Audizione sul rigassificatore: "Come dominare nel porto un incendio di 3 chilometri e 800 metri?"
Il 20 ottobre il Comitato contro il rigassificatore di Taranto è stato convocato dall'assessore regionale all'ambiente Michele Losappio per la Valutazione di Impatto Ambientale. A rappresentare il Comitato contro il rigassificatore di Taranto c'era una delegazione formata da Espedito Alfarano, Gaetano Barbato, Maria Giovanna Bolognini, Francesco Brigati, Peppe Cicala, Leo Corvace, Francesco Maresca, Alessandro Marescotti e Antonietta Podda. La delegazione tarantina ha incontrato una commissione tecnica formata da 15 componenti designati dalla Regione Puglia per la Valutazione di Impatto Ambientale. La discussione ha avuto come oggetto lo Studio di Impatto Ambientale del rigassificatore di Taranto presentato dalla Gas Natural. La commissione istituita presso la Regione dovrà esprimersi tecnicamente su tale studio. Inoltre dovrà tenere conto delle osservazioni formulate in opposizione al progetto in quanto la legge sulla Valutazione di Impatto Ambientale riconosce il diritto di ogni cittadino di presentare osservazioni sui progetti che possano avere una incidenza sulla salute dei cittadini, la sicurezza del territorio e la salvaguardia dell'ecosistema. Di fronte all'assessore e alla commissione da lui riunita, il Comitato di Taranto ha illustrato la sua relazione con le osservazioni critiche circa il progetto del rigassificatore. L'esposizione è stata articolata in punti specifici e si è segnalato che le osservazioni sono in pubblica consultazione su http://www.tarantosociale.org come pure lo Studio di Impatto Ambientale della Gas Natural. L'assessorato avrebbe dovuto mettere sul sito la documentazione della Gas Natural ma non l'ha fatto, è stato osservato, e con ciò il Comitato ha rimarcato le sue perpressità rispetto ad una Regione ancora poco capace di fare di Internet uno strumento di informazione, di partecipazione e di trasparenza. La prima obiezione che la delegazione tarantina ha evidenziato è l'omissione dell'analisi del porto di Taranto quale "porto a rischio nucleare" e la mancata valutazione dei rischi e della compatibilità del traffico di navi metaniere con il transito di sottomarini a propulsione nucleare. La seconda osservazione è relativa alla omissione di analisi della possibile ricaduta dei vapori di metano (vapori di boil-off ) sulle due torce sempre acccese dell'Agip, con conseguente pericolo di ignizione catastrofica. Si è poi passati ai rischi connessi all'effetto domino, ossia alla concatenazione di incidenti che possono provocare una sorta di "effetto santabarbara" in un'area in cui si addensano ben otto impianti a rischio di incidente rilevante. L'analisi è poi passata all'impatto dei dragaggi sull'ecosistema marino e all'incidenza che il rigassificatore potrebbe avere sulla posidonia marina presente nei fondali della vicina isola di San Pietro, tutelata come Sito di Interesse Comunitario. Da ciò è scaturito un ricorso alla Comunità Europea da parte del Comitato contro il rigassificatore di Taranto. Non è stato tralasciato che il rigassificatore ha un impatto paesaggistico pari a quello di un grattacielo di 17 piani e ha un'influenza estremamente negativa sul porto, intasandolo con 110 navi metaniere ogni anno e sottraendo spazio ad altri tipi di attività che avrebbero ricadute occupazionali ben maggiori (il rigassificatore porterebbe solo 80 occupati a fronte di un impedimento allo sviluppo portuale ben più cospicuo). Una specifica sottolineatura è stata riservata al fatto che le carenze degli organismi di controllo ambientale a Taranto non garantiscono le necessarie condizioni di sicurezza per l’insediamento di un terminale di rigassificazione o di qualsiasi altro impianto ad elevato rischio tecnologico. E' stato infine messa a fuoco l'assoluta similitudine che fa di Taranto e Brindisi "città gemelle" in quanto ambedue definite per legge "città ad alto rischio di crisi ambientale". Alla luce della normativa sulla Valutazione Ambientale Strategica tali città dovevano essere escluse a priori in quanto siti non idonei a sopportare ulteriori rischi ambientali. La commissione istituita presso la Regione Puglia ha richiesto chiarimenti e ha acquisito la documentazione.

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