La solidarietà nella pandemia da coronavirus

Non abbandoniamo l'Italia

In Italia le persone muoiono come mosche e la Germania tentenna fino al punto che provare imbarazzo per qualcun altro non è più un’espressione figurata
13 aprile 2020
Petra Reski
Tradotto da Stefano Porreca per PeaceLink
Fonte: Die Tageszeitung - 12 aprile 2020

La cancelliera Merkel mentre annuncia lo stanziamento del pacchetto di salvataggio a sostegno delle imprese e delle famiglie tedesche

Che nel bel mezzo della più grande tragedia dalla seconda guerra mondiale a questa parte – mentre il mondo non ha ancora dimenticato le scioccanti immagini delle infinite colonne di mezzi militari che scortano le bare e in nessun altro Paese il coronavirus miete così tante vittime come in Italia (oltre 18.849 morti, tra questi ben 100 medici) -, che, quindi, proprio in un momento come questo un giornalista di Die Welt ritenga necessario richiamare l’attenzione sui limiti della solidarietà, lo potremmo definire tempismo. Un giornalista di cui, prima d’oggi, non è mai apparsa un’analisi sull’Italia e che, intervenendo nel dibattito sui coronabond con un ampolloso appello dal titolo Signora Merkel, non ceda!, argomenta che in Italia la mafia sarebbe “una realtà radicata su tutto il territorio nazionale” e starebbe “solo aspettando una nuova pioggia di soldi da Bruxelles”.

Fin qui tutto molto semplice.

Evidentemente la redazione di Die Welt non si è ancora avveduta che la mafia non si ferma al Brennero, ma da più di 40 anni è una realtà radicata anche in Germania, dove ogni anno ricicla, in media, 100 miliardi di euro – e sa di poter sfuggire alle dure leggi antimafia italiane: diversamente da quanto accade in Italia, in Germania l’associazione mafiosa non è considerata un reato perseguibile. A differenza di quanto accade in Italia, in Germania, per contrastare il crimine di riciclaggio, non esiste l’inversione dell’onere della prova: sono le autorità giudiziarie a dover dimostrare che il denaro proviene da attività illecite. Diversamente da quanto accade in Italia dove alla stampa è consentito fare i nomi citando tutte le fonti disponibili, in Germania i libri sugli intrighi mafiosi vengono oscurati per ordine dei tribunali tedeschi e i giornalisti vengono efficacemente querelati dagli “imprenditori italiani di successo” – tanto che l’opinione pubblica tedesca non è in grado di farsi un’idea sugli affari della mafia in Germania. E neppure sul fatto che in Germania il volume di denaro sporco immesso nell’economia nazionale negli ultimi vent’anni equivale a quello del debito pubblico italiano. Denaro con cui lo Stato tedesco ha fatto lauti guadagni.

Mentre in Paesi come l’Italia, la Francia, il Portogallo e la Spagna per i pagamenti in contanti è previsto un tetto massimo – in Italia è di 2mila euro, a partire da gennaio 2022 sarà addirittura di mille -, in Germania, fino ad oggi, per gli stessi non sussiste alcun limite. Il risultato, come sostiene l’ex procuratore antimafia Vincenzo Macrì, non è soltanto che le inchieste contro la mafia vengono di fatto rese impraticabili, visto che non è possibile tracciare il contante – ma anche che oggi la mafia possiede interi settori dell’economia tedesca. E, di riflesso, l’economia che opera nella legalità non è in grado di competere con gli investimenti e i metodi di lavoro della mafia.

Questo è noto anche alla Financial Action Task Force, il più importante strumento internazionale per la lotta contro il riciclaggio, che, come riportato dalla Süddeutsche Zeitung, ha evidenziato il pericolo insito nel fatto che per la ripartizione del più grande pacchetto di salvataggio di tutta la storia della Germania federale, disposto per fare fronte alla crisi economica causata dal coronavirus, si debba rinunciare alla consueta valutazione del rischio. Grazie a ciò, per il sistema affaristico ben oliato dei riciclatori e dei mafiosi in Germania, si aprono grandi prospettive.

A ciò si aggiunge che i boss conoscono, meglio di chiunque altro, anche i flussi monetari moderni. I camorristi napoletani ne sono considerati i precursori. Questi, secondo gli inquirenti, trafficavano con i bitcoin già nel 2015, ovvero quando un bitcoin costava 500 dollari. In fatto di denaro elettronico, i boss la sanno molto più lunga delle autorità giudiziarie, anche perché possono permettersi i migliori consulenti. E, come spiega il magistrato Vincenzo Macrì, in questo momento stanno già circolando 7,5 miliardi di coronacoin, una criptovaluta che specula sull’epidemia da coronavirus.

Ignorare la mafia in Germania e incolpare l’Italia significa pressappoco essere tanto scaltri quanto Trump e Johnson quando consideravano il coronavirus come nient’altro che una specie di influenza. No, nessun Paese del mondo può ritenersi immune alla mafia, contro di essa, fino ad oggi, non è ancora stato trovato il vaccino. Anche i Paesi Bassi, dove i clan della ‘ndrangheta calabrese continuano a fare affari d’oro, ne sanno qualcosa.

Ancor più bigotto suona il fatto che nel ripugnante dibattito sui coronabond siano proprio la Germania e l’Olanda a fare fronte comune – queste non solo sono le nazioni che, dopo l’Italia, hanno la maggiore presenza di clan sul proprio territorio, ma non prevedono neppure un tetto massimo per i pagamenti in contanti. Così facendo, praticamente, esse pubblicizzano il riciclaggio di denaro sporco nei loro Paesi. Che si tratti proprio delle nazioni che vigilano sulle finanze europee, appare come un’ironia della sorte. Un’ironia che vuole che l’Olanda interpreti il ruolo del poliziotto cattivo: sebbene il suo modello affaristico sia sostanzialmente quello del dumping fiscale, ha la sfacciataggine di tratteggiarsi come il frontman dell’austerità, tramite un ministro delle Finanze che in passato è stato un consulente aziendale e oggi pretende di esaminare i conti dei Paesi del Sud Europa per controllare se anch’essi abbiano risparmiato in modo sufficientemente rigoroso. In un’impresa come questa, senza correre il rischio di arrossire, possono riuscire solo i calvinisti.

Mentre in Italia le persone muoiono come mosche, la Germania tentenna fino al punto che provare imbarazzo per qualcun altro non è più un’espressione figurata. La crisi determinata dal coronavirus è un banco di prova – non solo per le relazioni italo-tedesche, bensì anche per l’Europa. Da questo punto di vista, non si può che concordare con il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, quando afferma che “qui non stiamo scrivendo un manuale di economia, ma una pagina di un libro di storia.” L’Italia, naturalmente, non vuole ciò che, con un eufemismo, i tedeschi chiamano “piano di salvataggio”: Grecia docet. Che il salvataggio della Grecia non sia stato nient’altro che un salvataggio delle banche, è un fatto che oggi nessuno più può contestare seriamente. “Chi è costretto a richiedere un piano di salvataggio, viene immediatamente bollato come candidato ufficiale al default. A salire sarebbero soprattutto i premi per il rischio di mercato”, scrive il quotidiano Die Tageszeitung citando le parole dell’economista finanziario Doris Neuberger. I coronabond, invece, offrono la possibilità di disinnescare la speculazione sui mercati finanziari: “Gli investitori non potrebbero più mettere i singoli Paesi della zona euro uno contro l’altro, perché ci sarebbe un titolo unico.” Non occorre essere un economista per capirlo.

Compassione? Solidarietà in tempi del bisogno? Neanche l’ombra. Nessuna di queste è una categoria contemplata dalla politica tedesca. Come dovremmo chiamarla? Insensibilità? Cinismo? Che la Germania abbia vietato l’esportazione di mascherine nel momento in cui in Italia l’epidemia si stava propagando come un incendio, non può essere definito altrimenti. Mentre dalla Germania non giunge altro che indifferenza, a venire in soccorso dell’Italia ci hanno pensato, tanto da guadagnarsi l’attenzione del mondo, Cuba, Cina e Russia. Che una settimana più tardi la Germania abbia revocato il divieto di esportare le sue mascherine di protezione, è passato in sordina. La rabbia nei suoi confronti permane. E non si è placata neppure quando in seguito la Germania ha fatto trasportare in aereo pazienti italiani affetti da Covid-19 per sottoporli alle cure nelle terapie intensive degli ospedali tedeschi.

Immancabilmente questa rabbia viene aizzata dai populisti italiani di destra, come Matteo Salvini o Giorgia Meloni. Per il leader della Lega, il cui indice di gradimento nei sondaggi era già dato in calo, l’atteggiamento dell’Ue, soprattutto della Germania, risulta particolarmente prezioso: “Fra Berlino e Bruxelles, l’Europa è morta”, ha twittato – dopodiché, sui social network, i sentimenti antitedeschi si sono diffusi più velocemente del coronavirus.

Certo, in Germania artisti e scienziati hanno redatto lettere aperte e petizioni per esortare il governo federale a votare a favore delle obbligazioni comuni europee. La Max-Planck-Gesellschaft, dal canto suo, ha dato voce a undici giuristi di vari Paesi europei che nella risoluzione della crisi caldeggiano per bond comuni. Il danno, tuttavia, è fatto. Ed è anche molto grande. Ci sono due possibilità: o la politica tedesca non ha capito la serietà della situazione. Oppure è molto più cinica di quanto avremmo mai potuto immaginare.

C’è una frase del Presidente del Consiglio italiano che non va dimenticata: “Non dobbiamo alla fine starcene lì con le mani incrociate: operazione riuscita, ma il paziente Europa è morto”.

Se non adesso, quando dovrebbe prevalere la solidarietà europea?

Tradotto da Stefano Porreca, revisione di Giacomo Alessandroni per PeaceLink. Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
N.d.T.: Titolo originale: Italien nicht im Stich lassen
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