Smog e tumori, sull'Ilva di Taranto ora si indaga per strage colposa
Dice la perizia, consegnata ai magistrati, sui fumi e le polveri killer dell'Ilva che a Taranto, dal '71 al '98, i morti per neoplasie sono passati da 125 a 244 su 100 mila abitanti (Taranto ne ha 230 mila). Quasi il doppio. Per neoplasie polmonari, invece, dice sempre la perizia, il numero dei morti ogni 100 mila abitanti, nello stesso periodo, è passato da 26 a 53. Più del doppio. E nel macabro calcolo mancano i decessi avvenuti lontano da casa, negli osp edali di altre città, soprattutto del Nord, dove finivano i viaggi della speranza di chi aveva consumato la sua vita in fabbrica. «La strage» l'hanno definita gli ecopacifisti di «Peacelink» in un documento, fatto proprio dal consiglio comunale, che cita nomi e cognomi delle ultime vittime note, 25 morti in otto anni, dal '90 al '98. Insieme con l'elenco delle vittime, la testimonianza di un ragazzo, Cesare Colella, che ha perso il papà a soli 57 anni, per cancro. «Mio padre ha fatto il grui sta per 27 anni, scaricava minerali al porto - racconta Cesare -. Prima di morire, gli avevano riscontrato un'antracosi polmonare, cioè una diffusa presenza di polveri nei polmoni, ma secondo l'Inail non c'è nesso tra il lavoro che faceva e la malattia che l'ha ucciso. Ora, papà è morto e nessuno potrà restituirmelo. Ma essere presi in giro no, è troppo». Per 40 anni è andata. Ma adesso Taranto sembra non poterne più. Le ordinanze del sindaco Rossana Di Bello - risanamento degli impianti del siderurgico o chiusura - sono state soltanto il primo passo. Subito dopo, il sindaco ha ottenuto, durante un consiglio comunale straordinario monotematico, l'unanimità sulla chiusura della pestifera centrale termica 1 dell'Ilva e sulle iniziative da prendere nei confronti degli altri due «mostri» che alitano veleni, la raffineria Agip e la Cementir. Perché, dice sempre la perizia, «il massimo contributo all'inquinamento proviene dalle emissioni industriali: traffico e riscaldamento civile inquinano 100 volte meno, quanto ad anidride solforosa e 10 volte meno quanto a ossido di azoto». Perizia, ordinanze del sindaco, raccolta di firme da parte di Peacelink, Wwf, Chiesa Valdese, Pax Christi. E, l' altro giorno, la scoperta di un rapporto della Usl Taranto/4, risalente al 1995, sui rischi mortali del siderurgico. Un rapporto tenuto nascosto per tutto questo tempo anche da parte dei sindacati, di destra e di sinistra. Ce n'è abbastanza perché l' inchiesta del procuratore aggiunto, Franco Sebastio, cambi volto: non solo reati di imbrattamento, danneggiamento di bene pubblico, violazione delle norme sulla prevenzione delle malattie professionali. Ma strage colposa. Com'è avvenuto per le morti nei Petrolchimici di Brindisi e di Venezia. Tanto più che la situazione di Taranto viene unanimemente giudicata la peggiore. Il pm Sebastio non può dirlo, ma sarà questo il nuovo filone d' inchiesta, per il quale sono stati già acquisiti rapporti del Noe (il nucleo ecologico dei carabini eri) e ulteriori consulenze tecniche. Anche perché, dice ancora la perizia, Taranto sconta «anni di mancata esecuzione di controlli, sopralluoghi e rilevamenti prescritti dalla legge». Eppure oggi scopriamo che nel '95, mentre veniva occultato quel rapporto della Usl, il responsabile del Presidio multizonale di prevenzione, dottor Nicola Virtù, attualmente in carica, rassicurava così i membri della commissione comunale Ambiente in visita allo stabilimento: «La situazione analitica ambientale de lla città è soddisfacente, come i risultati analitici relativi ai reflui dello stabilimento». Un responso che fece scattare di rabbia gli ambientalisti e consigliò all'allora dirigente dell'Usl, Nunzio Leone, di destinare ad altro incarico il dottor Virtù, per incompatibilità: il capo del Presidio di prevenzione, infatti, era anche presidente della Imcor, una società fornitrice dell' Ilva, anch'essa come le altre industrie sottoposta al controllo del Presidio di prevenzione. Ma Virtù tira fuori gli artigli e querela Nunzio Leone e Fabio Matacchiera, presidente dell'associazione a difesa del mare «Caretta Caretta». I due finiscono sotto processo. Anche Virtù finisce sotto processo - «per il forte conflitto di interessi tra i suoi compiti istituzionali e l' attività privata», scrivono i carabinieri - ma le indagini a suo carico vengono archiviate. Mentre Leone va a giudizio immediato e viene assolto. «In quell' occasione - ricorda - denunciai all'autorità giudiziaria che le apparecchiature di laboratorio del Presidio erano state sabotate, la memoria dei computer di gestione (dei dati inquinanti, ndr) era stata cancellata e che erano stati distrutti materiali di archivio consistenti in migliaia di referti di analisi effettuate. Ma non mi risulta che si sia mai indagato su questo». Accuse gravissime, che attendono ancora una risposta. Come senza risposta sono rimaste le due o tre interrogazioni parlamentari sull'argomento, in questa vicenda di emissioni e omissioni.
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