Clinton: si oppose alla guerra del Vietnam da studente ma non chiese scusa da presidente
C’è una frattura che attraversa la biografia politica di Bill Clinton e che riemerge ogni volta che si parla del Vietnam. Da una parte c’è il giovane studente che, nel 1969, scriveva di opporsi a una guerra che "disprezzava" con una intensità che, fino ad allora, aveva riservato solo al razzismo. Dall’altra c’è il presidente degli Stati Uniti che, nel novembre del 2000, diventò il primo inquilino della Casa Bianca a mettere piede in Vietnam dopo la fine del conflitto, ma che prima di partire dichiarò esplicitamente che non avrebbe usato quel viaggio per scusarsi del ruolo americano nella guerra.
Il memo non era indirizzato ai veterani, né tantomeno al governo vietnamita. Era un promemoria interno alla Casa Bianca, preparato dai consiglieri di Clinton per Clinton stesso. L'ammonimento, quindi, era rivolto in primo luogo al presidente e al suo staff, perché non uscissero dal copione previsto per la visita.
Il memo avvertiva esplicitamente che vari gruppi di veterani avrebbero “osservato attentamente”il viaggio per verificare se Clinton stesse cercando di trasformarlo in una “missione di guarigione” o in un tentativo di “assicurarsi un posto nella storia”. Il timore dei consiglieri era che una scusa pubblica o un accenno a riparazioni potesse essere letto dai veterani come un tradimento del loro sacrificio, alimentando le critiche di chi già contestava il modo in cui Clinton aveva evitato il servizio militare.
Pertanto il memo era prescrittivo: non pronunciare mai la parola “scuse” né evocare “riparazioni”, perché “qualsiasi menzione di scuse sarà vista come un tradimento da coloro che hanno prestato servizio” e “qualsiasi menzione di riparazioni sarà colta al volo dal governo vietnamita e le loro richieste saranno infinite”. Prevedeva inoltre di deviare le eventuali domande dei giornalisti sul suo passato di giovane che aveva evitato di partire per la guerra, rispondendo che “il viaggio non riguarda me personalmente, ma i nostri interessi come Paese”.
In sintesi: il memo ammoniva Clinton stesso a non fare scuse, perché il pubblico di riferimento — i veterani e i loro sostenitori — era considerato politicamente inflessibile su quel punto.
Clinton non combatté mai in Vietnam. Non fu arruolato, e la sua condotta rispetto alla leva fu oggetto di polemiche sin dalla campagna presidenziale del 1992. Nel 1969, quando era Rhodes Scholar a Oxford, scrisse una lettera al colonnello Eugene Holmes, comandante dell’unità ROTC dell’Università dell’Arkansas, che fu resa pubblica solo durante la corsa alla Casa Bianca. In quella lettera, Clinton ringraziava Holmes per averlo "salvato dalla leva" e spiegava le sue ragioni con una franchezza che ancora oggi colpisce. Scriveva di aver "scritto, parlato e marciato contro la guerra". Ma aggiungeva un passaggio cruciale, che getta una luce diversa sull’intera vicenda: "Ho deciso di accettare la leva, nonostante le mie convinzioni, per una ragione: mantenere la mia viability politica all’interno del sistema". La frase è rimasta celebre, e non solo per i suoi critici. Mostra un giovane uomo diviso tra l’opposizione a una guerra che giudicava sbagliata e il calcolo freddo della propria carriera politica. L’adesione al ROTC fu, per sua stessa ammissione, il modo per evitare sia il Vietnam sia la resistenza aperta alla leva. Clinton scelse l’arruolamento nel ROTC (Reserve Officers' Training Corps), un programma militare per studenti universitari che, se completato, portava a diventare ufficiali. Ma c’era un vantaggio immediato: l’iscrizione al ROTC garantiva una proroga per tutto il periodo degli studi. In pratica, lo teneva fuori dal Vietnam nell’immediato. Per una serie di circostante fortunate (e ben calcolate) riuscì a non partire mai per la guerra.
Il presidente che disse "non mi scuserò"
Trentun anni dopo, quel giovane era alla fine del suo secondo mandato presidenziale. La normalizzazione delle relazioni con il Vietnam era uno dei suoi ultimi atti di politica estera: aveva revocato l’embargo, firmato un accordo commerciale bilaterale e ristabilito le relazioni diplomatiche. La visita di Hanoi, nel novembre 2000, coronava questo percorso.
Ma la visita fu preparata con una cura ossessiva nel separare la riconciliazione dal pentimento. I documenti dell’epoca, resi pubblici nel 2014 dai National Archives, includono una bozza di memo del consigliere per la sicurezza nazionale Samuel Berger e dell’assistente presidenziale Stephanie Streett. Il documento raccomandava a Clinton come rispondere alle domande sul perché non fosse stato arruolato, e soprattutto metteva in guardia contro qualsiasi accenno di scuse o di riparazioni. La frase chiave è rimasta negli atti: "Qualsiasi menzione di scuse sarà vista come un tradimento da coloro che hanno prestato servizio". E ancora: "Qualsiasi menzione di riparazioni sarà colta al volo dal governo vietnamita e le loro richieste saranno infinite".
Clinton seguì quella linea alla lettera. Prima di atterrare ad Hanoi, dichiarò pubblicamente che non avrebbe usato il viaggio per scusarsi. La stampa dell’epoca lo registrò senza ambiguità: il presidente americano, che era stato un oppositore della guerra, non intendeva chiedere scusa né evocare la possibilità di riparazioni per i danni di guerra. I funzionari vietnamiti, dal canto loro, presero atto della posizione americana e si concentrarono su richieste concrete di assistenza per le conseguenze materiali del conflitto: mine inesplose, agenti chimici, aiuti umanitari.
Un rifiuto che viene da lontano
La cautela di Clinton non nacque dal nulla. Il Congresso americano aveva già respinto, pochi anni dopo la fine della guerra, qualsiasi forma di assistenza che potesse essere etichettata come "riparazione". Nel 1973, il segretario di Stato Cyrus Vance dichiarò pubblicamente che gli Stati Uniti non avrebbero pagato alcuna riparazione, e il Congresso votò per vietare l’uso di fondi del Dipartimento di Stato per aiuti al Vietnam. Una clausola legislativa arrivò a stabilire che il presidente non dovesse prendere "alcun impegno a fornire riparazioni o aiuti al Vietnam". La parola stessa, "reparations", divenne un tabù nel discorso pubblico americano.
La visita di Clinton fu quindi un atto di riconciliazione senza pentimento formale, un gesto di apertura al futuro che lasciava intatto il passato.
Conclusione: nessuna scusa, ancora oggi
La contraddizione di Clinton non è un caso isolato, ma è forse la più emblematica. Il giovane che nel 1969 scriveva di "disprezzare" la guerra e di aver marciato contro di essa divenne il presidente che, davanti alla storica occasione di un gesto di scuse, scelse di non compierlo. Il memo della sua amministrazione è la prova che quella scelta fu consapevole, calcolata e motivata dalla paura di alienare una parte dell’elettorato e dell’establishment militare.
Ma la storia non finisce con Clinton. Gli Stati Uniti non hanno mai chiesto scusa ufficialmente per la guerra del Vietnam. Non lo ha fatto Clinton nel 2000. Non lo ha fatto Barack Obama nel 2016, quando in visita in Vietnam riconobbe i "torti" americani e la sofferenza del popolo vietnamita, ma si fermò — come notarono i giornali dell’epoca — prima di pronunciare la parola "scuse". Non lo ha fatto nessun altro presidente, né prima né dopo. Le riparazioni materiali, quando ci sono state, hanno preso la forma di aiuti umanitari e bonifiche ambientali, mai di un riconoscimento giuridico e morale della responsabilità.
La visita di Clinton a Hanoi resta, a distanza di tanti anni, il simbolo di questa ambiguità: un presidente che aveva conosciuto il Vietnam come la guerra da evitare, e che da presidente scelse di non chiedere scusa per essa. La riconciliazione, per gli Stati Uniti, è stata possibile solo a condizione di non fare i conti fino in fondo con il proprio passato.
Ci sono stati diversi sondaggi che hanno esplorato l'opinione dei veterani del Vietnam sulla guerra, e il quadro che emerge è complesso e segnato da un profondo dissenso verso il conflitto, ma anche da un forte senso di orgoglio per il servizio prestato e di risentimento per il trattamento ricevuto.
I dati più recenti: un giudizio negativo sulla guerra
Il sondaggio più significativo e recente è stato condotto da Emerson College Polling e Nexstar Media in occasione del 50° anniversario della caduta di Saigon, nell'aprile 2025.
Tra i veterani del Vietnam, il 46% ritiene che la guerra non fosse giustificata, contro il 41% che la considera giustificata.
Il 59% dei veterani intervistati ritiene che gli Stati Uniti non avrebbero dovuto combattere quella guerra.
Il sondaggio Harris del 1972, commissionato dal governo, rilevò che il 49% del pubblico americano riteneva che i veterani del Vietnam fossero stati trattati come "dei polli" (made suckers), costretti a rischiare la vita "nella guerra sbagliata, al momento sbagliato".
Il sondaggio del 2025 rivela che il 78% dei veterani del Vietnam ritiene di non essere stato trattato bene dal governo degli Stati Uniti.
In sintesi l'opinione dei veterani del Vietnam sulla guerra è prevalentemente negativa: la maggioranza la considera un errore e un conflitto ingiusto. A questa critica verso la guerra si affianca, però, un orgoglio per il servizio prestato e un profondo risentimento per essere stati inviati a combattere una guerra che non condividevano e per non essere stati adeguatamente supportati al ritorno.
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