scuola che educa alla pace, e che avrebbe potuto fermare le guerre, la scuola in cui campeggia il motto I CARE di don Milani: mi sta a cuore, me ne importa.

La scuola deve essere il luogo dove si comprende la barbarie.

Quale tipo di scuola immagina Renzi quando ci sottrae la sovranità popolare e tradisce i nostri sogni di cittadini?

La scuola e la cultura sono le ali concrete dell'utopia, sono gli strumenti per rendere concreta e attuabile l'utopia.

Ma sono anche gli strumenti per darci i diritti più elementari: il diritto alla vita, alla salute.

La buona scuola dovrebbe essere quella che ci fa resistere, che ci da speranza e che ci fa vincere in condizioni avverse, come quelle che viviamo a Taranto. La NOSTRA buona scuola è un'altra cosa. Nasce dalla società civile e dalla partecipazione informata. Il mio punto di vista sulla BUONA SCUOLA muove da queste dieci cose che mi danno speranza e che mi portano a scuola ogni mattina contento di essere un insegnante: http://www.peacelink.it/sociale/a/40190.html

 

 Va anche osservato che nella Buona Scuola non c'è praticamente nulla sul disagio, sui ragazzi che fanno fatica a trovare un senso alla propria vita, che temono di non avere più speranza. Che non vedono un futuro (ma è un loro difetto di percezione?). Quei ragazzi che scendono nel tunnel dello sballo e delle tossicodipendenze sono un problema grande per noi insegnanti, oltre che per le loro famiglie.

La Buona Scuola di Renzi è la scuola dei vincenti, non dei perdenti. La più grande capacità che noi insegnanti dobbiamo inventarci è l'empatia, è la capacità di entrare con cautela nell'anima dei ragazzi, di conquistarci la loro fiducia assieme al loro rispetto sincero. Una scuola dell'empatia è difficile da creare, dovrebbe essere una scuola dove si fa teatro, moltissimo teatro, dove la dimensione informale e quella formale dell'apprendimento sanno alternarsi con creatività.

Dei sei punti della BUONA SCUOLA solo un punto riguarda quello che facciamo effettivamente a scuola: apprendere (e anche "insegnare ad imparare"). Questa è la parte sull'apprendimento ed è proprio quella buttata lì - a me sembra - per fare scena, piena di buchi e di dimenticanze. Quale pedagogista l'ha scritta?

 

Qualche parola sui docenti. Ogni docente da anni ha un indirizzo di posta elettronica. E' una cosa così misera come capienza e funzionalità che pochissimi insegnanti lo usano. Se, una volta inserita la username e la password, noi docenti potessimo - oltre a gestire la posta - anche sapere quali altri docenti sono in rete sul server del ministero e condividere con loro le nostre esperienze, questa sì che sarebbe una ragione validissima per accedere al servizio. L'accesso all'email diventerebbe un social network culturale.

Ma nulla di tutto questo ha fatto il ministero. Perché? Temo che il "social network degli insegnanti" (una banca dati delle migliori pratiche) non sia stato fatto per tenerci divisi.

E anche i sindacati tradizionali non hanno chiesto che potessimo condividere in rete le nostre idee, forse per timore di essere scavalcati. Forse perché così avrebbe preso slancio un network alternativo di carattere nazionale, con proposte, obiettivi, condivisione effettiva su una piattaforma ufficiale. Alla casella email potevano associarci un piccolo blog, non sarebbe costato molto. Non è stato fatto, e la BUONA SCUOLA di Renzi si guarda bene di dare a noi docenti il potere di condividere pubblicamente sul sito del ministero le proprie idee. L'empowerment dei docenti è un tabù: e così i più attivi e motivati usano facebook per connettersi fra loro. Un assurdo. Tutto il discorso sugli Open Data fatto nella Buona Scuola è fatto di parole al vento se non diventa la base di una e-democracy della scuola. Queste cose, che io non ho trovato nella "scuola digitale" così come è stata sciattamente gestita, da tempo cerco di portarle su PeaceLink, che è diventata con il tempo sempre più una piattaforma di "empowerment education". Ma stiamo facendo un discorso che è agli antipodi di chi, per governare, ha bisogno di una scuola priva di mordente.

Qualcosa sul lavoro e i giovani. Sta nascendo una nuova economia: quella della condivisione dei saperi e delle risorse. Ad essa si associa quella della tutela dei beni comuni, centrata sullo sviluppo sostenibile. Basterebbe leggere Rifkin e la rivoluzione dell'economia dal basso, alla quale si stanno affiancando poderosi trend economici che fanno invecchiare i dinosauri industriali del Novecento.

Secondo l'ONU la Green Economy può creare fino a 60 milioni di nuovi posti di lavoro nei prossimi 20 anni. La Germania sta cavalcando quest'onda lunga. I lavori green sono il futuro. Ma di tutto questo la Buona Scuola non parla, anche perché Renzi sta abolendo ogni forma di democrazia ambientale e partecipativa, scardina la Convenzione di Aarhus, riduce al silenzio i cittadini che protestano per difendere i loro territori.

Da un cattivo governo non nasce una buona scuola. 


 


Note:

Le riflessioni contenute in questo editoriale rispecchiano unicamente il pensiero dell'autore e non impegnano in alcun modo PeaceLink.

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