Taranto Sociale

Da far circolare, oltre la presumbile coltre di silenzio che cercherà di occultarlo.

«Il corpo e il sangue d’Italia» libro da non perdere che parla di Taranto

Taranto è una città ferita a morte, in cancrena, ma la sua agonia ispira scrittori e cineasti, romanzieri e giornalisti, fotografi e saggisti... I Tarantini, come dire, «stanziali», si imbufaliscono alquanto nel leggere testi che «parlano male», secondo loro, della loro città.
4 novembre 2007

ILVA di Taranto Non perché non sia vero quello si narra, ma perché una sorta di pudore straccione (o forte dovremmo dire omertà...) fa ritenere che i panni sporchi vadano lavati in famiglia e non ostentati al vento ed alle polveri dell’Ilva. I Tarantini per così dire «emigrati» si dedicano invece a volte con lucido furore a denunciare il degrado, il dissesto non solo delle casse comunali, di una città che hanno amato, e forse amano ancora, disperatamente, ma che vedono depredata e devastata proprio dai suoi stessi abitanti (anche perché, alle corte, i Cito, le Di Bello e compagnia cantante non ce li hanno spediti da Bari, Roma o Marte...). E allora fioriscono da qualche tempo - anche perché il mercato è propizio - libri e libretti dedicati a Taranto, ambientati a Taranto. Di diseguale vigore e valore, beninteso. Ma ben vengano, dopo l’oppressivo silenzio. A patto che non diventino luogo comune, Taranto come Beirut, Taranto come la marcescente Napoli di Malaparte nel 1944/45... Per chi voglia capirne di più, oltre il luogo comune, oltre l’invettiva, oltre l’oleografia scapigliata, non possiamo che consigliare un volume di autori vari, Il corpo e il sangue d’Italia. Viaggio all’interno di un paese sconosciuto, appena pubblicato dalla battagliera casa editrice romana minimum fax. Curato da Christian Raimo, il libro (270 pagine, 15 euro) si configura come una inchiesta giornalistica dal taglio narrativo su vari angoli del belpaese; una bella scommessa per otto giovani ma già agguerrite penne italiane, fra le quali quelle di due tarantini, manco a dirlo emigrati: Alessandro Leogrande e Ornella Bellucci. Gli altri sono Antonio Pascale, Alberto Nerazzini, Piero Sorrentino, Gianluigi Ricuperati, Stefano Liberti, Silvia Dai Prà. Leogrande e Bellucci aprono e chiudono il libro, «omaggio» alla particolare valenza negativa di Taranto nel quadro di un paese allo sband o. Leogrande in un suo saggio intrigante che prende le mosse da una sorta di intervista postuma con Mimmo De Cosmo (l’uomo che fu braccio destro di Cito e ne ereditò la poltrona di primo cittadino, per conoscere poi, come il leader, l’onta del carcere e del tracollo), frutto di una chiacchierata avvenuta pochissimi giorni prima della repentina scomparsa dell’ex sindaco, racconta a metà fra il giornalismo e la narrativa, con scrupolo documentario e profonda capacità di analisi e scrittura, l’incredibile rimonta politica del cittadino Cito in vista delle amministrative; doppiamente incredibile, perché essendo ineleggibile Cito aveva nel figlio - che non ha mai pronunciato una frase - una sorta di candidato fantasma. E leggendo Leogrande si capisce un po’ di più il come se non il perché - del ciclico fidestico confidare dei Tarantini nell’uomo (o donna) forte di turno, rosso, nero, azzurra o a pallini che sia... Compresa la sinistra profezia in articulo mortis di De Cosmo, che Leogrande ammetteva con imbarazzo di condividere, e che in questi giorni veniamo ad un passo dalla compiuta realizzazione: «chiunque vinca le elezioni, dopo sei mesi il Comune sarà assaltato, arriverà proprio la folla... e dopo altri sei mesi cadrà. si tornerà a votare. Taranto è ormai una città finita». Ornella Bellucci ci parla dell’Ilva, delle vite precarie di chi in Ilva lavora, di quelle stroncate di chi nelle adiacenze abita e vive (o, più che altro, muore), del conflitto generazionale fra i vecchi operai sindacalizzati estromessi dalla fabbrica ed i giovani (a volte proprio biologicamente loro figli) che hanno introiettato la drammatica lezione della Palazzina Laf, non credono nel sindacato, non credono nella solidarietà, cedono la loro vita in cambio di pochi euro, maledetti e subito. E che spesso lavorano non alle dirette di dipendenze di padron Riva ma nell’appalto, là dove si muore con intollerabile frequenza, e dove non ci sono nemmeno statistiche. Un libro duro, ma necessario. Da leggere. Da far circolare, oltre la presumbile coltre di silenzio che cercherà di occultarlo. Perché non sono solo la diossina, il dissesto, le prepotenze padronali, i mali di Taranto. C’è anche l’omertà. Iniziamo a smantellarla, anche leggendo questo libro... e a proposito, è meglio prenotarlo, perché le librerie di Taranto, purtroppo, non è che brillino per attenzione ai temi caldi.

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