A Oberhausen il siderurgico trasformato in centro turistico

Smantellamento iniziato negli anni Novanta ed oggi là dove c’era quello che noi chiamiamo scherzosamente “il mostro di acciaio” sorge una ridente struttura con flusso turistico di vaste proporzioni. Dieci anni sono trascorsi e l’isola è rimasta vuota e “senza vita”. Bisogna dare lustro alla sua storia antica.
15 aprile 2008
Antonio Spirito
Fonte: Corriere del Giorno - 14 aprile 2008

Caro direttore, - un ringraziamento Le giunga per l’ospitalità che attraverso le pagine del “Corriere del Giorno” offre a tutti i cittadini tarentini di esporre i propri pensieri e sentimenti. E vengo alla mia lettera. Dieci anni fa un articolo dal titolo “L’isola abbandonata” provocò in me una reazione emotiva e conseguentemente la spinta per una avventura colma di entusiasmo ma al tempo stesso non priva di qualche incertezza. Incalzato da amici che hanno sempre sperato e creduto nella rinascita del centro storico di Taranto, decisi di aprire una piccola bottega d’arte in via Duomo per esporre i miei lavori, frutto di una passione artistica che è propria nel mio Dna. La prospettiva fu anche quella che tale mia iniziativa divenisse uno stimolo per l’apertura ospedale superaffollato, vuoi anche per le gravi malattie che incombono su questa comunità. A tal proposito mi viene in mente l’esperienza gradevolmente vissuta di recente in un viaggio a Oberhausen in Germania vicino a Dusseldorf. Questa città tedesca negli anni settanta-ottanta era sede di un stabilimento siderurgico che aveva una forza lavorativa di circa 25mila unità. Smantellamento iniziato negli anni Novanta ed oggi là dove c’era quello che noi chiamiamo scherzosamente “il mostro di acciaio” sorge una ridente struttura con flusso turistico di vaste proporzioni. La struttura è caratterizzata da centinaia e centinaia di locali con le più svariate attività commerciali, un grandissimo centro commerciale, alberghi, ristoranti, parco giochi, un grande Luna Park, specchi d’acqua ricchi di di altre attività artistiche e artigianali. Dieci anni sono trascorsi e l’isola è rimasta vuota e “senza vita”. Non è solo con l’apertura dei ristoranti e delle trattorie tipiche che possiamo far rinascere questa città. Bisogna dare lustro alla sua storia antica. Pertanto un grazie va a quelle poche associazioni culturali che si prodigano per l’allestimento di musei di interesse storico (principato di Taranto di Maria D’Enghien) e di vario genere nella città vecchia. E’ pregevole tutto questo anche per gli sforzi e gli affanni di costoro di riuscire a reggere la cosa. Ma siamo ancora lontani per pensare a un centro storico di grande interesse per il visitatore. C’era in passato un progetto che avrebbe portato, credo, un notevole afflusso di turisti come “L’isola dei delfini” ma non si è fatto più nulla. Allo stato attuale delle cose, anche per le vicissitudini economiche amministrative, questa città è ormai morente. I nostri figli che hanno sgobbato sui libri cercano fortune lavorative nelle città del Nord e con tante discriminazioni per il fatto di essere meridionali. Taranto sarà in futuro una città di anziani con al seguito badanti straniere e pronto soccorso di fauna e collegati tra loro da ponticelli di varia forma. Insomma non c’era più quell’aspetto tetro e decadente di zona industriale. Restava in piedi, come resti di memoria lavorativa, il gasometro messo a lucido ma certamente non funzionante, il treno nastri trasformato in museo tecnologico, le grandi vasche di trattamento acque adibite per i giochi d’acqua. La curiosità mi spinse a chiedere al poliziotto urbano di turno la forza lavorativa ivi del momento. Con mia grande sorpresa appresi che la nuova forza lavorativa del complesso ammontava a circa 40mila unità. Quali le conclusioni da questa incredibile esperienza? A me sembra che ci sia a Taranto la stessa amara rassegnazione di chi ha in casa un ammalato terminale a cui nessuna cura va più somministrata. Il mio forte entusiasmo iniziale con lo scorrere del tempo è andato lentamente affievolendosi sino a spegnersi completamente e, oggi, devo affermare che con la chiusura a breve termine della mia bottega d’arte pongo fine ad una tristezza che il mio animo non riesce più a sopportare.

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